
Ma che cosa c’entra la miserabile vicenda del padiglione russo alla Biennale di Venezia con la censura alla cultura o con quell’altra accusa altrettanto surreale di voler rendere reati le idee? Niente.
Così come non c’entrano niente nel quinto anno di guerra all’Ucraina e all’Europa le banalità insulse sull’arte che costruisce ponti e aiuta la pace, visto che gli artisti russi che popoleranno il padiglione russo alla Biennale sono stati scelti dalla figlia di un oligarca sanzionato dall’Unione Europa assieme alla figlia del ministro degli Esteri di Vladimir Putin.
Su Linkiesta in questi anni abbiamo dato ampio spazio, e continueremo a darlo, a chi si è battuto contro i tentativi di inquinare il dibattito interno da parte dei noti agenti del caos che poi si nascondono dietro il ricatto intellettuale della Grande Cultura Russa (mi raccomando l’uso delle maiuscole che, in effetti, si addicono a un così antico e glorioso strumento imperialista utilizzato nel corso dei secoli da Mosca per annientare le identità culturali dei popoli sottomessi con gli scarponi chiodati e oltre venti milioni di morti).
I principi liberali sono fondamentali, ma bisogna anche avere coscienza che una cosa è essere liberali, un’altra è essere fessi. Tutte le cose alte e nobili che ci ripetiamo con grande autocompiacimento a proposito della superiorità della nostra civiltà, e quindi del diritto assoluto di far circolare liberamente tutte le idee, anche le più odiose, perché noi-non-siamo-come-loro eccetera eccetera, così come quelle altre sul ruolo della cultura e il valore del dialogo per fare la pace, sono tutte cose belle e care e certamente peculiari di una società basata sullo stato di diritto, ma sono anche principi che reggono fintantoché nel dibattito tra idee diverse e contrastanti qualcuno non metta in discussione le fondamenta della casa comune, i pilastri su cui si regge il soffitto, e il tetto medesimo.
Se la casa comune è sotto i bombardamenti nemici ed è pure minata all’interno dagli utili idioti al servizio di chi vuole superare il sistema liberal democratico, be’, le cose cambiano: se uno ha davvero a cuore il sistema liberal democratico e nutre la speranza che anche in futuro le idee potranno circolare liberamente in uno stato di diritto che tutela i cittadini forse è meglio che cominci a difendere la casa da chi la vuole abbattere, più che i principi liberali astratti; che si adoperi a costruire uno scudo protettivo che impedisca alle bombe di colpire il tetto; e che fermi i sabotaggi interni.
Ostacolare la circolazione della propaganda russa, in particolare se finanziata con i soldi pubblici, proprio mentre la Russia bombarda l’Europa e manipola i processi democratici nostrani, non è un’espressione di illiberalismo, semmai una forma minima di difesa, peraltro ormai codificata anche dalle istituzioni europee che, finalmente, oltre a concentrarsi sul riarmo militare hanno anche avviato il processo di costruzione di uno “scudo democratico” per difendere le nostre società dalle interferenze russe e non solo russe.
Su queste colonne continueremo a dare voce a chi difende la società liberal-democratica ogni qual volta gli agenti e i burattini della propaganda di Mosca useranno gli strumenti della guerra ibrida e proveranno a manipolare l’opinione pubblica con documentari, concerti, balletti e altre forme artistiche che dietro la patina culturale nascondono invece l’intento di piazzare un bel Cavallo di Troia dentro le mura della società aperta, confidando che la società aperta sia così aperta (e fessa) da cascarci, fino a farle abbassare tutte le difese e a smontarla del tutto.
Posso capire, anche se non le condivido, le critiche alle campagne contro le esibizioni del conduttore Valery Gergiev e di tanti altri corifei di Putin, ma questi casi sono completamente diversi dalla riattivazione su richiesta esplicita di Mosca della piattaforma pubblica della Biennale, che serve al Cremlino per apparecchiare di fronte al mondo il suo bel padiglione propagandistico.
A Venezia non si tratta di impedire a un grande direttore d’orchestra molto mascalzone di dirigere una sinfonia. Nel caso della Biennale stiamo parlando di accogliere, come se niente fosse, il governo russo che da oltre quattro anni uccide ogni giorno civili ucraini per inseguire un sanguinario sogno imperialista, e di consentirgli di presentarsi al mondo con una rinnovata legittimità nientedimeno che culturale grazie alle opere di una serie di artisti scelti dal regime.
Alla Biennale hanno combinato un pasticcio, a voler essere benevoli. E lo hanno ipocritamente coperto con questioni giuridiche e di vecchi trattati, ma se fossero stati in buona fede avrebbero subito annunciato in spazi più prestigiosi un’esibizione di artisti dissidenti russi, nella migliore tradizione della Biennale del dissenso del 1977 di Carlo Ripa di Meana. O, ancora meglio, una grande retrospettiva sul Rinascimento fucilato ucraino (fucilato dai russi un secolo fa), quella generazione di artisti scientificamente cancellata a colpi di fucile per fare pulizia etnica della cultura ucraina, oppure una mostra con le opere dei tanti artisti ucraini costretti a difendere il loro paese dall’invasore e per questo uccisi dai russi nella guerra attuale.
Si tratta, invece, di una precisa scelta politica, peraltro rivendicata dal presidente della Biennale, e per questo contestata da quasi tutti i ministri competenti dell’Unione europea, compreso l’italiano Alessandro Giuli, e poi condannata dalla Commissione di Bruxelles.
Quando è scoppiato il caso Gergiev, qualcuno ha detto che nel pieno della Seconda Guerra Mondiale sarebbe stato impossibile immaginare Wilhelm Furtwängler alla Royal Albert Hall di Londra o alla Filarmonica di New York.
Con il padiglione del Cremlino alla Biennale siamo oltre l’inimmaginabile: è come se nel 1940/41, durante il Blitz su Londra, il British Museum avesse ospitato una mostra di acquerelli del Fürher, magari curata dalle figlie di Göring e di Goebbels, in ossequio a un trattato di un secolo prima e al principio che l’arte, la cultura e il dialogo sono occasioni uniche per arrivare alla pace.
C’è poco da meravigliarsi: siamo quelli che durante il Covid hanno fatto sfilare l’esercito russo lungo le strade d’Italia, paese membro della Nato, con l’operazione di propaganda e di intelligence denominata dal Cremlino “Dalla Russia con amore”, come il romanzo di Ian Fleming e il film di 007. Solo Giuseppe Conte e Luigi Di Maio non capirono che cosa gli avevano apparecchiato a Mosca. Il padiglione russo alla Biennale si chiamerà “L’albero è radicato nel cielo”, ma è un sequel.