
La guerra in Medio Oriente ha provocato un nuovo shock nei mercati energetici globali. Nel giro di pochi giorni il prezzo del petrolio è salito oltre i cento dollari al barile, raggiungendo livelli che non si vedevano dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
L’impennata del prezzo del petrolio, lo sentiamo ripetere da giorni, è legata soprattutto alle tensioni nello stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del commercio mondiale. Attraverso questo corridoio transita circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto trasportati via mare. Le minacce di chiusura della rotta e gli attacchi contro infrastrutture energetiche nella regione hanno ridotto i flussi e alimentato il timore di una crisi dell’offerta.
In termini economici, il meccanismo è relativamente semplice. Quando il prezzo dell’energia aumenta, il reddito si trasferisce dai Paesi importatori a quelli esportatori (qui spiegato bene in un report di Chatham House). Tra i principali beneficiari ci sono produttori che non sono direttamente coinvolti nel conflitto, come Norvegia, Canada e Russia.
Per Mosca, che resta uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo, il rialzo dei prezzi rappresenta un vantaggio immediato. Dopo l’invasione dell’Ucraina e l’introduzione delle sanzioni occidentali, le entrate energetiche russe si erano progressivamente ridotte. Nel 2021 petrolio e gas rappresentavano circa il quarantacinque per cento delle entrate del bilancio federale; nel 2025 la quota era scesa intorno al venti per cento.
La nuova crisi energetica può invertire temporaneamente questa tendenza. Prezzi più alti e difficoltà logistiche per alcuni produttori del Golfo aumentano la domanda di greggio russo, soprattutto nei mercati asiatici. Alcuni analisti osservano inoltre che il conflitto produce un ulteriore effetto geopolitico: lo spostamento dell’attenzione internazionale dalla guerra in Ucraina verso il Medio Oriente.
Questo vantaggio, in realtà, ha limiti evidenti. Secondo un’analisi del Center for European Policy Analysis, anche con l’attuale aumento dei prezzi del petrolio l’economia della Russia resta sotto pressione. Le entrate energetiche sono inferiori alle previsioni del governo e la situazione finanziaria continua a deteriorarsi.
Una prima ragione riguarda le sanzioni. Il petrolio russo viene venduto sui mercati internazionali con uno sconto significativo rispetto al Brent, il principale benchmark globale. Anche quando i prezzi aumentano, Mosca non riesce a incassare l’intero valore di mercato.
Un secondo fattore riguarda il tasso di cambio. Il bilancio federale per il 2026 era stato costruito su un cambio di circa novantadue rubli per dollaro. Oggi la valuta russa è più forte, intorno a settantotto rubli per dollaro. Questo significa che, per ogni barile venduto, il governo riceve meno rubli del previsto.
Le difficoltà sono già visibili nei conti pubblici. Nel gennaio 2026 il bilancio federale ha registrato un deficit di circa 1,7 trilioni di rubli, pari allo 0,7 per cento del Pil in un solo mese. L’obiettivo annuale del governo è un deficit dell’1,6 per cento del Pil, ma ai livelli attuali potrebbe essere superato di molto.
Sono gli effetti nefasti portati dall’invasione su vasta scala. Effetti raccontati più volte da Linkiesta negli ultimi anni. In più, come scriveva Andrea Fioravanti qualche settimana fa, l’economia russa è entrata in un circolo vizioso: «Più lo Stato spende per la guerra, più indebolisce il mercato interno che dovrebbe sostenerlo nel lungo periodo. Per continuare a combattere, Vladimir Putin ha bisogno di un’economia più forte, ma quella russa si sta logorando proprio per sostenere lo sforzo bellico. Negli ultimi due anni la crescita non è arrivata perché l’economia nel suo insieme stava meglio, ma perché lo Stato ha spostato enormi quantità di denaro verso la difesa». Per questo motivo il ministero delle Finanze russo sta preparando tagli alla spesa e una revisione della cosiddetta “budget rule”, il meccanismo che regola l’utilizzo delle entrate petrolifere e il trasferimento di risorse nel fondo sovrano.
Negli ultimi anni Mosca ha già utilizzato una parte consistente di queste riserve per coprire il deficit. La componente liquida del National Wealth Fund è scesa a circa cinquantacinque miliardi di dollari, contro oltre centodieci miliardi quattro anni fa. Più della metà delle risorse disponibili è stata quindi consumata durante i primi anni della guerra in Ucraina.
Anche le prospettive di crescita sul lungo periodo restano limitate. Le autorità russe stanno rivedendo al ribasso le previsioni per il 2026, dal 1,3 per cento inizialmente previsto tra lo 0,7 e l’uno per cento. E dal momento che la spesa militare è intoccabile – perché, fa sempre bene ricordarlo, Vladimir Putin non è disposto a fermare la guerra – i tagli vanno a colpire soprattutto i settori civili dell’economia.
In questo contesto, l’aumento del prezzo del petrolio rappresenta al massimo un sollievo temporaneo. Se i prezzi energetici non resteranno elevati a lungo e se il rublo non si indebolirà, le difficoltà del bilancio russo continueranno a pesare: la guerra in Medio Oriente non può risollevare l’economia disastrata della Russia.
Alla dimensione economica si aggiunge però una variabile politica più ampia. La nuova crisi geopolitica arriva in un momento in cui la politica estera americana appare sempre più erratica. Trovare un disegno strategico coerente nell’operazione militare voluta da Donald Trump è difficile. Ciò che emerge con chiarezza è piuttosto l’effetto complessivo delle sue scelte: indebolire il coordinamento occidentale proprio mentre la Russia continua la sua guerra di logoramento in Ucraina.
Che si tratti di affinità politica, di opportunismo o di qualcosa di più strutturato, il risultato concreto cambia poco, Trump fa continuamente favori strategici al Cremlino. Come scriveva lo scorso ottobre il direttore de Linkiesta Christian Rocca, «ormai è inutile domandarsi se Trump sia un asset russo o solo un imbecille». L’effetto politico è lo stesso: le decisioni della Casa Bianca finiscono spesso per coincidere con gli interessi di Vladimir Putin.
In questo senso, la crisi in Medio Oriente potrebbe diventare per Mosca un vantaggio almeno sotto il profilo geopolitico. Non perché possa risolvere i problemi strutturali dell’economia russa – che restano profondi – ma perché contribuisce a spostare l’attenzione internazionale altrove. Ogni crisi che assorbe risorse diplomatiche, militari e mediatiche dell’Occidente allenta la pressione su Mosca.