Segnali contrastantiL’Ucraina non sa ancora se la guerra in Iran aiuterà la sua causa oppure no

L’attacco contro Teheran indebolisce un alleato diretto di Mosca, ma rischia anche di distrarre Washington e gonfiare il prezzo del petrolio, regalando ossigeno al Cremlino

AP/Lapresse

Per l’Ucraina, la guerra in Medio Oriente porta più interrogativi che certezze. L’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran colpisce un alleato diretto della Russia. Il regime degli ayatollah in questi anni è stato fornitore di droni, tecnologia, componenti, che hanno alimentato gli attacchi quotidiani contro le città ucraine. Indebolire Teheran – vedremo fino a che punto – significa, potenzialmente, ridurre una delle linee di rifornimento della Russia. Volodymyr Zelensky lo ha detto nella sua intervista al Corriere della Sera – e lo ripete da quattro anni: l’Iran è co-partecipante dell’aggressione russa.

L’attivismo militare di Donald Trump potrebbe incrinare l’asse del male che negli ultimi anni ha legato Russia, Iran, Corea del Nord, Venezuela, Cina. In più, se la Francia e altri Paesi europei rafforzassero davvero la deterrenza sul fianco orientale, persino ipotizzando una presenza nucleare in Polonia, il messaggio a Vladimir Putin sarebbe netto: l’Europa, come ha detto Emmanuel Macron, rifiuta di recitare il ruolo dell’agnellino in un mondo di lupi, quindi si arma.

Se la Russia perde profondità strategica in Medio Oriente e vede consolidarsi la postura Nato sul fronte dell’Europa orientale, la sua capacità di pressione sull’Ucraina si riduce. In questo scenario, Kyjiv diventerebbe davvero ciò che Zelensky rivendica da tempo (e Linkiesta ha scritto più volte): «Siamo l’industria della difesa europea», un pezzo centrale dell’architettura militare occidentale.

Ma c’è almeno un’altra chiave di lettura altrettanto plausibile. La guerra contro l’Iran rischia di diventare un gigantesco diversivo. Prima di tutto in termini di opinione pubblica: già nelle settimane successive al 7 ottobre 2023 abbiamo visto l’invasione russa dell’Ucraina finire in secondo piano. E poi c’è una questione più concreta, economica e militare, perché la guerra assorbe risorse e attenzione politica, e se il conflitto dovesse protrarsi Washington sarebbe costretta a concentrarsi sull’Iran rischiando di trascurare l’Ucraina. Già ora parte degli apparati americani guarda alla protezione delle basi nel Golfo. Per l’Ucraina significa meno spazio di manovra, meno armi disponibili, meno tempo nelle agende, meno centralità nel dibattito occidentale – soprattutto americano.

Gli analisti sentiti dal Kyjiv Independent lasciano aperta ogni opzione: sostenere l’azione contro l’Iran è, per Kyjiv, una scelta razionale per indebolire la Russia indirettamente, ma non è affatto detto che Trump stabilisca un collegamento strategico tra i due teatri – d’altronde negli ultimi anni l’ostilità del presidente americano verso gli alleati di Vladimir Putin non si è tradotta in una linea più dura nei confronti del Cremlino.

Nella sua politica estera improvvisata, Trump alterna minacce e smentite, annunci e correzioni. Un giorno può evocare un regime change, il giorno dopo fare finta di non averlo mai detto. Può sostenere che l’arsenale americano sia stato “svuotato” dall’amministrazione Biden e, poche ore dopo, promettere operazioni militari per diverse settimane contro l’Iran. È un linguaggio impulsivo, schizofrenico, che produce ambiguità strategica. E l’incertezza non è un buon alleato per Kyjiv in questa fase.

C’è poi la variabile economica. Se il conflitto in Medio Oriente spingesse il prezzo del petrolio verso i cento dollari al barile, la Russia ne trarrebbe beneficio immediato. L’economia di guerra del Cremlino si regge in larga parte sulle entrate legate agli idrocarburi. Un aumento strutturale dei prezzi offrirebbe ossigeno finanziario proprio mentre Mosca mostra limiti evidenti nella proiezione di potenza. Paradossalmente, una guerra che indebolisce un alleato di Putin potrebbe rafforzare il bilancio russo.

Inoltre, la produzione di droni di Mosca non dipende più in modo decisivo dall’Iran. I modelli Shahed sono stati replicati e integrati in una filiera autonoma, con componenti che arrivano soprattutto dalla Cina. Anche qui, l’effetto indiretto dell’operazione contro Teheran rischia di essere inferiore alle aspettative.

Così l’Ucraina si trova sospesa tra due possibilità. Da una parte, l’indebolimento dell’asse russo-iraniano e il rafforzamento della deterrenza europea potrebbero consolidare la sua posizione strategica. Dall’altra, il conflitto mediorientale potrebbe trasformarsi in un circo trumpiano permanente che risucchia energie e attenzione, lasciando Kyjiv ai margini di un’agenda americana erratica.

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