Ribadire l’ovvioI diritti delle donne, e noi

Una riflessione nuova, che nuova non è. In attesa del giorno in cui non dovremo più ripetere il significato dell’8 marzo e non dovremo più spiegare con elenchi puntati ed esempi in quanti e quali modi la parità non viene rispettata

Foto di Delia Giandeini su Unsplash

Scrivo sempre gli stessi articoli, soprattutto in vista delle feste comandate. In occasione dell’8 marzo mi piacerebbe poter scrivere un articolo diverso, perché significherebbe che le cose sono finalmente cambiate, e non è più necessario ribadire l’ovvio. E invece, invece anche per quest’anno dobbiamo tornare sugli stessi punti, e sottolineare come non si sia ancora fatto abbastanza per far diventare obsoleta la celebrazione dei diritti delle donne, che – mi tocca ricordarlo di nuovo – non è la “festa della donna” e non si festeggia comprando mimose e cioccolatini e sorseggiando vino rosato da donna. 

Ma di tutto questo abbiamo già parlato più volte qui, e se avete piacere di rileggere io sono sempre contenta se ci accordiamo almeno sulle basi.

Quello che mi preme oggi, invece, è fare un punto su cosa significa essere donna nella comunicazione enogastronomica: un lavoro meraviglioso, che può essere reso faticoso per una serie di ragioni che non dipendono dal talento o dalla competenza, ma da dinamiche strutturali del settore. Alcune sono evidenti, altre molto più sottili. Provo a mettere in fila le principali.

1. Le gerarchie maschili
La cucina professionale e il vino nascono come ambienti fortemente maschili e anche la comunicazione che li racconta ne eredita le gerarchie. Molti ruoli di potere restano occupati da uomini: direttori, opinion leader, critici storici, organizzatori di eventi, proprietari di aziende vinicole o ristoranti. Questo crea un effetto evidente nei panel, nelle fonti, nelle reti professionali che si autoalimentano. Per una donna entrare in questi circuiti richiede spesso più tempo e più prove di autorevolezza. «Ma moltissime donne dirigono giornali di cucina»: appunto, di cucina. Andate al vertice, cercate nelle stanze dei bottoni, l’editoria e la comunicazione sono ancora affari da uomini, nelle sfere dei posti che contano. 

2. La lentezza dell’autorevolezza
Nel racconto del cibo e del vino esiste ancora una differenza implicita tra competenza percepita e competenza reale. Un uomo che parla di vino o di gastronomia viene più facilmente percepito come esperto. Una donna deve spesso dimostrare più volte la stessa competenza per ottenere lo stesso riconoscimento.

Succede in molte situazioni concrete: nelle degustazioni, dove la parola maschile pesa di più, nelle tavole rotonde, dove la donna viene interrotta più facilmente, negli articoli o nelle opinioni valutati come “sensibili” o “narrativi” invece che analitici.

3. Il doppio standard sul tono
Nella comunicazione c’è anche un problema di registro emotivo. Se una donna scrive o parla in modo deciso può essere percepita come aggressiva, polemica, arrogante, isterica, petulante, maestrina. Se usa un tono più morbido rischia invece di essere considerata poco autorevole, e di finire nella categoria del giornalismo “di costume”. Questo doppio standard non è dichiarato, e anzi è spesso stigmatizzato pubblicamente, ma si percepisce nel sottotesto, quello più difficile da scardinare.

4. Il corpo e l’immagine pesano più che per gli uomini
Nel mondo gastronomico la presenza fisica conta: eventi, festival, cene, social media. Per le donne l’attenzione spesso scivola facilmente dal contenuto alla persona: commenti sull’aspetto, perché si è sempre troppo o poco, a seconda delle decisioni di abbigliamento, o in base a valutazioni implicite sulla simpatia o sulla gradevolezza. Un uomo può permettersi di essere solo competente, una donna spesso deve gestire anche questa dimensione. Sento questo peso nelle fiere, nei convegni, nelle presentazioni: trucco, capelli, tacchi, smalto. Se tutto non è curato, l’autorevolezza cala. Se è tutto troppo curato, l’autorevolezza cala. Se è tutto troppo seducente, l’autorevolezza cala. In più, c’è il tema fisico per eccellenza: quel sottile stigma relativo al peso, che per una donna rimane un tema sensibilissimo, e per chi fa questo lavoro è un serissimo problema psicologico, prima ancora che fisico. 

5. Il lavoro invisibile
Molte donne nella comunicazione del gusto fanno un enorme lavoro di relazione e costruzione culturale: organizzando, moderando incontri, avendo cura delle comunità professionali e facendo un grande lavoro editoriale. Sono attività fondamentali ma meno visibili rispetto alla firma di un articolo o alla presenza sul palco e di conseguenza il riconoscimento pubblico arriva più lentamente.

6. Il tema del tempo
Eventi serali, viaggi frequenti, degustazioni, fiere, weekend di lavoro. Questo modello professionale è stato pensato storicamente per persone con meno carichi di cura familiare, che ancora oggi ricadono più spesso sulle donne, ma soprattutto lascia un senso di colpa perenne, da gestire con fatica. Non so se per gli uomini sia lo stesso, ma storicamente “si faceva così” e le donne sono più pronte e disposte a stare da sole in attesa del marito o compagno che torna a casa dal lavoro: più faticoso gestire il contrario, se non a fronte di una grande apertura mentale e di una disponibilità solida. È una struttura sociale difficilissima da scardinare, che porta a ripensare l’equilibrio di una coppia e a dover mediare perennemente sull’opportunità o meno di fare certe scelte e certi viaggi.

7. La fatica di essere “la prima”
Molte professioniste del settore hanno vissuto l’esperienza di essere l’unica donna in una giuria, l’unica relatrice in un panel, l’unica redattrice in una redazione, la prima direttrice donna di qualcosa. Essere una pioniera è un privilegio, ma anche una fatica, perché significa lavorare senza modelli di riferimento vicini. Spesso, è più facile diventare uomo, trincerarsi dietro a un tailleur, per tentare di risultare credibili al primo impatto. È un errore, ma vi assicuro che spesso è l’unica soluzione possibile.

Qualcosa sta cambiando?
Negli ultimi dieci anni sono nate molte voci femminili autorevoli nel giornalismo gastronomico, nella critica del vino, nella divulgazione culturale del cibo. Le reti tra professioniste sono sempre di più, lo sguardo sul cibo, sempre più culturale, sociale e politico, è un terreno in cui molte giornaliste stanno portando contributi fortissimi. Basta? Certo che no. Basterà quando non arriveranno più comunicati stampa sul vino rosé preferito dalle donne, quando non ci sarà più bisogno di quote rosa perché le competenze e il merito vinceranno sul genere, quando i concorsi non avranno la sezione donna, quando non ci sarà più bisogno di una giornata per celebrare i nostri diritti, perché – semplicemente – li potremo esercitare liberamente. Sarà un giorno bellissimo, e lo festeggeremo con whisky giapponese e animelle, perché non saremo più quelle del petto di pollo grigliato e della coca zero. 

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