Giochini romaniInvito o trappolone, Schlein dice no a Meloni per tenersi buono Conte

L’offerta della premier alle opposizioni di un “tavolo” sulla guerra in Iran è stata rifiutata con una scusa: hanno prevalso gli intransigenti del Pd e la scelta di non irritare il M5S, a scapito dei richiami di Mattarella e dell’interesse nazionale

LaPresse

Giovedì Giorgia Meloni ha chiamato Elly Schlein per proporre per il 18 marzo un incontro governo-opposizione sulla situazione di guerra nel Golfo.

La segretaria del Pd ha risposto che non sarebbe stato possibile perché il 18 c’è la manifestazione per il No a Roma, a piazza del Popolo. Quindi alla fine niente. Non è chiaro perché le due ladies abbiano concordato un’altra data, ma il risultato è che Schlein si è divincolata da quella che gli intransigenti del Pd definiscono un «trappolone» teso a invischiare Elly nel pasticcio della guerra trumpiana.

Un modo anche per evitare rotture con Giuseppe Conte che ha parlato del famoso “tavolo” come di una «passerella». Ed è evidente che una frizione con i capi del M5S e Avs a pochi giorni dal voto non sarebbe affatto utile alla causa del No. Si diceva della manifestazione del 18, sarà un grosso impegno riempire piazza del Popolo. Si lavora a una kermesse varia non certo limitata ai comizi di Schlein e Conte insieme in una reunion cui non parteciperà Italia viva, che è schierata sul Sì. Commenta polemico Carlo Calenda: «Andate avanti con questo campo largo ma chiamatelo con il suo vero nome: Giuseppi». E tanto per aggiungere un altro po’ di pepe: «Segnalo agli amici riformisti che M5S si è astenuto su una mozione di condanna alla Russia per il reclutamento di mercenari africani. Così per gradire».

Il riferimento è al voto al Parlamento europeo su una mozione di condanna di Mosca sulla quale i contiani si sono astenuti (con Vannacci contrario). Il “tripartito” Pd-M5s-Avs resta dunque aggrappato alla linea del «no grazie» all’invito della premier, per la verità molto faticoso, che soprattutto dietro la spinta del Quirinale e degli uomini di governo più sensibili ai richiami del Colle, a partire da Guido Crosetto, si era convinta a fare un nuovo tentativo di apertura alle opposizioni. Il “tripartito” dunque sarà contattato per le «vie brevi» e nulla più.

Ha prevalso la linea di Conte, secondo il quale il confronto «si fa in Parlamento»: come se lo scambio di informazioni delicate e riservate su un tema come la guerra potesse avvenire in streaming: demagogia allo stato puro.

Il muro contro muro ha verosimilmente lasciato una scia di costernazione al Quirinale, dove ieri è scattato l’allarme rosso per gli sviluppi della guerra e i connessi pericoli del terrorismo. Il Consiglio Supremo di Difesa ha sostanzialmente sposato la posizione del governo: non siamo in guerra e non vi entreremo.

Peccato che i pericoli conseguenti alla dinamica Trump-Putin il capo dello Stato li vada segnalando da mesi e mesi, quando Giorgia era pappa e ciccia con il tycoon. Comunque nemmeno questo autorevolissimo alert del Colle ha indotto i partiti ad abbassare le penne e smorzare le polemiche.

Gli unici che veramente auspicano un confronto permanente e un clima da unita nazionale contro la guerra e contro il terrorismo sembrano essere Calenda e i riformisti del Pd. Peraltro non inventano niente di nuovo. Era lo spirito che animava i leader della Prima Repubblica ma anche Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi, Carlo Azeglio Ciampi e gli altri uomini di Stato della Seconda. Uomini di Stato, appunto. Non come questi protagonisti di un eterno talk show politico.

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