Un’eliminazione dopo l’altraLa strategia israeliana di uccidere i leader dell’Iran ha dei limiti

Gli attacchi chirurgici ai vertici del regime hanno rallentato le decisioni, ma non hanno fermato il sistema. Il potere si è spostato ancora di più verso i Pasdaran. E il controllo del programma nucleare resta il nodo irrisolto

LaPresse

«Qualcuno vada da Putin e gli spari in faccia», cantava Fabri Fibra nella canzone “Contrabbando”, ma non è così semplice far finire una guerra, o far cadere un regime. Colpire sistematicamente i vertici politici e militari di uno Stato è una tattica usata raramente perché introduce un livello di imprevedibilità superiore a quello che pretende di risolvere. Gli Stati non sono organismi centrati su un singolo individuo: sono architetture resilienti, progettate per sopravvivere alla perdita dei vertici. Eliminare il capo può cambiare il ritmo delle decisioni, raramente la direzione.

Dopo la strage del 7 ottobre 2023 perpretrata da Hamas, Israele ha spinto questa logica oltre il suo uso tradizionale, trasformando le eliminazioni mirate da strumento selettivo a linea operativa centrale. Prima contro il gruppo terroristico palestinese a Gaza, poi contro Hezbollah in Libano, infine contro l’Iran. Il salto non è solo quantitativo, ma qualitativo: l’estensione della strategia da attori non statali a uno Stato con strutture profonde, catene di successione e capacità di adattamento.

Il 28 febbraio, nella prima ondata di attacchi, Israele ha colpito direttamente il vertice dello Stato iraniano: la Guida Suprema Ali Khamenei, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, il capo di stato maggiore Abdolrahim Mousavi e il consigliere strategico Ali Shamkhani. In un solo momento sono stati presi di mira insieme chi decideva la linea politica, chi guidava l’esercito e chi coordinava sicurezza e strategia.

Il 17 marzo, la seconda fase si è spostata sul livello immediatamente inferiore, quello che tiene in piedi il funzionamento quotidiano del sistema. Ali Larijani, diventato il punto di raccordo tra le diverse anime del potere dopo la morte di Khamenei, è stato ucciso a Teheran insieme a Gholamreza Soleimani, comandante della Basij, la forza incaricata di controllare la popolazione e reprimere le proteste. Nelle ore successive Israele ha annunciato anche l’eliminazione del ministro dell’Intelligence Esmail Khatib, mentre proseguivano gli attacchi contro basi missilistiche, depositi sotterranei e centri di comando delle Guardie Rivoluzionarie.

C’è un precedente che sostiene questa impostazione. L’eliminazione di Hassan Nasrallah nel 2024 contribuì a indebolire Hezbollah fino a spingerlo verso un cessate il fuoco. L’idea, condivisa da parte dell’establishment israeliano, è che una pressione cumulativa di questo tipo possa costringere anche un attore più grande come l’Iran a ricalibrare le proprie ambizioni.

Ma qual è il vero finale di partita che si aspetta il governo Netanyahu? Nelle dichiarazioni pubbliche, l’obiettivo è chiaro: creare le condizioni per una rivolta interna. «Se persistiamo, daremo loro la possibilità di prendere il proprio destino nelle loro mani», ha detto il premier israeliano. Ma secondo un cablo diplomatico citato dal Washington Post, basato su incontri tra funzionari israeliani e diplomatici statunitensi a Gerusalemme, la valutazione interna è più cruda. Gli esponenti della sicurezza israeliana hanno avvertito che se un gran numero di iraniani tornasse a protestare, verrebbero «massacrati», perché le Guardie Rivoluzionarie e le forze Basij «hanno il pieno controllo del terreno» e la capacità di reprimere rapidamente qualsiasi mobilitazione.

Quindi al momento l’obiettivo più realistico per Gerusalemme è un altro: il progressivo indebolimento del regime iraniano, la degradazione delle sue capacità militari e il contenimento del rischio nucleare. Lasciare l’Iran in piedi ma più fragile, più isolato e meno capace di proiettare forza potrebbe essere un risultato sufficiente per Israele, anche in assenza di un cambio di regime.

Come osserva un approfondimento del New York Times firmato da David M. Halbfinger, la strategia di eliminare i vertici, uno dopo l’altro, porta con sé altri limiti strutturali difficili da aggirare. Dopo la morte di Khamenei, la transizione al figlio Mojtaba è avvenuta senza apparenti segnali di collasso istituzionale. Anche se con un grande asterisco: Mojtaba non è apparso ancora in pubblico e non sappiamo quali sono le sue reali condizioni, al momento, né dove si trovi.  La perdita dei vertici ha rallentato le decisioni e forse anche aumentato il rischio di errori, ma la capacità di sostituire rapidamente i leader e di mantenere attive le strutture chiave ha consentito al regime di continuare a funzionare e combattere. Per ora.

C’è anche un altro tipo di rischio, più sottile e forse più pericoloso, come ha spiegato su Linkiesta Carlo Panella. Eliminare Ali Larijani non significa solo togliere un uomo di potere, ma far saltare un equilibrio. Era il punto di contatto tra due mondi che in Iran convivono in tensione permanente: da una parte i Pasdaran, con la loro forza militare e il controllo reale del Paese; dall’altra il clero, che fornisce legittimità ideologica al sistema. Larijani teneva insieme questi due piani. Non era solo un decisore, ma un mediatore strutturale, uno di quei profili rari che sanno muoversi tra apparato militare, istituzioni e linguaggio politico verso l’esterno.

Non a caso il baricentro del potere si è spostato ulteriormente verso l’apparato militare. Le Guardie Rivoluzionarie, già centrali nella gestione della guerra e della sicurezza interna, hanno rafforzato il proprio controllo operativo, assumendo un ruolo ancora più diretto nella conduzione del conflitto. Se il regime iraniano sopravvive, anche indebolito, il vero parametro del risultato non sarà il numero di leader eliminati, ma il destino dei circa 440 chilogrammi di uranio arricchito ancora nel Paese. Un sistema colpito ma ancora in grado di controllare quel materiale potrebbe trarne una conclusione opposta a quella auspicata da Gerusalemme: non arretrare, ma accelerare. 

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