
Se si pensa al cognome Chávez a molte persone verrà automatica l’associazione con il dittatore venezuelano Hugo (parodiato da Fred Armisen al Saturday Night Show), che di luci e ombre ne ha parecchie ed è una figura da sempre controversa.
Solo chi ha frequentato i licei americani o conosce la cultura americana dall’interno o vive la California quotidianamente penserebbe invece subito a un più famoso Chávez locale; soprattutto i bambini che a ogni angolo si ritrovano una statua, un progetto da ritagliare, una fontanella al parco giochi, un molo alla scuola di vela, un murales colorato davanti al centro sportivo con la sua faccia.
César Chávez è una di quelle figure mitiche insegnate fin dall’asilo come gli “unsung heroes” americani. Come Madre Teresa, un’altra figura che col senno di poi non ne esce sempre benissimo dalla santificazione storica.
Marzo è un mese dedicato a Chávez anche se ironicamente sarebbe quello delle donne (ma perché si intreccia alle lotte dei sindacati, come minimo comun denominatore), proprio a quelle donne che ora stanno infangando la sua memoria accusandolo di crimini, atteggiamenti, inappropriati e violenze su minori.
Il New York Times ha dato voce alle accuse di molte donne, inclusa la sua partner politica Dolores Huerta. E in realtà già si sapeva che in quanto a femminismo Chávez non era un modello da seguire, avendo dato rilievo sempre agli uomini e mostrando un imprinting culturale problematico.
César Chávez è studiato obbligatoriamente in ogni Stato, anche in quelli repubblicani, verso i 15/16 anni, come si legge “Furore” o “Uomini e Topi” di John Steinbeck e “Il Buio oltre la Siepe” (a parte in casi di editti bigotti come in Florida), perché il mondo di Chávez è molto affine a quei libri ma anche per i suoi contributi alla rivoluzione agricola e alla storia messico-americana.
In California del nord, tutto ha lo stampo di Chávez. Il nome compare nelle aule di università, nelle scuole, nei club. Il parco più bello di Berkeley, fatto di colline con sei sfumature di verde e fiori selvaggi, che si aprono su un porto di barche a vela, si chiama appunto Chávez.
Se un parco giochi non si chiama Chávez si chiama Steinbeck e così via. I due si intrecciano molto e forse metaforicamente Steinbeck ha colto più nel segno nel riassumere la complessità del genere umano con i suoi romanzi sul Bene e sul Male. Si vive nel mezzo, nel malcontento che ha molto in comune con la “malora” di Beppe Fenoglio.
In epoche dove la gente si è schierata per condannare chi cerca di ri-contestualizzare la Storia, per abbattere statue con “culture wars” vecchie quanto quelle di Seneca ridotte a un banale “woke”, Steinbeck avrebbe risposto che «il tempo è l’unico critico privo di ambizione». Il tempo serve, non è solo una conseguenza del moralismo, aiuta a guardare le cose dall’alto e aiuta a sentire le voci di chi non può spesso parlare come le donne che subiscono violenze, che vengono violentate da ragazzine o poste in situazioni problematiche.
Quale è il protocollo da seguire quindi dopo le rivelazioni su Chávez? Riscrivere tutta la toponomastica della Bay Area? E della California? Anche perché c’è un elemento che cambia la posta in gioco: i file di Epstein. Solo un decimo di quelle email fa impallidire le accuse a Chávez. O perlomeno le mette alla pari. Ed è chiaro che all’elettore pro-Trump di questi file interessi poco, mentre lo tocca senz’altro di più la guerra in corso.
La sindaca di Los Angeles Karen Bass cancellerà il César Chávez Day sostituendolo col Farm Workers Day a fine marzo. Anche per i musei che si occupano della sua legacy, del suo lascito queste accuse sono incompatibili “con i valori dell’organizzazione” in particolare quelle sui minori.
Chávez aiutò migliaia di lavoratori agricoli migranti, quelli di quasi tutti i romanzi di Steinbeck per capirci, e il celebrarli era anche un modo per onorare i messico-americani che in luoghi come la California o l’Arizona, dove César è nato, sono i veri californiani, in una terra contesa fino all’altro ieri.
Così come il suo nome si intreccia alla counterculture di Arlo Guthrie, Joan Baez e del musicista Kris Kristofferson che dichiarò che Chávez era uno degli unici eroi sulla Terra, a comuni hippy e vegetariane come “La Paz”.
Insieme a poeti come Ishmael Reed, fa parte del genius loci di questi luoghi. César Chávez è un folk hero per eccellenza, di quelli che cantava Pete Seeger. Fu un sindacalista a capo delle Unions (sindacati) dei lavoratori agricoli californiani negli anni più caldi, strappando per loro diritti essenziali.
«Penso che mi piacerebbe scrivere la storia di quest’intera valle, […] mi piacerebbe farlo così che rappresentasse la valle del mondo». Nel 1933 Steinbeck cerca di riassumere addirittura la Bibbia e la Genesi con la “Valle dell’Eden” nella California centrale e del nord. Nei suoi vigneti, alberi da frutta e campi aridi o fruttuosi come Fenoglio e Calvino con le Langhe. «Un valico, e sotto c’è la bella vallata, sotto ci sono i vigneti e gli aranceti e le piccole case, e in lontananza una città. E… oh, buon Dio, è finita».
Chávez è parte degli Smithsonian’s, una istituzione storica dietro a musei a Washington, ed è descritto come «qualcuno che cambiò il mondo». La sua figura non è mai stata messa in discussione fino al 18 febbraio 2026, quando il New York Times ha pubblicato i primi dettagli di come ha assalito donne e ragazze, inclusa un mito dei diritti civili come Dolores Huerta con cui aveva fondato la United Farm Workers Association.
Si parla di dodicenni, e come nei dibattiti su Indro Montanelli il tempo non è incline a perdonare. Anche se a leggere caterve di mail simili tra Epstein, principi e presidenti non è detto che tutti si scandalizzino… e questo è un colpo al cuore per tutte le donne.
Negli anni 70, Chávez fu il promotore di una rivoluzione agricola nelle valli di Salinas mediando tra aziende e sindacati imperanti e promuovendo stili più umani e salutari. Nato a Yuma in Arizona nel 1927, era figlio di migranti, erano andati in Texas a fine 800. Possedeva una fattoria e una serie di business anche nel deserto di Sonora e nella North Gila valley. Era un prodotto della classe media messicana. Era soprannominato “Manzi” per il suo amore per la camomilla. Entrò nei marines a San Francisco e si devono a lui la National Farm Labor Union e lo sciopero dell’uva del 1947.
In Arkansas gli scioperanti crearono carovane attorno all’azienda DiGiorgio, mettendoli in ginocchio con Chávez a capo di una di queste carovane. Durante il Delano Grape Strike, uno sciopero con i lavoratori filippini, divenne famoso per il discorso in cui pronunciò la frase «sì, se puede», yes we can, e per la visita dell’allora senatore Robert Kennedy che mostrò all’America i campi di lavoro e le condizioni di vita degli agricoltori.
Si potrebbe riassumere tutto col fatto che le donne non hanno protezioni né a sinistra né a destra. Chávez aveva visioni piuttosto tradizionali e, contemporaneamente, il suo attivismo è stato molto efficace. Non è più così facile. Sarà strumentalizzato dalla destra, influenzerà curriculum scolastici in ogni Stato.
Di certo nell’epoca degli Epstein files, sarebbe una grande ipocrisia demolire l’immagine di un attivista e non condannare l’attuale governo. L’America è fatta di “unsung heroes” in realtà prevalentemente di sinistra fino agli anni 40/50. Si canta di chi viene giustiziato ingiustamente, i vari Sacco e Vanzetti, è raro che una canzone o un film o una poesia sia dedicata a qualche noioso bigotto e fino a Trump la destra rifiutava il culto della personalità preferendo una libertà senza interferenze pubbliche.
Anni fa tutti noi abbiamo scritto fiumi di inchiostro sulle statue di Colombo, le prospettive, le sfumature, i libri di Dahl, chi con più cecità di altri. Ora la vedo in modo un pochino più semplice… Steinbeck in “La valle dell’Eden” scrive: «I mostri sono, in grado maggiore o minore, variazioni rispetto al normale e all’accettato […] A un mostro è la norma che sembra mostruosa, perché ognuno è normale per se stesso. Per il mostro interiore la cosa deve essere ancora più oscura perché non ha qualcosa di visibile con cui fare un confronto. A un uomo nato senza la coscienza, un altro che abbia il peso di un’anima deve sembrare ridicolo. Per un criminale, l’onestà è sciocca. Non si deve dimenticare che il mostro è solo una variazione, e che per un mostro è mostruosa la norma».
A scuola si impara che tutti gli eroi sono problematici e la complessità rimane una virtù, ma la voce delle donne non va ignorata. Nella medicina ci sono ancora malattie poco ricercate perché si è ascoltato poco le donne, abortire è diventato più complesso negli Usa, gli Epstein files ci svelano scene al limite dell’impossibile, ma ci raccontano anche della banalità patriarcale.
Se Faust, Frankenstein e Ulisse si sono redenti in vita, se Woody Allen può essere spinto ai lati dei suoi film e si può giustamente scegliere di non dargli più soldi da vivente, il dilemma Chávez è più palese di quello su Cristoforo Colombo.
Non ci sono complesse reti di legami identitari con gli italo-americani, il senso dello spiegare gli esploratori come avventura, ma anche la tragedia della colonizzazione e i genocidi. Anzi, farà comodo solo ai repubblicani, che chiuderanno gli occhi su quante donne hanno accusato i loro eroi pur di eliminare Chávez dall’elenco dei buoni.
Forse Steinbeck avrebbe riassunto dicendo che «le leggi (i presidenti, le onde culturali ) cambiano, ma le cose giuste restano uguali». Forse il punto non è prendere in giro i giovani perché condannano un regista o cancellare qualcosa dal programma, ma dare strumenti per capirli e credere alle donne.
La cosa particolare di Chávez, al contrario dell’omonimo Hugo, è che non è una figura vista come di sinistra, ma solo come profondamente americana. Non c’è ideologia o chavismo: è il tizio che vedi appeso sopra i disegni dei tacchini nelle scuole pubbliche. Sicuramente si intreccia con quel patrimonio che la sinistra rivendica come patriottico, ma non è mai stato usato per dividere il Paese in due.
Quindi andrebbe cancellato da tutti i libri di testo? Sicuramente no. Andrebbe ripensato il suo insegnamento e magari affiancato a donne famose per valori simili? Sarebbe già meglio. È facile urlare, ma il sapere è constantemente ritessuto per evolversi e capire. Come diceva Steinbeck: «Abbiamo solo una storia. Tutti i romanzi, tutta la poesia, si reggono sull’infinita lotta, in noi, tra bene e male. E penso che il male debba essere continuamente ritessuto, mentre il bene, la virtù, sono immortali. Il vizio ha sempre un volto nuovo, giovane e fresco, mentre la virtù è venerabile più di ogni altra cosa al mondo».