La grande pauraMeloni, e il referendum sulla separazione della sua carriera da quella di premier

La leader della destra è scesa in campo per il Sì con un video di tredici minuti e il panorama di Roma alle spalle: ha preso atto che al Paese reale il quesito non interessa e punta tutto sul proprio appeal, ma facendo così accetta di personalizzare il voto e di pagarlo caro

Giorgia Meloni, 49 anni / LaPresse

Ha personalizzato il referendum. Pur con tutte le cautele del caso, Giorgia Meloni è uscita dal gruppo per andare a girare un video di tredici minuti con panorama di Roma alle spalle. «Votate Sì».

La premier è scesa in campo con fare suadente e stando al merito, un appello al «buon senso» in favore della «indipendenza dei magistrati» minacciata dall’eterno cappio della politica. «Votate Sì»: ve lo dice la presidente del Consiglio nonché capa della destra. Se ha sentito il bisogno di metterci la faccia come mai prima d’ora è evidentemente perché sente che il piano è inclinato e ha bisogno di una raddrizzata che solo lei può imprimere.

L’aria non pare favorevole al Sì – è la grande paura di palazzo Chigi e dell’entourage dei Fratelli compresa la sorella Arianna – qui serve Giorgia in formato famiglia, non quella delle vene gonfie dei palchi di Vox e Atreju ma la figlia del popolo che spiega la rava e la fava della riforma come quei siti che rispondono alle Faq, le domande più frequenti, qui ci vuole la leader rassicurante, pedagogica, la premier-fatina che spiega, semplifica, traduce il “latinorum” giuridico in messaggio semplice per tutti, una specie di tutorial politico per l’elettore medio.

Solo che lei non è il professor Augusto Barbera: governa il Paese. Dove finisca la disamina giuridica e inizi l’interesse politico è il problema di questo referendum. Quello che è chiaro è l’obiettivo del video meloniano: parlare agli indecisi o meglio svegliare chi è annoiato da questo dibattito sulle carriere dei magistrati, smuovere il mare magnum dell’Italia che segue, se le segue, le vicende della guerra o nemmeno quelle, che va a fare benzina con l’ansia del prezzo. Quell’Italia che alle ultime elezioni ha votato Fratelli d’Italia sperando che il Paese, dopo pandemia e populismo, ripartisse alla grande, e invece no, è sempre fermo ai box.

È all’Italia che si sveglia alle sette meno un quarto e cena nel tinello davanti a Sanremo che Meloni si rivolge, una volta lo chiamavano “il popolo di Silvio”, prima ancora “la maggioranza silenziosa”. Bisogna quindi andare in tv, inondare i social, perché un comizio non basta. Sente che dall’altra parte i “noisti” hanno fatto più o meno il pieno.

Hanno già politicizzato il referendum e fatto scattare il riflesso anti-Meloni pur sapendo che anche se vince il No il governo non si dimetterà. Lei a scanso di equivoci ha sentito il bisogno di ribadirlo: mi giudicherete tra un anno, alle politiche. Corretto. Ma la questione è diventata un’altra: è sul “come” ci arriverà, il governo, a quell’appuntamento, e da questo punto di vista la premier sa bene che il No non fermerà la sua macchina e però può ammaccarla. Se invece vince il Sì vince lei. Altrimenti non sarebbe scesa in campo. Ieri dunque la campagna ha preso una direzione più precisa, si è ulteriormente politicizzata. Per scelta sua. Non siamo al tragico errore di Matteo Renzi ma è inutile negarlo: dopo quei tredici minuti con le cupole di Roma sullo sfondo, il voto del 22 e 23 marzo non riguarda più soltanto le carriere dei magistrati. Riguarda anche quella di Giorgia Meloni. 

 

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