Un po’ alla Silvio Berlusconi, negli ultimi giorni di campagna elettorale Giorgia Meloni va ovunque. Nel tentativo (ingenuo?) di parlare a quei giovani ai quali del Csm interessa meno di zero, la premier sarà ospite di Pulp Podcast, il podcast di Fedez e Mr. Marra, in una puntata che andrà in onda giovedì 19 marzo alle 13. Le reti Mediaset non bastano: lei non fa audience malgrado (o forse a causa dei) soliloqui. Il punto è presidiare ogni spazio. Televisione, social, podcast: comunicazione come occupazione permanente del territorio. All’inizio della campagna non era così. Qualcosa vorrà dire se la presidente del Consiglio si è berlusconizzata. Forse fa bene, anche se lei non è certo Silvio Berlusconi.
Nel frattempo, a Roma, la sinistra va in piazza. Una grande piazza come Piazza del popolo. Non è il centrosinistra, e non solo perché non ci sarà Italia viva, ma è la sinistra nella sua versione più militante, più identitaria, più radicale.
Dice per esempio l’Arci, un tempo tranquilla organizzazione culturale, che «se ci liberiamo dalla cortina fumogena sulla separazione delle carriere, appare evidente il disegno di destra che fa parte di quello più ampio dei Re (i Kings), tecnocrati, miliardari, guerrafondai, che vuole il mondo governato dalla forza dei potenti e dalle guerre». Bum. Giuseppe Conte ha alzato molto i toni, ed Elly Schlein non ha potuto o voluto correggere questa impostazione da guerra fredda globale che dice molto dello stato emotivo di quell’area politica. Ma è pur vero che sta valendo tutto, persino l’idea che «con la vittoria del No saranno scarcerati gli stupratori» (Meloni).
Eccessi penosi e distruttivi da una parte e dall’altra. Invece è legittimo giudicare nel merito e basta. Ma vale anche giudicare in base a un’opinione politica, al famoso contesto. Vale ovviamente incrociare l’aspetto tecnico con quello politico. Vale che si pronuncino i giuristi. Ma pure gli artisti, gli attori, gli scienziati, i giornalisti. Chiunque. Vale per uno di sinistra votare Sì, vale per uno di destra votare No. Siccome vale tutto, e tutto è legittimo, suona profondamente sbagliato demonizzare le posizioni altrui. Anche perché se vince il Sì non verrà il fascismo, se vince il No non vinceranno i comunisti.
E infatti non è fascista il gran progressista Augusto Barbera che voterà Sì, e non è un bolscevico Mario Monti che voterà No. In fondo sta qui il bello del referendum. È molto serio chi valuta esclusivamente il merito della riforma Nordio, soprattutto chi non conoscendo la materia si è sforzato di capire di cosa si tratti. E infatti gli stessi esperti hanno idee diverse: non esiste una verità. Così come è ugualmente legittima l’idea di votare tenendo presente il contesto, cioè basandosi sulle conseguenze politiche del referendum.
Che succederà politicamente se vince il Sì? Nulla di devastante. Si rafforzerà il governo e personalmente la presidente del Consiglio che si sta spendendo molto per la causa. Ma in quale direzione? La cosa più probabile è che Giorgia Meloni, avendo ricevuto il conforto dell’elettorato (quello che sarà andato a votare, si capisce), sarà tentata di rafforzare il decisionismo autoreferenziale che ha connotato l’iter della riforma Nordio: cioè senza un vero confronto con l’opposizione. Il che potrebbe portare a un’anticamera autoritaria, alle mani libere di poter fare qualsiasi cosa. Non è un esito scontato, ma molto probabile. Anche perché il governo si troverebbe di fronte un centrosinistra ancora battuto e certamente più nervoso e litigioso al suo interno: a chi infatti verrebbe attribuita la sconfitta?
Nel tratto finale della legislatura dunque il Sì fornirebbe una grande quantità di benzina a una macchina governativa che è in panne, dall’economia alla politica estera. Mentre una vittoria del No ovviamente avrebbe conseguenze opposte. Rappresenterebbe un cazzotto nell’occhio della presidente del Consiglio. E forse provocherebbe qualche caduta di teste, magari dentro il Ministero della Giustizia di via Arenula.
Finora la campagna del centrodestra ha evitato di politicizzare il voto di domenica e lunedì. Vedremo se sarà stata una scelta giusta. Ma la scesa in campo di Meloni denota il timore che il famoso merito non basti. Non mobiliti l’Italia profonda dove si rintana lo zoccolo duro della destra. Se vuole portare i suoi elettori ai seggi, negli ultimi giorni Meloni dovrà in qualche modo drammatizzare lo scontro politico. Che è poi la scelta che la sinistra ha fatto sin dall’inizio.
Interpretando il referendum come occasione per ridimensionare il governo e bloccarne il disegno generale – il premierato e il resto. Se vince il No, si rafforza Elly Schlein ma anche Giuseppe Conte. Da questo punto di vista, saremmo punto e daccapo. Quanto agli effetti giuridici e pratici della vittoria del Sì o del No la discussione è aperta. Il cittadino medio probabilmente non ha maturato una posizione definita, ed è per questo che, nella nebbia della dottrina, alla fine, la scelta politica sarà decisiva.