
Ci sono voluti quarantatré anni perché la Procura di Roma mettesse nero su bianco ciò che per troppo tempo è rimasto sullo sfondo: l’attentato alla Sinagoga del 9 ottobre 1982 non fu un episodio isolato, ma parte di una strategia terroristica internazionale riconducibile all’organizzazione di Abu Nidal. Il comunicato diffuso oggi dalla Procura di Roma chiude formalmente le indagini nei confronti di cinque soggetti, tutti legati alla rete del gruppo palestinese, ritenuti corresponsabili dell’attacco che uccise il piccolo Stefano Gaj Taché e ferì oltre quaranta persone.
Si tratta di Abou Zayed Walid Abdulrahman, 68 anni, detenuto in Francia per la strage del 1982 di Rue des Rosiers a Parigi; Abed Adra Mahmoud Khader, 71 anni, cittadino palestinese residente in Cisgiordania; Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, 74 anni, di origine palestinese residente in Giordania; Hamada Nizar Tawfiq Mussa, 65 anni, anch’egli residente in Giordania; e Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman, 66 anni, di origine palestinese residente in Giordania. Secondo la Procura, avrebbero agito in concorso con altri membri dell’organizzazione Abu Nidal oggi deceduti: Alhamieda Rashid Mahmoud, noto come Fouad Hijazy, Maher Said e Al Awad Yousif, alias Arabe El Arabi Tawfik Gamal. Un’azione condotta con modalità militari: bombe a mano e raffiche di mitra contro fedeli in uscita dal Tempio Maggiore.
Il dato più rilevante non riguarda tanto i nomi, quanto la struttura dell’operazione. La magistratura ricostruisce una catena operativa articolata, che comprende decisione, pianificazione, logistica ed esecuzione. Non un gesto estemporaneo, ma un’azione inserita in una campagna terroristica più ampia.
Le nuove indagini, riattivate anche grazie a elementi emersi in Francia e sviluppate in cooperazione con l’antiterrorismo di Parigi, collegano direttamente l’attentato di Roma con quello al ristorante ebraico Goldenberg del 9 agosto 1982. Stessa organizzazione, stesso schema, stesso obiettivo: colpire civili ebrei in Europa.
La Procura parla di convergenze oggettive e soggettive tra i due attentati. In sostanza, una regia comune e una rete operativa condivisa. Un passaggio che ridefinisce il quadro di quegli anni e inserisce definitivamente l’attacco di Roma dentro una strategia internazionale.
Resta però una questione politica che il comunicato non affronta: come sia stato possibile che un’organizzazione come quella di Abu Nidal operasse in Europa e in Italia, con questa capacità. Negli anni Ottanta il terrorismo palestinese non era un fenomeno marginale, ma una presenza strutturata nel continente. L’Italia, per ragioni geopolitiche e scelte politiche, era un terreno particolarmente esposto. Il tema del cosiddetto «lodo Moro» resta sullo sfondo, mai chiarito fino in fondo, ma inevitabile quando si parla della libertà di movimento di queste organizzazioni sul territorio italiano.
C’è poi un elemento che riguarda la giustizia. Uno dei responsabili già condannati, Osama Abdel Al Zomar, è latitante da decenni. Gli altri indagati oggi hanno tra i 65 e i 74 anni, alcuni risultano deceduti. Il procedimento, se arriverà a processo, avrà inevitabilmente un valore più ricostruttivo che sanzionatorio.
Questa chiusura delle indagini, però, restituisce una cornice chiara e pone parzialmente fine ad una ferita lunga decenni e ad uno degli attacchi più gravi avvenuti in Italia nel dopoguerra. Obbliga inoltre a collocare l’attentato alla Sinagoga nel contesto del terrorismo internazionale, non più come episodio isolato, ma come parte di una strategia più ampia.