
Una giuria negli Stati Uniti ha stabilito che Meta e YouTube sono state negligenti nella progettazione delle loro piattaforme, in una decisione potenzialmente storica per il settore dei social media. Il caso riguardava una giovane donna, oggi ventenne, che aveva accusato le aziende di aver sviluppato prodotti con caratteristiche capaci di creare dipendenza e di aver contribuito a problemi di salute mentale come ansia e depressione. Secondo il New York Times, la giuria ha concluso che le due società «hanno danneggiato una giovane utente con caratteristiche di design che creano dipendenza e hanno portato a sofferenza psicologica».
Meta e YouTube sono state condannate a pagare complessivamente tre milioni di dollari di risarcimento per danni, con Meta responsabile per il settanta per cento della somma. La giuria dovrà ora decidere se imporre ulteriori danni punitivi.
Il procedimento è uno dei tanti avviati negli ultimi anni contro le grandi piattaforme digitali, accusate di aver progettato servizi in grado di trattenere gli utenti il più a lungo possibile. La causa si concentrava in particolare su elementi come lo scroll infinito e le raccomandazioni algoritmiche, che secondo l’accusa avrebbero contribuito a creare comportamenti compulsivi. Il New York Times scrive che il caso sosteneva una tesi nuova: cioè che «le piattaforme social possano causare danni personali» attraverso il loro design.
La decisione potrebbe avere conseguenze più ampie. Il verdetto arriva infatti in un contesto in cui migliaia di cause simili sono state presentate da adolescenti, scuole e autorità pubbliche contro diverse aziende tecnologiche. Secondo il New York Times, questa sentenza «potrebbe aprire la strada a nuove cause» e aumentare la pressione sulle piattaforme perché modifichino il funzionamento dei propri prodotti.
Alcuni osservatori hanno paragonato queste azioni legali a quelle intentate in passato contro l’industria del tabacco, quando le aziende furono accusate di aver creato prodotti dannosi e di averne nascosto i rischi. «È una svolta perché convalida una nuova teoria secondo cui il design di una piattaforma può essere un prodotto difettoso», ha detto l’avvocata Kimberly Pallen, citata dal quotidiano statunitense.
Le aziende coinvolte hanno contestato la decisione. Una portavoce di Meta ha dichiarato che la società «non è d’accordo con il verdetto» e sta valutando le opzioni legali.
Secondo diversi esperti, è ancora presto per capire se questa sentenza rappresenterà un punto di svolta paragonabile ai casi contro il tabacco. Ma potrebbe essere un primo passo in quella direzione. Come ha spiegato il giurista Clay Calvert, «la strada è ancora lunga, ma questa decisione è piuttosto significativa»: una serie di verdetti simili potrebbe costringere le aziende a ripensare il modo in cui progettano le piattaforme e distribuiscono i contenuti, soprattutto ai più giovani.