
Finalmente ci siamo. Al termine di questa settimana voteremo e ci lasceremo finalmente alle spalle un’orrenda campagna referendaria, che per quanto mi riguarda è stata resa molto più interessante, almeno qui sopra, sia dalle adesioni sia dalle critiche raccolte dal mio semiserio appello per un No garantista, di cui ringrazio i lettori. Tra le critiche, non sorprendentemente, anche qui si è fatto sentire il ritornello principale del fronte del Sì, secondo cui i contrari alla riforma non starebbero mai al merito, non essendo capaci di indicare un solo articolo dal quale si ricaverebbero tutte le disastrose conseguenze da loro paventate. Per quanto ripetuta infinite volte, questa resta però un’obiezione falsa, che si potrebbe smentire subito, semplicemente citando le puntuali osservazioni di Marco Boato, da sempre favorevole alla separazione delle carriere e protagonista dell’ultimo tentativo di riforma costituzionale della giustizia condivisa tra maggioranza e opposizione, ai tempi della Bicamerale D’Alema. Osservazioni cui si potrebbero aggiungere le non meno puntuali notazioni di Cataldo Intrieri (qui e qui), osservatore talmente imparziale che a votare non andrà neppure. Il punto però è che quell’obiezione, prima che falsa, è soprattutto fuorviante. Perché è del tutto ovvio, inevitabile e anche giusto che il referendum non sia semplicemente un voto sul merito della riforma (semmai sul demerito dei suoi promotori).
Altrettanto stucchevole è la diatriba sul peso relativo del testo e del contesto, che è l’altra faccia della lamentazione sulla presunta mancanza di critiche di merito. Non serve addentrarsi nelle filosofiche sottigliezze del circolo ermeneutico e del pensiero di Hans Georg Gadamer per capire che il significato del testo è dato anche, sempre e inevitabilmente, dal contesto, e viceversa. Tanto più in politica. È anche una questione di responsabilità, o per meglio dire di etica della responsabilità: siamo responsabili delle conseguenze concrete delle nostre scelte, e non semplicemente delle nostre buone intenzioni nel seguire il galateo del bravo elettore che si attiene al merito del quesito referendario. Tanto più nel momento in cui sono gli stessi vertici del governo a dichiarare candidamente quale sia l’interpretazione autentica delle norme e come intendano usare l’eventuale vittoria referendaria.
Senza dimenticare che quando la presidente del Consiglio va in tv a dire che un certo indagato deve essere incriminato per omicidio volontario, come ha fatto a Torino, e quando i partiti di maggioranza su questo e altri mille casi fanno i manifesti, ebbene, questa non è una semplice esagerazione propagandistica che possa essere equiparata alle esagerazioni propagandistiche uguali e contrarie del fronte del No, queste non sono semplici parole, qui siamo davanti a un fatto, a un esempio evidente di quella deriva orbaniana che è già in atto e che dal referendum può ricevere uno stop o al contrario un incoraggiamento (ma sul punto mi sono già ampiamente diffuso qui, dunque non mi ripeto). Mi pare sia questo anche il succo del ragionamento svolto da Mario Monti nella sua intervista di oggi al Corriere della sera, in particolare quando dice che voterà domandandosi: «Questa riforma della giustizia quali effetti avrebbe sullo stato di diritto, nel momento storico che stiamo vivendo?». E la sua risposta – che è anche la mia – è che lo indebolirebbe, motivo per cui voterà No.
E infine, sul serio, ci vuole proprio l’ingenuità di un bambino per credere a Giorgia Meloni quando dice che chi vuole mandarla a casa potrà farlo alle elezioni dell’anno prossimo, dopo avere serenamente votato Sì, come ripetono persino tanti esponenti della sinistra schierati per la riforma, come se non sapessero quello che sappiamo tutti, e cioè che ovviamente una vittoria al referendum renderebbe le probabilità di rielezione di Meloni notevolmente più alte. Si potrà naturalmente e legittimamente dire che questo fatto non ci piace, che così non dovrebbe essere, che il referendum non dovrebbe confondersi con un voto sul governo, ma non si può negare che intanto le cose stanno proprio così, e soprattutto non possono lamentarsene proprio i sostenitori di quel sistema maggioritario che è esattamente il motivo per cui le cose stanno così (ma anche questa è una tesi che ho già argomentato qui, quando ero ancora deciso a non andare a votare, dunque non ci torno).
Del resto, gli stessi che accusano il fronte del No di non stare al testo della riforma per parlare solo del contesto, un minuto dopo usano l’argomento secondo cui una vittoria del No renderebbe impossibile ogni futura riforma per generazioni, consentendo alla magistratura di invocare il consenso popolare ottenuto dalla consultazione per continuare come e più di prima a esorbitare dal proprio ruolo. Argomento serissimo, che però, con ogni evidenza, non si riferisce al testo della riforma, ma al contesto. Come è giusto che sia. Insomma, alla fine si tratta semplicemente di scegliere tra due mali, e cioè tra il rischio di una deriva orbaniana e la conferma dell’attuale, e annosa, deriva giustizialista (motivo per cui ho a lungo pensato di non votare affatto). La verità è che il sincero garantista, qualunque cosa decida di votare, può essere certo sin d’ora che ne uscirà comunque sconfitto.
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