Yehuda Rosenthal non aveva nulla da festeggiare, era venuto al molo 59 per uccidere l’uomo che gli aveva rovinato la vita. «Voglio ammazzarlo nel momento stesso in cui sbarca a New York» aveva ripetuto a se stesso tutta la notte precedente, «davanti ai fotografi: il mondo intero deve vedere nei suoi occhi la vergogna e la paura.» Aveva passato gli ultimi dodici anni in galera prima di essere scagionato dall’accusa di aver ucciso una miliardaria di nome Beryl Beaumont e averla derubata di un preziosissimo diamante. Il procuratore che lo aveva fatto condannare si chiamava Henry Widmark e si doveva a lui se nel suo caso non ci fossero innocentisti e colpevolisti, ma chi voleva la condanna all’ergastolo e chi auspicava invece la pena di morte. I giornali di Hearst avevano sposato completamente la sua tesi, sottolineando che la vittima, vedova di un industriale dell’acciaio, era “una discendente dei padri pellegrini della Mayflower, ammirata in città per la generosità con cui si prodigava in opere di beneficenza”, mentre Rosenthal “un ebreo disposto a tutto”.
«La fragilità di chi si trova improvvisamente sola l’ha spinta tra le sue braccia» aveva spiegato il procuratore, «ma presto sono venute a galla le differenze di educazione e di classe, e Beryl Beaumont ha cercato di abbandonarlo. Il signor Rosenthal aveva il terrore di veder svanire il suo progetto di scalata sociale, e ha strangolato questa donna straordinaria, appropriandosi del suo diamante più prezioso.» Poi aveva concluso: «Il signor Rosenthal è pieno di un livore che nasce dall’invidia sociale: lui i diamanti li taglia per mestiere, non può certamente permetterseli…».
Nulla di tutto ciò era lontanamente vero, ma Widmark sapeva quali corde toccare con i dodici giurati, tutti rigorosamente WASP, e i suoi argomenti si rivelarono infatti efficacissimi. Era un uomo timido e schivo, Yehuda, che non faceva vita mondana: frequentava solo il fratello Abram, il quale lo incoraggiava ad afferrare le opportunità offerte dal nuovo mondo, era stato lui a convincerlo a trasferirsi in America. Si era trovato a un ricevimento di Beryl Beaumont per caso e l’unica sua colpa era stata quella di non farsi accompagnare dalla moglie Leah, rimasta ad accudire Avital, la figlia di due anni che da qualche giorno aveva una febbre che non andava via. Era stata Leah a spingerlo ad andare al ricevimento, non capitava tutti i giorni di essere ammessi in un ambiente così esclusivo. Ed era stata lei a trascinarlo all’inaugurazione della mostra di Winslow Homer, sebbene ignorassero entrambi chi fosse. «È inutile vivere a New York senza godere di quello che offre la città» gli aveva detto, e si era presentata con una buona dose di sfrontatezza sia all’artista che alla Beaumont, la quale li aveva invitati al ricevimento per quel misto di noia e snobismo che hanno i troppo ricchi nei confronti di ogni novità.
Leah lo aveva accompagnato a procurarsi uno smoking, da quel momento in poi ne avrebbero avuto bisogno, rinviando l’acquisto del suo abito lungo al prossimo invito: il denaro sarebbe arrivato, ne erano certi. Glielo aveva detto anche Abram, felice che iniziassero a frequentare la buona società americana, lui ne aveva fatto lo strumento per costruire il futuro. Tornato a casa dopo il ricevimento, Yehuda aveva raccontato a Leah la serata nei minimi particolari: l’abito di seta turchese di Beryl Beaumont, l’acconciatura neoclassica e l’incredibile diamante, perfino lui non ne aveva mai visto uno così grande e splendente.
Poi le aveva descritto l’enorme lampadario di vetro di Murano al centro del salone, i candelabri d’argento provenienti dal Messico, le pietanze dal nome francese, i maggiordomi in livrea e i segnaposto vergati con calligrafia raffinatissima, nei quali aveva scorto i nomi Vanderbilt, Stuyvesant, Guggenheim, Whitney, Frick, Carnegie, Astor e Morgan. Tra gli invitati c’era anche Winslow Homer e uno scrittore che amava molto l’Europa: non ne aveva riconosciuto il nome, ma doveva essere importante perché Beryl Beaumont era orgogliosa di averlo come ospite, e quei ricconi lo ascoltavano rapiti. Leah si era messa a ridere quando Yehuda aveva descritto lo sguardo con cui tutti, compresa la servitù, avevano accolto il figlio del ciabattino di Lublino con lo smoking acquistato poche ore prima. E al termine del racconto si erano chiesti come si esprimesse la gratitudine in occasioni come quelle: un biglietto, dei fiori, un piccolo regalo. Una discussione del tutto inutile, perché il giorno dopo rimasero sconvolti alla notizia dell’omicidio della vedova Beaumont. «Non saprei neanche a chi inviare le condoglianze» disse Yehuda, senza immaginare che una settimana dopo avrebbero arrestato proprio lui per quel delitto. Quando vennero a prelevarlo, trovò una folla inferocita che lo aspettava davanti al portone per linciarlo: i giornali di Hearst avevano cominciato a dipingerlo come l’assassino sin dal giorno prima.
Non c’era alcuna prova contro di lui e non venne mai trovato il diamante, ma Widmark aveva capito perfettamente che Yehuda Rosenthal era un colpevole ideale, e che il caso Beaumont avrebbe lanciato la sua carriera. Riuscì a trasformare le proprie congetture in indizi inconfutabili, mentre i giornali infiorettavano le sue tesi…

Tratto da “Una mattina gloriosa”, di Antonio Monda, Mondadori, 2026, 18,05€, 228 pagine