
“Centristi di tutto il mondo, unitevi!”, dice anzi implora il prossimo libro (esce a marzo) di Adrian Wooldridge, veterano dell’Economist e gran biografo della Right Nation americana, di fronte ai tempi impazziti che stiamo vivendo e allo sconquasso della nostra epoca.
Il mondo è guidato da due populismi, uno di destra e uno di sinistra, che spesso però si confondono e si sovrappongono in quello che qui da anni chiamiamo bipopulismo, essendo inscindibili l’uno dall’altro. Basta vedere la coincidenza di interessi e di obiettivi tra la destra estrema di Matteo Salvini, i demagoghi grillini e la sinistra moderata e non solo radicale sulle questioni esistenziali del nostro tempo, come la reazione passiva sia all’attacco russo all’Europa sia al disimpegno americano nella difesa del continente.
Il populismo di governo è per definizione autoritario, ma la grande novità è che le sue spinte dispotiche si saldano con gli interessi degli oligarchi digitali, sia quelli nati nella bolla libertaria della Silicon Valley sia quelli cresciuti a pane e apartheid sudafricano. Entrambi sono finiti a omaggiare di prebende il boss della Casa Bianca in cambio della protezione del loro modello di business basato sull’intrappolamento degli utenti, cioè noi, dentro una «Skinner box» virtuale, una di quelle gabbie da esperimenti per topi grazie alle quali gli scienziati sono in grado di anticipare le scelte delle cavie e addirittura di determinarle in base agli stimoli trasmessi.
Timidamente e tardivamente i democratici americani e le istituzioni europee hanno provato negli anni di Biden a regolamentare questo modello di business perverso e diabolico, ma il risultato è stato quello di convincere gli oligarchi digitali a sostenere tutte le destre eversive del pianeta pur di difendere le loro creature.
Gli oligarchi digitali sono il bancomat dei populisti autoritari e se ne infischiano degli allarmi sull’indebolimento della democrazia liberale, sull’annientamento del lavoro umano, e sullo sbriciolamento del discorso pubblico, anche perché sono sempre più interessati a inseguire in modo narcisistico utopie post-umane fondate sull’uso della tecnologia volta a superare i limiti biologici umani.
Questa improbabile alleanza tra populisti, autocrati e miliardari dell’Internet, tutti privi di scrupoli, regole, ideali, inibizioni e pudore, detta l’agenda politica odierna, contribuendo a restringere la sfera dei diritti e gli ambiti di libertà della società aperta.
Le autocrazie, così, diventano un modello di riferimento istituzionale fino a qualche tempo fa impensabile; le democrazie affondano inconsapevoli al suono dell’orchestrina del Titanic, composta da distratti e da ottimisti incapaci di percepire i danni causati dall’impatto con l’iceberg; l’ordine mondiale va in frantumi, e i leader liberal di destra e sinistra sono per lo più sconcertati o spaventati, senza idee.
Solo Emmanuel Macron e qualche altro statista di rilievo in giro per l’Europa, da Donald Tusk in Polonia a Mette Fredirksen in Danimarca, oltre ovviamente a Volodymyr Zelensky e a Mario Draghi, hanno perfettamente chiaro che cosa sta succedendo al mondo come lo conosciamo da otto decenni, e non hanno paura di dirlo.
Ciascuno di loro prova, con esiti alterni e numerosi contraccolpi interni, a contenere l’imperialismo russo, la mafiosità della Casa Bianca, e lo sbriciolamento della società civile operato dagli ingegneri del caos e dai predatori digitali (copyright Giuliano da Empoli).
L’impegno di pochi responsabili e volenterosi ovviamente non basta di fronte a questo movimento tellurico epocale, anche perché servirebbero nuove idee, nuove visioni e nuove soluzioni che non siano la pigra riproposizione dei gloriosi modelli blairian-clintoniani di trent’anni fa, e tantomeno di quelli precedenti e già superati negli anni Novanta e che pure oggi tornano di moda da Zohran Mamdani a New York ai nostalgici italiani del Pds, quasi volessero rigiocare a tempo scaduto e con regole antiquate una partita di un’epoca ormai archiviata.
Il paradosso, e forse anche la speranza, è che sono proprio questi leader liberal, o meglio: i loro predecessori, quelli che hanno immaginato, alimentato e realizzato lo straordinario progresso degli ultimi trent’anni in termini di avanzamento democratico e di diffusione del benessere anche in zone del pianeta che sembravano irraggiungibili. Sono loro, i liberali democratici, ad aver sconfitto due volte in mezzo secolo i totalitarismi del Novecento, e ad aver liberato decine di milioni di persone.
Possibile che oggi non siano in grado di lanciare una riscossa intellettuale, culturale e sociale degna di una proposta politica alternativa? Quando capiranno che bisogna smettere di inseguire i populisti, gli oligarchi digitali e i sensali del caos e finalmente superare le divisioni narcisistiche interne per rimboccarsi le maniche e salvare la società libera e democratica dai suoi nemici interni ed esterni?
Wooldridge scrive che i liberali, sia nell’accezione classica europea sia in quella progressista americana, hanno ancora il potere di salvare il mondo, ma solo se riscopriranno la genialità perduta delle loro idee, riadattandole ai tempi.
Un’agenda equidistante dai due populismi e alternativa a quello che c’è oggi in campo passa necessariamente da una forma di critica radicale al capitalismo digitale che spadroneggia con la sua posizione dominante sul mercato delle idee e del lavoro, manipolando le coscienze, aprendosi agli attacchi di agenti esterni, e diffondendo disinformazione. Un’agenda liberaldemocratica che torni di nuovo egemone non può fare a meno di sostenere senza alcuna esitazione i difensori della democrazia e dei diritti civili in Ucraina, in Georgia, in Iran e a Minneapolis.
So che è fantascienza, soprattutto nell’Italia a trazione maggioritaria, ma per sconfiggere populisti, autocrati e oligarchi non vedo possibile una soluzione diversa da quella di unire le forze non solo liberali e centriste, come suggerisce Wooldridge, ma anche quelle repubblicane e costituzionali, fino a formare una nuova alleanza parlamentare capace di disarticolare gli attuali poli a trazione populista che oggi tengono insieme artificialmente tutto e il contrario di tutto, col risultato che a prevalere, come nei pozzi neri dei social, sono sempre le forze che puntano sulla rabbia e sul risentimento.
So benissimo che non accadrà mai che l’ala responsabile del Pd e quella omologa di Forza Italia, assieme ai centristi e ai liberali e a tutti quelli con la testa sulle spalle, si metteranno insieme come fanno già nelle istituzioni europee per difendere lo stato di diritto dai predatori vecchi e nuovi.
Ma immaginate che cosa potrebbe succedere se potessimo eleggere il nuovo Parlamento con una legge elettorale proporzionale pura, come quella che nel 1948 ci ha consentito di mettere alle spalle la tragedia del fascismo. Uno scenario in cui ciascuno va per conto proprio, e poi si trova tutti insieme un modo coerente di governare in Parlamento. Pensate alla scomposizione dei poli attuali e a un’eventuale ricomposizione dettata dalle idee, e non dalla convenienza elettorale.
Forse si potrebbe anche smettere di considerare ineluttabile la deriva autocratica e di giudicare irrimediabile lo smarrimento.