
Siamo in un remoto villaggio del nord est dell’Iran, immerso nel deserto e lontano da ogni tentazione urbana, dove non si parla il farsi, ma il turco azero, uno di quegli angoli di mondo sepolti nelle pieghe del tempo. Qui una donna coraggiosa, complice una motocicletta, si trova a combattere contro le più ataviche tradizioni patriarcali che tengono in ostaggio la popolazione femminile.
Il suo nome è Sara Shahverdi, divorziata e single per convinzione, ex ostetrica che ha al suo attivo la nascita di quattrocento bambini solo nel suo villaggio, dove le ragazze vengono tolte presto da scuola, e obbligate a sposarsi a undici anni. Siamo lontanissimi dalla Teheran delle ragazze moderne ed emancipate delle università, che si tagliano i capelli dopo l’omicidio di Mahsa Amini e scendono in piazza contro il regime rischiando la morte, urlando «Donna, vita, libertà», accompagnate dal sostegno dei loro compagni maschi.
Qui Sara in questo spazio dimenticato dalla Storia, è un essere umano consapevole della sua diversità, cresciuta da un padre che, desiderando un maschio, si rivolge alla sua piccola figlia regalandole le libertà che solo a un maschio vengono concesse. Ad esempio insegnandole a guidare una motocicletta.
Le scene di Sara che sfreccia con la sua vecchia Honda, vestita da uomo con cappellino da baseball in testa, nel paesaggio desertico, più che al recente cinema iraniano e il suo realismo poetico, sono immagini ispirate a quelle di una grande artista, Shirin Neshat, esule iraniana a New York, che sui corpi femminili del suo Paese d’origine ha scritto veri e propri poemi di struggente attualità.
La motocicletta è solo un piccolo dettaglio di una educazione sentimentale che renderà Sara, unica e diversa, in una famiglia estesa di nove tra sorelle e fratelli. Nel documentario di Sara Khali e Mohammadreza Eyni, “Cutting Through Rocks”, nella cinquina dei candidati all’Oscar per il miglior documentario 2026, si seguono le mosse di questa donna attraverso la sua battaglia per vincere un seggio al consiglio comunale, già di per sé un fatto incredibile, e tutto quello che ne consegue: portare il gas alle famiglie, pianificare un parco, avere a che fare con tutto l’armamentario patriarcale che non concede ad esempio alle donne di condividere la proprietà della casa con il marito.
E nel tempo libero portare un gruppo di giovani ragazze a imparare a guidare la motocicletta, per un assaggio di quella libertà negata, magari nel tentativo di stuzzicare in loro la ribellione a un destino già scritto. Un lavorio quotidiano che è come scalfire la roccia, giorno dopo giorno.
Il lavoro della coppia di registi invece, durato anni di convivenza sul posto, è di portarci dentro questo mondo a noi sconosciuto, illuminandolo con discrezione e facendo leva sulla grande energia della protagonista nel mettere a segno piccole vittorie dentro la sua comunità. Niente di idilliaco, nessuna retorica, ogni gesto ampiamente ripagato personalmente con ostilità, emarginazione, e pubblica condanna delle istituzioni.
Eppure capace di suscitare la meraviglia per questa vita silenziosa ma potente. «Un piccolo passo è abbastanza» dice Sara, ed è la sintesi finale di un percorso dentro la roccia dura di un sistema inscalfibile. Tanto cinema iraniano recente ci ha abituato a un modo di interpretare la vita quotidiana sotto il regime, senza accenti e clamori, seppur tagliente come solo una fiction realizzata da registi osteggiati in patria può essere, ne è un esempio il fenomenale “Un semplice incidente”, di Jafar Panahi. La vita vera ripresa metodicamente da un documentario come questo aggiunge ancor più sostanza a un mondo che ci appare solo in occasioni dirompenti, come l’attualità di questi giorni.
C’è voluto molto tempo e una precisa divisione dei compiti tra Sara, la regista e il discreto direttore della fotografia, per penetrare nelle pieghe nascoste del villaggio, in quell’intreccio oscuro tra tradizioni ataviche e islamismo che ha plasmato ogni regola di convivenza. Solo una presenza femminile dietro la cinepresa poteva accedere agilmente alle riunioni delle donne o agli incontri nelle classi femminili, mentre Mohammadreza, originario della regione, ha potuto comunicare attraverso la sua lingua madre, il turco azero.
Una coppia di registi che al cinema sono arrivati grazie agli studi negli States, Sara all’Università del Maryland, Baltimora, Mohammadreza allievo del Tribeca Film Institute, e alle occasioni produttive che il mercato americano offre, anche alle piccole realtà come questa. Che non a caso spesso si realizzano attorno a quel grande polo del cinema indipendente che è il Sundance, a cui accedere per avere dei grants, come in questo caso, o per venire catapultati sulla scena mondiale, per un premio prestigioso. “Cutting Through Rocks” ha vinto il Gran Premio della Giuria del Sundance nel 2025, e in attesa degli Oscar, è in sala da noi solo per qualche giorno col titolo “Scalfire la roccia”.