Balla, balla, ChalacosoTimothée Chalamet, l’economia dell’elemosina e l’arte di saper cercare la polemica

Il protagonista di “Marty Supreme” ha detto più volte che non finirà mai a fare cose come il balletto o la lirica che non interessano a nessuno, ma solo quando finalmente la sua frase ha avuto milioni di visualizzazioni è scattata l’indignazione generale... e lui ha vinto

Timothée Chalamet in Marty Supreme / courtesy of I Wonder

«È triste che le parole di Chalamet confermino il ruolo della danza classica nella cultura popolare: la ragione per cui i giornali questa settimana stanno parlando di danza classica è che ne ha parlato una persona famosa. Se un ballerino dicesse che i film non sono rilevanti, sarebbe un albero che cade nella foresta». Queste righe vengono da un editoriale del New York Times, e non importa che sian tutte sbagliate: importa solo che Chalamet ha vinto.

Timothée Chalamet ha trent’anni, una fidanzata figlia della madre delle Kardashian, Kylie Jenner, un curriculum di film che perlopiù non abbiamo visto, e la dichiarata determinazione a vincere l’Oscar per “Marty Supreme”, che mi dicono tutti essere molto bello ma che non ho visto perché, come tutti voi, vivo nel 2026, un anno in cui andare al cinema è un’eventualità eccezionale che richiede motivazioni ben più solide di «il tizio di questo film sul ping pong forse vince l’Oscar». Da giorni Chalamet – il cui nome ci ho messo anni a imparare, l’ho chiamato per almeno dieci anni Chalacoso, per dire quant’è rilevante il nuovo star system cinematografico – è su tutti i social e su tutti i giornali per una ragione che ora vi spiego alla lettera, ma la cui lettura letterale non è rilevante.

È su tutti i giornali perché, in una conversazione pubblica con Matthew McConaughey, si è detto contrario all’economia dell’elemosina.

A un certo punto della conversazione tra i due attori – prodotta da Variety e dalla Cnn, e che come tutti voi non ho guardato, perché dura un’ora e dieci, e nel 2026 la soglia d’attenzione si ferma a quindici secondi o giù di lì – Chalacoso dice queste parole: «Non voglio lavorare nel balletto o nell’opera lirica o in un’altra di queste cose in cui devi supplicare la gente di tenerti in vita anche se a nessuno importa niente, con tutto il rispetto per il balletto e l’opera, e adesso avrò perso pubblico per un totale di 14 centesimi di dollaro».

Il vantaggio di non essere italiano è che puoi parlare dei settori culturali che vivono di finanziamenti caritatevoli senza che quei settori includano il cinema, e quindi non accorgerti di quanto sia sbilenco il tuo discorso. Neanche quando arrivi a «a nessuno importa niente», che è una definizione che ormai include tutto: il mio articolo, il podcast in cui era Chalacoso, il cinema, la letteratura, l’opera lirica, la televisione. Niente ha più alcuna gravitas.

La ragione per cui io o voi sappiamo che Chalacoso ha detto questa cosa nonostante figurarsi se appaltiamo ai suoi penzierini un’ora e dieci del nostro tempo è che un giornalista dell’Hollywood Reporter ha ritagliato i venti secondi in cui dice queste frasi, e le ha rese potabili per l’era dei pezzettini.

Il giornalista ha tredicimila follower. Il video, solo nella versione postata da lui su Twitter (o come si chiama ora) e senza contare l’infinità di gente che l’ha ripreso, ha avuto, dal venerdì in cui l’ha pubblicato al lunedì pomeriggio in cui scrivo questo articolo, 52 milioni di visualizzazioni.

Tra i commenti, segnalo la lucidità di Boy George (sì, quel maschio che si metteva l’ombretto azzurro negli anni Ottanta, quando non avevamo ancora deciso d’essere prescrittivi e di fare di ogni uomo che si trucca una questione codificata dai codici di legge): «Non siamo fatti per parlare così tanto». Così tanto, così di tutto. Ma la mozione Boy George viene archiviata, e le ciance di Chalacoso danno la stura ai tre giorni di maggior vivacità culturale dell’opera e del balletto in questo secolo: gli hanno risposto tutti, ma tutti, ma tutti.

A qualunque teatro stiate pensando, dalla Scala alla Fenice, da quello dell’opera di New York a quello di Madrid, nel weekend ha risposto a un attore, neanche fosse una categoria le cui opinioni hanno un qualche valore. Qualcuno l’ha fatto in maniera più spiritosa – una dell’opera di Madrid ha fatto un video uscendo da un sarcofago, «visto che siamo morti», l’opera di Seattle ha messo i biglietti per la “Carmen” scontati del 14 per cento col codice “Timothée” – qualcuno prendendo il tutto terribilmente sul serio, ma non c’è nessuno che non abbia approfittato della pubblicità. Tutto bene, quindi?

Tutto benino, sarebbe andata meglio se qualcuno avesse fatto notare a Chalacoso che non è che il cinema sia esattamente vivo, che le stesse cose che lui pensa dell’opera lirica e della danza classica qualche suo coetaneo di TikTok le penserà di lui che si ostina a fare film per le sale cinematografiche, luoghi da turismo archeologico.

Persino il New York Times non capisce che sì, la fama è il fattore dirimente, ma Roberto Bolle potrebbe dire che è ora di finirla di finanziare il cinema italiano che nessuno va a vedere, e l’opinione pubblica si agiterebbe altrettanto: mica attore uguale fama e balletto uguale anonimato. I settori sono come le testate giornalistiche, ormai è rimasto solo il personal branding e la tizia mai vista sulla copertina dell’inserto culturale del Sunday Times ha lo strillo «ecco la nostra nuova critica televisiva». Se volete gli influencer, noi faremo dei giornalisti degli influencer. Degli Chalacoso.

Al “Saturday Night Live”, Colin Jost ha fatto una battuta sul fatto che Chalamet ha detto queste cose mentre promuove un film su un campione di ping pong, e la battuta è buona perché in effetti è difficile concepire qualcosa di più irrilevante del ping pong, ma sospetto che, se sua moglie di mestiere non facesse la star del cinema, Jost avrebbe potuto osare dire che insomma, ecco, non è un secolo in cui ci sia la fila fuori dai cinema (la moglie di Jost è Scarlett Johansson).

Fuori dai programmi comici, sappiamo di non poter pretendere che le polemiche dell’internet si distinguano per puntiglio dialettico: hanno fatto i meme di Timothée in tutù Dior che fa “Il lago dei cigni” o un’altra di quelle robe che non vedrei neanche sotto minaccia armata, e va benissimo così.

Tutto bene, tranne che mi scoccia moltissimo dover sottolineare un dettaglio che non ho visto notare in giro. Le polemiche dell’internet sono un lancio di spaghetti scotti contro il muro: qualcosa resta appiccicato, qualcosa no, e tutti sappiamo di doverci arrendere se quel che i dizionari chiamano pomposamente ragebait non funziona.

Timothée ha rivoluzionato questa regola. La cosa del suo non voler finire a fare robe che non interessano al grande pubblico come l’opera lirica o il balletto l’aveva già detta tre mesi fa, intervistato alla tv americana da George Stephanopulos: «Non voglio che il cinema diventi come l’opera, non voglio essere keynesiano, non so se è l’economista giusto, ma insomma la sopravvivenza del più forte, non voglio implorare la gente: a Hollywood abbiamo bisogno di voi» (quando Ricky Gervais dice che gli attori hanno in media passato meno tempo di Greta Thunberg sui banchi di scuola, intende: pensano che Darwin fosse un economista).

E aveva cominciato a dirla sette anni fa, seduto nel miglior programma con ospiti famosi del mondo, quello di Graham Norton sulla Bbc: «Amo il cinema, amo recitare, amo andare al cinema, e quand’ero più giovane avevo un po’ paura che stesse diventando una forma d’arte superata, come l’opera lirica».

Sempre nel 2019, in un incontro col pubblico ritrovato dall’internet (la cui mansione preferita è il rinfaccio di quella volta che prendesti un brutto voto alle medie), specificava che il timore del declino d’interesse del cinema l’aveva superato con “Chiamami col tuo nome”: pensava che i film fossero finiti, finché non glien’è toccato uno d’un qualche successo.

Timothée ha tenuto duro nell’arte del cercare la polemica. Se il gancio «tu la lirica non me la tocchi capitoooo» non funziona sulla Bbc, lo riprovo in un cinema. Niente? Allora sulla Abc. Se neanche lì, a un podcast misconosciuto. Prima o poi, qualcuno ritaglierà il pezzettino e l’internet si indignerà.

Ha vinto lui. L’internet dibatte se con questa polemica si sia giocato l’Oscar (se conoscete qualcuno che dica «gli avrei dato il mio voto come miglior attore protagonista, ma adesso che ha osato toccarmi “La traviata” voto DiCaprio», vi prego di portarmelo a cena).

L’internet dibatte se abbia usato la psicologia inversa per attirare l’attenzione su quei settori nei quali è cresciuto (la madre e la sorella sono ballerine) ma che non avevano mai avuto tanta pubblicità. L’internet dibatte di tutto, tranne che dell’unica domanda che gli andrebbe fatta: lei si rende conto, Chalacoso, che c’è più gente che l’abbia vista in questo pezzettino di fintamente svagata arroganza giovanile che in qualsivoglia inutile film abbia interpretato?

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