
Il 28 febbraio scorso, mentre gli Stati Uniti e Israele lanciavano un’offensiva aerea sull’Iran e Teheran rispondeva chiudendo lo Stretto di Hormuz, la Marina Militare italiana era già in mare. Non per caso, e non da poco. Nelle ultime settimane tre delle fregate più capaci della flotta italiana sono state dispiegate su tre teatri operativi simultanei: il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. È un impegno che non ha precedenti recenti per estensione geografica, e che la crisi iraniana ha trasformato da routine a qualcosa di più pesante.
Il Martinengo a Cipro
La fregata Martinengo è l’ultima delle tre a muoversi. È partita sabato da Taranto nell’ambito di un dispositivo multinazionale che coinvolge Francia, Regno Unito, Spagna e Paesi Bassi, e dovrebbe raggiungere Cipro in queste ore. Il 5 marzo il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato in Parlamento l’invio di una nave a protezione dell’isola, confermato due giorni dopo dalla presidente del Consiglio Meloni in un messaggio video: «Per garantire la sicurezza dei confini dell’Unione europea abbiamo anche disposto il dispiegamento di una fregata italiana a Cipro, un atto che è di solidarietà europea, ma soprattutto di prevenzione».
Non è la prima volta che il Martinengo opera in acque così calde. L’anno scorso era stata la nave ammiraglia di Eunavfor Aspides nel Mar Rosso, dove aveva partecipato attivamente alla protezione del traffico mercantile dagli attacchi degli Houthi yemeniti, che dal 2023 prendono di mira le navi in transito verso il Canale di Suez. Adesso si sposta di teatro, ma la minaccia – missili e droni – la stessa. La destinazione non è casuale: Cipro è il punto più esposto del fianco europeo alla crisi in corso. Davanti al rischio di attacchi provenienti da Iran o Libano, il Martinengo potrà avvistare con i radar eventuali droni o razzi fino a circa 200 chilometri di distanza mentre a neutralizzare le minacce potrebbero essere i missili Aster, attivi nel raggio di 100 chilometri.
Il Luigi Rizzo nel Mar Rosso, l’Emilio Bianchi al comando di Atalanta
La fregata Luigi Rizzo è invece già operativa nel Mar Rosso, nell’ambito della missione europea Eunavfor Aspides. Con Hormuz ora bloccato dall’Iran, il Mar Rosso e Bab el-Mandeb sono diventati ancora più critici: sono l’unico corridoio alternativo rimasto per buona parte del commercio tra Asia ed Europa.
Il terzo dispiegamento è il più lontano. La fregata Emilio Bianchi – decima e ultima del programma Fremm, consegnata alla Marina nel luglio 2025 – ha completato il transito del Canale di Suez a febbraio ed è ora diretta verso l’Oceano Indiano dov’è destinata ad assumere il ruolo di flagship della 52ª rotazione di Atalanta, la missione antipirateria dell’Unione europea attiva dal 2008 al largo del Corno d’Africa.
Una flotta tutta in mare
Il quadro non si ferma a queste tre navi. Guardando l’insieme dei dispiegamenti attuali, la Marina Militare italiana non ha quasi nulla in riserva. La fregata Schergat opera nell’ambito dell’Operazione Mediterraneo Sicuro insieme alla nave di supporto logistico Vulcano. La fregata Alpino è dispiegata nell’Atlantico settentrionale. La fregata Fasan, nave ammiraglia del gruppo navale SNMG2, ha appena concluso l’esercitazione Nato Dynamic Manta nel Mediterraneo centrale. Il cacciatorpediniere Doria era previsto in Norvegia per l’esercitazione Cold Response, ma come anticipato da Naval News sta rientrando in Mediterraneo per rafforzare le capacità di difesa aerea in risposta alla crisi: in queste ore è prossimo a Gibilterra. Persino il Cavour, la portaerei italiana, era in preparazione per la Neptune Strike 26 a fine marzo – un’esercitazione che ora dipende dall’evolversi dello scenario.
È in questo contesto che va letto il problema dei Ppa, i pattugliatori polivalenti d’altura: una classe più recente e più economica da operare, progettata per missioni di sorveglianza e presenza come Atalanta. La Marina ne ha quattro in servizio. Ma due sono nella configurazione Light, priva del sistema di lancio verticale Vls, cioè il sistema missilistico necessario per abbattere droni e missili in arrivo. In teatri come il Mar Rosso o il Mediterraneo orientale una nave senza Vls è esposta, e non ci si può mandare. Per una missione antipirateria a bassa intensità come Atalanta un Ppa attrezzato potrebbe invece bastare, liberando una Fremm per i fronti più caldi. Il problema è che i Ppa con Vls operativi sono ancora pochissimi, e il programma sconta scelte fatte in un’epoca diversa: quando i contratti furono firmati, intorno al 2015, lo scenario era molto diverso, prevedeva pattugliamento, non guerre.
Imec e la posta in gioco
C’è un ultimo livello di lettura. L’Italia è firmataria di Imec, il corridoio commerciale multimodale che dovrebbe collegare l’India all’Europa attraverso la penisola arabica e Israele, con Trieste come terminale settentrionale. Il progetto nasce esattamente dalla consapevolezza che le rotte tradizionali – Suez, Hormuz, Mar Rosso – non sono più affidabili. L’inviato speciale italiano per Imec, l’ambasciatore Francesco Maria Talò, ha dichiarato nei giorni scorsi che la crisi nel Golfo «aumenta la necessità di avere altre opzioni» e che la parola d’ordine è «diversificazione».
Finché il corridoio alternativo non sarà operativo – e il tratto israeliano rimane per ora politicamente bloccato – Suez, Bab el-Mandeb e le acque intorno a Cipro restano indispensabili. E presidiarle, adesso, tocca anche al Martinengo, al Luigi Rizzo e all’Emilio Bianchi.
Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.