
L’Unione europea non è riuscita a superare il veto dell’Ungheria sul prestito da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina, ma insiste che i fondi saranno comunque erogati, con una prima tranche prevista entro l’inizio di aprile. Il prestito, concordato a dicembre, è considerato centrale per sostenere lo sforzo bellico e la stabilità finanziaria di Kyjiv nei prossimi mesi. Dopo oltre un’ora e mezza di discussione tra i capi di governo a Bruxelles, non è emersa alcuna soluzione concreta per aggirare l’opposizione del premier ungherese Viktor Orbán, sostenuto dal premier slovacco Roberto Fico. Al Consiglio europeo serve l’unanimità. I restanti 25 Stati membri hanno comunque adottato conclusioni comuni sul sostegno all’Ucraina, escludendo Ungheria e Slovacchia, e ribadendo l’obiettivo di procedere con l’erogazione dei fondi.
Il confronto è stato particolarmente duro. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha definito «inaccettabile» il comportamento di Orbán, accusandolo di violare gli impegni presi a dicembre. Al termine del vertice ha ribadito che «nessuno può ricattare il Consiglio europeo» e che il prestito sarà erogato «in un modo o nell’altro». Anche altri leader europei hanno espresso critiche esplicite, parlando di una rottura delle regole di fiducia su cui si basa il processo decisionale dell’Unione.
Orbán, dato in svantaggio nei sondaggi per le elezioni in Ungheria del 12 aprile, ha respinto le accuse e ha ribadito la sua posizione, legando il via libera al prestito alla ripresa delle forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba, che attraversa l’Ucraina e rifornisce Ungheria e Slovacchia. «Saremo pronti a sostenere l’Ucraina quando riavremo il nostro petrolio», ha detto, definendo la questione «una questione di sopravvivenza». Budapest sostiene che Kyjiv stia rallentando intenzionalmente le riparazioni dell’infrastruttura, danneggiata da attacchi russi. L’Ucraina nega e afferma che i lavori sono resi complessi dai continui bombardamenti.
Il contenzioso energetico è diventato il nodo centrale della crisi politica. Orbán ha esteso il suo veto anche al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, bloccando un ulteriore strumento di pressione che l’Unione intendeva approvare già a febbraio. Secondo i leader europei, la questione dell’oleodotto non giustifica il blocco del prestito. Costa ha sottolineato che il ripristino della Druzhba dipende dalla capacità tecnica dell’Ucraina e dalla volontà della Russia di non colpire nuovamente l’infrastruttura, osservando che si tratta di condizioni che l’Unione non può garantire.
Nel tentativo di sbloccare la situazione, la Commissione europea ha inviato una missione tecnica per ispezionare l’oleodotto e ha offerto supporto finanziario per le riparazioni. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, intervenuto in videocollegamento, ha cercato di abbassare i toni, impegnandosi a «ripristinare pienamente il flusso di petrolio il prima possibile» e a mantenere il ruolo dell’Ucraina come partner energetico affidabile. Il presidente ucraino ha anche evidenziato una contraddizione nella posizione europea, chiedendo se sia coerente sostenere la riparazione di un’infrastruttura che trasporta petrolio russo mentre si prepara un divieto totale di importazioni entro il 2027. «La decisione spetta a voi: volete che l’Europa importi petrolio russo, sapendo che ciò aiuta l’aggressore?».
Sul piano pratico, esistono alternative alla Druzhba. La Croazia ha ribadito la disponibilità a rifornire Ungheria e Slovacchia attraverso l’oleodotto Adriatico, sostenendo di poter garantire la sicurezza energetica anche in assenza del flusso dalla Russia. Ma il petrolio acquistato sul mercato internazionale risulta più costoso rispetto a quello russo, con una differenza stimata attorno al 30 per cento, e questo spiega in parte la rigidità di Budapest e Bratislava.