Il capitano scrutava l’orizzonte di fianco al timoniere. Era accigliato, di malumore: lo scoppio delle ostilità tra la Germania e la Gran Bretagna aveva reso l’Atlantico insicuro, battuto da sommergibili a caccia di navigli che, pensava, avrebbero facilmente potuto scambiare loro per obiettivi: pur non essendo – ancora – l’Italia un paese belligerante, i carichi di petrolio che servivano a mettere in moto la macchina da guerra propugnata da Mussolini erano alquanto invisi all’ammiragliato britannico… Soltanto sei mesi prima, nelle acque del Sud, si era scatenata la prima battaglia navale tra la Royal Navy e la Kriegsmarine, conclusasi con l’autoaffondamento della potente corazzata Graf Spee, braccata e circondata dalle unità inglesi nel porto di Montevideo. Oltre a ciò, in un paio di occasioni avevano avvistato una di quelle grosse mine galleggianti, irte di spolette, sganciatasi da chissà quale difesa costiera. Ogni traversata, pensava il capitano della Lucifero, potrebbe concludersi con un infausto “incidente”.
Quasi si materializzassero i suoi foschi presagi, comparve in plancia di comando il marconista Aurelio Pizzi. Reggeva in mano un foglio, e glielo allungò. Il capitano lo scrutò in volto e comprese subito la gravità del dispaccio. «Pizzi, ha visto un morto? Cos’è quella faccia?»
«Legga, capitano» rispose cupo il marconista.
Prese il foglio. Lesse. Rilesse. Emise infine un sospiro cavernoso. «Nostromo» si rivolse a Furio Leonardi che stazionava poco distante, intento a seguire la rotta.
«Comandi, capitano.»
«Convocami immediatamente gli ufficiali, qui in plancia di comando. Non con l’interfono: vai a cercarli personalmente.» Il nostromo ebbe un attimo di esitazione, poi corse fuori e si precipitò per le scalette verso gli alloggi.
Il capitano si rivolse al marconista: «Lei resti. Tanto, sa già tutto».
Pochi minuti dopo arrivarono trafelati il primo e il secondo ufficiale, seguiti dal nostromo.
«Signori: brutte notizie. E per il momento, nulla trapeli. Più tardi, informerò personalmente i sottufficiali e l’intero equipaggio.»
I due rimasero impettiti, nell’attesa di capire. Il nostromo Leonardi stava per girare sui tacchi e sparire, ma il capitano lo fermò: «Rimani pure tu, Furio».
A lui dava del tu, perché era un sottufficiale, ma anche perché il capitano provava un’istintiva simpatia per quel giovane livornese: tra loro si era instaurata una certa confidenza negli anni di traversate per tanti mari del mondo, dal Messico agli Stati Uniti, dalla Russia al Golfo Persico. Inoltre, a bordo nessuno usava il “voi” come pretendeva l’editto del 1938: specie nel Nord Italia, si continuava a usare il “lei”, e così a bordo della Lucifero.
«Marconista, da dove proviene il dispaccio?»
Pizzi si schiarì la voce: «Dal consolato generale di New York, probabilmente lo ha ricevuto dalla nostra ambasciata a Washington».
«E da Roma, niente?»
«Per ora, no.» Sul viso del marconista comparve una strana espressione, forse di sarcasmo.
«Chissà cosa aspettano» sbottò il capitano. «Forse hanno già messo in pratica le contromisure di comunicazione limitata e codificata» aggiunse con amara ironia. Guardò negli occhi i due ufficiali: «Signori: il 10 giugno alle 16.30 locali di Roma, cioè poche ore fa in base al fuso, l’Italia ha dichiara- to guerra a Gran Bretagna e Francia. Di conseguenza, visto quello che solitamente trasportiamo, siamo da questo momento bersagli legittimi della Royal Navy».
Seguì un silenzio teso. Il primo ufficiale scosse la testa, mormorando: «E dobbiamo venirlo a sapere così?». Si girò verso il marconista: «Nessuna comunicazione di avviso? Nessun allarme preventivo per non farci fare la fine del piccione nel tiro a volo?».
Pizzi fece segno di no. «Niente di niente» aggiunse.
Erano attoniti. Stavano navigando in acque infestate da unità da guerra per le quali la Lucifero era diventata “legittimo obiettivo”.
Il capitano tornò con lo sguardo sul dispaccio e spiegò il resto: «Ci viene ordinato di invertire la rotta e riparare in porti messicani, cioè nel paese neutrale più vicino».
«Ma al momento anche il Texas è neutrale, cioè gli Stati Uniti» azzardò il secondo ufficiale.
«Sì, certamente, ma credo considerino gli Stati Uniti molto vicini alla Gran Bretagna, e forse l’Italia vuole tentare di non perdere le petroliere in navigazione nella zona… Sperando che il Messico non ci consideri bottino di guerra.»
Il capitano andò al tavolo delle carte nautiche. Fece un cenno al nostromo. Furio capì al volo: studiò brevemente la mappa e vi fece scorrere sopra l’indice: «Entriamo nel Golfo tra la Florida e Cuba, passando poco a nord di Nassau e quindi a sud di Key West, e puntiamo qui». Batté il polpastrello sul nome di Tampico. «Più vicino rispetto a Veracruz. In tre giorni ci saremo.»
«Giusto. Comunicatelo alle altre navi, e speriamo che ci accordino l’attracco. Altrimenti, dovremo prima o poi arrenderci agli inglesi in mare aperto, ammesso che ce ne diano il tempo.»
Le altre navi avevano ricevuto lo stesso dispaccio.
Due giorni dopo avevano superato lo stretto della Florida e navigavano a mezza forza verso Tampico, nello Stato messicano del Tamaulipas. A bordo, intenti com’erano a scrutare l’orizzonte davanti, con la testa affollata di pensieri d’ogni sorta e domande senza possibili risposte, nessuno stava guardando con il binocolo cosa accadeva alle loro spalle.
Il comandante dell’U-Boot 564 continuava a osservare la poppa della Lucifero.
«Ormai è evidente» sembrò dire a sé stesso, anche se lo stava comunicando all’ufficiale in seconda. «Tampico» disse l’altro. Il comandante annuì. Allontanò gli occhi dal visore e sentenziò: «Non possiamo fare altro».
«Ma…» intervenne il secondo al comando, «verrà requisita dai messicani che poi, probabilmente, la metteranno al servizio del nemico.»
«È possibile» ribatté il comandante piegando all’insù le due maniglie del periscopio. «E in ogni caso, il Messico non è entrato in guerra, o non ancora, e noi non gli forniremo certo pretesti per farlo. Inoltre» e guardò negli occhi il secondo, «quella è una nave italiana: dovrei forse affondare un mercantile dell’unico paese nostro alleato?»
«Giusto, comandante» acconsentì il secondo, «e poi, se dovesse tornare a navigare sotto altra bandiera, c’è un siluro che porta già il suo nome. A proposito, è riuscito a leggere come si chiama?»
Il comandante fece un sorriso sinistro: «Ha proprio un bel nome, tanto che mi piacerebbe ribattezzare così il nostro Unterseeboot: Lucifero!».
Mentre l’U-Boot scompariva velocemente negli abissi del Golfo del Messico, il comandante esclamò con finta allegria: «E ora, in rotta per il nostro appuntamento con la Milchkuh».
“Mucca da latte” era il modo scherzoso con cui i sommergibilisti tedeschi chiamavano le unità che li rifornivano di carburante e viveri freschi in mare aperto, durante le lunghe traversate atlantiche.
Si rivolse all’ufficiale di macchine: «Immersione».
Il comandante andò a concedersi un breve riposo, e barcollando a capo chino verso la sua cabina, appoggiando le mani alle anguste pareti del sottomarino, disse tra sé: «Qualcosa mi dice che ci rivedremo, Lucifero».

Tratto da “Riparare i torti”, di Pino Cacucci, Mondadori, 2026, 22€, 456 pagine