
È venerdì sera, e a un certo punto – saranno poco più delle dieci, il concerto per gli altri è iniziato da un’ora e per me da tre – la tizia alla mia sinistra va su Google. Butto un occhio, e sta cercando cosa mai sia questa “Canzoni stonate”. “Canzoni stonate” è l’inizio della terza o che numero è vita di Gianni Morandi, quella che nell’81 cantavamo senz’avere idea di cosa significasse avere un amico morto, «se chiudi gli occhi forse tu ci senti anche da lì», e si può sapere la tizia alla mia sinistra, a occhio persino più vegliarda di me, dov’era nell’81?
Ho un’amica che da mesi mi scrive ogni due giorni «Non ne sapeva una»: parla del tizio seduto alla sua sinistra durante un altro concerto d’un altro cantante, il tizio la mia amica l’aveva notato perché era famoso, ne aveva notato il silenzio e l’immobilità perché quelle che stava cantando il cantante sul palco erano le canzoni dell’adolescenza della mia amica, e come osava quel tizio della tele, suo coetaneo, non saperle?
Ieri mi è apparsa una tizia su Instagram indignata perché, guardando la folla del Coachella quando Sabrina Carpenter, chiunque ella sia, fa salire sul palco l’ospite Madonna, ha notato che non erano esplosi nel boato che ti aspetteresti da un assembramento di esseri umani allorché si palesa Madonna Ciccone.
E allora ho pensato che le canzoni per cui si era indignata la mia amica uno magari non le sa perché negli anni Ottanta ascoltava altro, ma Madonna come si fa a non conoscerla, Gianni Morandi come si fa a non conoscerlo, va bene che andiamo sempre più verso un mondo senza memoria ma cribbio, c’è un limite a tutto, qui non si tratta di gusto, qui si tratta di canone.
Se non ci fosse stato l’81, se Mogol non avesse detto a Morandi che gli avrebbe scritto una canzone ma lui doveva cantarla come non fosse Morandi, se “Canzoni stonate” non fosse stata così moschicida, io non sarei mai andata il sabato mattina in piazzola (che voi non sapete cos’è, ma Morandi sì) a comprare la musicassetta piratata dei grandi successi di Gianni Morandi, non l’avrei ascoltata per anni come si faceva quando la musica era una quantità finita, e venerdì magari sarei finita come quella disgraziata alla mia sinistra.
Ero molto compiaciuta di saperle tutte, anche se c’è sempre questo problema delle parodie (in gergo: centoni) che ti rovinano l’originale. “Grazie perché” per me non è più lei da quindici anni, da quando Morandi si portò a Sanremo quei due teppisti di Luca e Paolo che mi appiccicarono nelle orecchie «Grazie Belen per la tua grinta, che tu sia incinta oppure no. Dillo a Corona: non sei solo bona, ma una scienziata confronto a lui» (anche d’attualità, volendo).
Le sapevo tutte ma continuavo a farmi una domanda: il tema di questo concerto è la paternità? Certo che lo è, e infatti dopo aver duettato col più giovane dei suoi figli Morandi fa la più paterna delle canzoni del suo repertorio, quella che «per le cose belle ti ringrazieranno, piangeranno per gli errori tuoi».
È il concerto in cui Pietro Morandi (in arte: Tredici Pietro) fa pace con l’ingombrantissima figura di Gianni e, dopo esserselo portato a Sanremo a fare “Vita”, torna a fare quella stessa canzone col padre? Che poi significa prendersi il ruolo di quel signore del duetto originale, un certo Lucio Dalla, neppure lui un ingombro da poco.
Nota a margine. Vorrei dire che, dell’ora precedente il concerto, la cosa migliore è stata il risotto agli asparagi, che in effetti era buonissimo, ma nel privé in cui Morandi salutava noi scrocconi di risotto a un certo punto qualcuno mi ha presentato Mario Lavezzi, un signore che oltre ad aver scritto “Vita” ha prodotto “E la luna bussò” e “Come si cambia”, per dirne solo due che un qualunque altro musicista darebbe un organo sano per averne mezza in repertorio, e lui ne avrà un centinaio. Finalmente ho capito quelli che vanno alle cene alle quali c’è Francis Ford Coppola e il giorno dopo si vantano di averlo conosciuto: certo che lui non si ricorderà di te, ma pazienza.
Lavezzi è del 1948, quindi teoricamente non può essere una figura paterna per Morandi, che è del 1944. Ma l’anagrafe conta fino a un certo punto. Durante il concerto – prima che Morandi, mannaggia a lui, faccia “Piazza grande” facendomi piangere come una vitella – mandano un filmato di lui e Dalla che in tv si sfidano vestiti da pugili e, sebbene Dalla avesse solo un anno più di Morandi, secondo me un po’ di figura paterna lì c’è: se non se lo fosse preso a cuore e non avessero fatto “Dallamorandi”, mica sarebbe arrivata la sua quinta o che numero è vita, mica la signora alla mia sinistra adesso sarebbe qui.
(Altra nota a margine. Morandi fa anche “Futura”, e la fa non aprendo la “e” di “stella”, che Dalla spalancava non so se per maggior bolognesitudine della dizione o per farle fare più rima con “bella”, e chissà se quella alla mia sinistra lo sa, che Dalla diceva «nuoterà su una stèlla, come sei bella», e se non lo sa che campa a fare).
Lorenzo Jovanotti, che sa stare come nessuno sui palchi degli altri, su quello di Morandi ci sale vestito da figlio, col cappellino con la visiera e non dico conciato da “La mia moto” ma poco ci manca, e forse siamo già all’inversione che tocca prima o poi a tutti, i figli che fanno da genitori ai genitori, e Lorenzo che scrive una canzone a Gianni per tirarlo su dalla mestizia quando è convalescente dopo essersi bruciato una mano, e poi da lì vai un po’ a sapere chi è padre e chi figlio.
A un certo punto inizio ad annotarmi le cose che dovrò chiedere a Gianni Morandi alla prima occasione, e poi come sempre non capisco quel che ho scritto al buio sul taccuino, l’unica che decifro è: ma la solitudine di “Bella signora” è la morte? Ed è allora che capisco che il concerto è iniziato verso le sette, sulle scale del metrò alla stazione di Sant’Ambrogio.
Sono con un’amica, stiamo passando dalla blu alla verde che ci porterà ad Assago, e io noto le sue Adidas viola. «Lo sai che con quelle ti cacciano dal backstage, sì?». Lei sbianca. In realtà non so se Morandi sia superstizioso, ma insomma nel mondo dello spettacolo sono tutti fissati. L’amica prende molto sul serio il pericolo, e dice: siamo in anticipo, andiamo a comprare un paio di scarpe.
Mezz’ora dopo riprendiamo il metrò, la mia amica indossa un paio di nuove scarpe di tela verde bosco, quelle viola le ha nascoste in fondo alla borsa, nessuno saprà il nostro piccolo segreto. Mi torna in mente solo dopo – mentre mangiamo risotto e nessuno è superstizioso rispetto alla signora con le scarpe verdi – che settimane fa mi era passato davanti, sui social, un filmato della conferenza stampa che aveva fatto Morandi per questa tournée.
Raccontava di quando aveva saputo che era morto Dalla, e concludeva dicendo «io sono pronto». Sottintendeva «a morire», e la sua povera responsabile della comunicazione era intervenuta dicendo «a partire per il tour, intende: a partire per il tour», con in faccia il terrore che il giorno dopo i giornali titolassero «Morandi pianifica il proprio funerale».
Non ho abbastanza confidenza da raccontarlo a Morandi, da dirgli quanto mi fa ridere la combinazione di suo darsi per quasi morto ai giornalisti e della mia amica che occulta le scarpe viola, e quindi rido da sola, pensando che tanto Morandi è immortale, e non solo nel senso in cui lo è chiunque abbia in repertorio versi come «se vi guardo vedo i sogni che farò» o «i discorsi finiti sempre a scivoloni», ma nel senso in cui lo è uno di cui le sappiamo tutte, ma proprio tutte.
Le sappiamo tutte tutti, tranne la tizia alla mia sinistra, che su “In amore” non solo torna su Google, ma si volta pure verso il marito con lo scoop: ma sai che arrivò seconda a Sanremo? Signora, ma neanche il Sanremo del ’95, quando non c’erano neppure le piattaforme a distrarci, neppure TikTok a bruciarci i neuroni? Signora, ma è appena uscita da quarant’anni di coma e per festeggiare è venuta a sentire Gianni? Signora, mi dica la verità: lei è una di quelle che, quando Gianni canta “Uno su mille”, non si fa mai venire il dubbio d’essere una dei novecentonovantanove.