Guerra rimossaHitchens racconta Goražde e la Bosnia che il mondo non voleva vedere

Nell’introduzione a “Bosnia 1992-1995” di Joe Sacco, c’è il lato dimenticato del conflitto balcanico. Un racconto che rompe la rimozione collettiva e restituisce voce alle vittime

AP/Lapresse

A Sarajevo, nell’estate del 1992, quando la comunità dei giornalisti (a cui era già stata data la definizione collettiva di “scribacchini”) si riuniva nel bar di uno sfigurato Holiday Inn – e questa frase suggerisce la natura surreale delle cose: che un Holiday Inn sia sfigurato anziché sfigurare è il colmo –, era in corso una gara di aneddoti su proiettili schivati per un soffio, scontri improvvisi, e diverse fogge di giubbotti antiproiettile. Mi capitò di notare che parlavano anche di un posto forse più spaventoso della stessa Sarajevo. In sostanza c’era questa città, una volta abbastanza vicina, ma con il blocco tanto difficile da raggiungere quanto Dubrovnik sulla costa o la lontana Zagabria. (E così la balcanizzazione della mente stava a poco a poco prendendo corpo attraverso l’utilizzo di termini come “aree”, “distretti” e, più inusuale tra tutti, “zone”.) Mi ci volle un po’ per collegare il nome di questo posto a quello scritto sulla cartina, perché quando lo citavano (infrequenti e deboli trasmissioni radio, voci di mutilazioni e stupri, di fame nera e persino di cannibalismo) gli scribacchini stranieri distribuivano gli accenti ogni volta in modo diverso. Gor-as-dei, Gorr-es-di. Comunque, da come se ne parlava normalmente, si capiva che la situazione era molto più incasinata in confronto a quella di Sarajevo, e andava valutata, per scelta o a seconda dello stato d’animo, con rispetto o con indignazione.

L’assedio di Sarajevo e la rimozione di quanto accadeva alla popolazione a Srebrenica e Žepa in quelli che avrebbero dovuto essere dei “rifugi sicuri” erano passati in un limbo di semiconsapevolezza fino a che tutto non è finito grazie al più compromettente dei compromessi prodotti dalla politica di Holbrooke. La gente intuì, attraverso notizie sfumate e incerte, che le fosse comuni erano state il prezzo, nonché il fattore determinante, per la firma degli accordi di Dayton sulla questione bosniaca. Del resto, finalmente, era o non era la pace? O meglio, un “processo” di pace? Ed è davvero straordinario, allora, che mentre tutti noi ci stiamo assolvendo, Joe Sacco esca dai ranghi per farsi sentire e snebbiarci la vista. Ed è eccellente, poi, che si sia concentrato sulla vecchia e inaccessibile (e poco alla moda) Goražde, invece che su uno dei posti più celebrati e à la page della guerra.

La prima cosa da elogiare è la combinazione di vista e udito. Spesso faccio fiasco nelle descrizioni fisiche, sulla pagina, sebbene a volte sappia catturare la sfumatura di una voce. E mi sto riferendo esclusivamente alla capacità verbale.

La combinazione tra parole e disegni di Sacco mi fa tornare in mente con un moto di commozione la tipica architettura bosniaca. Vale a dire, vi rendete conto di dove siete, non siete semplicemente in un generico luogo rischioso. Ci sono anche altri dettagli, come l’indimenticabile sfregio a “zampata d’orso” lasciato su un pavimento da un bossolo di mortaio. E, riprodotti con grande semplicità ma con un effetto sempre impressionante, l’aspetto desolato di una casa in legno ridotta dalle fiamme a una silhouette e il mucchio di mattoni impilati del camino. Cose che in Bosnia divennero caratteristiche quanto i campanili delle chiese o i minareti (in realtà più caratteristiche di questi ultimi, visto che la maggior parte delle moschee sono state fatte saltare in aria programmaticamente dai nazionalisti serbi durante il periodo del “cessate il fuoco”).

Per quanto riguarda l’udito, non ho mai visto ammettere più candidamente che la guerra bosniaca è stata spesso un imbarazzante carnevale. Da un lato era un affollarsi di volontari internazionali, operatori del soccorso, artisti della carità, e naturalmente scribacchini, che cercavano tutti disperatamente di evitare l’accusa di essere guardoni o visionari. Questo a volte portava a una sorta di cinismo da autodifesa, altre a un idealismo che non osava venire allo scoperto. Poi c’erano i veri e propri abitanti, eredi di una lunga tradizione di calorosa ospitalità, che sapevano che la sensibilità degli stranieri era la loro speranza più grande ma non per questo volevano trasformarsi in puttane. La lingua era una specie di barriera, ma spesso sembrava che fosse stata messa lì solo per testare l’efficacia dell’acquavite locale. Il che provocava un imbarazzo non intenzionale e una forzata bonomia (“Sei americano?” “No.” “Francese?” “No.” “Ah, sei tedesco. A noi piacciono molto i marchi tedeschi, ah ah ah.” “Non sono tedesco.” “Da dove vieni?” “Dall’Inghilterra.” “Gli inglesi sono ottime persone.”).

Joe Sacco chiaramente non era un internazionalista con la testa tra le nuvole, e meno ancora un terribile seguace di qualche mujahidin, ma non era neppure una specie di Zelig distaccato e privo di sensibilità. I bosniaci sono dotati di grande umanità, il che li rende dei soggetti con i quali è fin troppo semplice fare del romanticismo, così Sacco si è espresso per mezzo di un’osservazione meticolosa che gli ha reso possibile chiarire la loro mancanza di intenzioni bellicose verso i loro vicini. Verso i loro “vicini”, il che vuol dire chiunque fosse confinante con l’ex Jugoslavia o chiunque vivesse nella casa a fianco. La Bosnia non minacciò nessuno: i bosniaci avevano una lunga consuetudine di convivenza pacifica. Coloro che li massacrarono e che li dispersero dovettero mentire e urlare, come un assassino o uno stupratore che si carica per compiere qualche pazzia. Anche se questo non spiega tutto è pur sempre l’elemento indispensabile per raccontare qualsiasi storia vera. Per farlo, Sacco utilizza il microcosmo di Goražde, e gli siamo debitori.

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Bosnia. 1992-1995 - Joe Sacco | Oscar Mondadori

Tratto da “Bosnia 1992-1995” (Mondadori), di Joe Sacco, introduzione di Christopher Hitchens, 32 euro, 420 pagine.

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