L’alleato incertoIl Canada vuole riformare l’intelligence perché non si fida di Trump

Un memo del servizio di Ottawa riapre il dibattito sulla capacità di raccolta all’estero. La crescente incertezza nei rapporti con Washington spinge a cercare autonomia informativa. Ma i rischi per governance e diritti restano alti

AP/LaPresse

Il Canada riflette ancora su un salto di qualità nella propria architettura di sicurezza: dotarsi, per la prima volta, di una vera capacità di intelligence estera. Non si tratta solo di un aggiornamento tecnico, ma di una scelta politica che tocca identità, alleanze e ambizioni internazionali di uno dei Paesi che fanno parte della rete di intelligence denominata Five Eyes (con Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda).

A riaprire il dibattito è un memo interno del Canadian Security Intelligence Service, ottenuto dall’agenzia di stampa The Canadian Press tramite accesso agli atti e discusso in una recente tavola rotonda svoltasi all’Università di Ottawa con accademici ed ex funzionari dell’intelligence. Il documento mette nero su bianco opportunità e rischi di un’eventuale evoluzione del servizio: sfruttare l’«impronta e l’expertise» già esistenti, ma al prezzo di potenziali problemi di governance, accountability e tutela della privacy.

Il nodo è noto da decenni: il Csis può raccogliere intelligence su minacce alla sicurezza anche all’estero, ma la raccolta di intelligence propriamente «estera» – cioè sulle intenzioni e capacità di attori stranieri – è limitata al territorio canadese. In un contesto geopolitico sempre più instabile, questa architettura appare sempre meno adeguata.

Secondo Vincent Rigby, già consigliere per la sicurezza nazionale, il momento è propizio per riaprire il dossier. Non solo per la crescente domanda di informazioni economiche e strategiche, ma anche per una fiducia meno scontata negli alleati, a partire dagli Stati Uniti. La valutazione segnala quanto il tema dell’autonomia informativa stia emergendo anche tra le medie potenze tradizionalmente integrate nei network occidentali. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e le sue critiche all’Unione europea e alla Nato, anche nel Vecchio continente si è riacceso il dibattito sulle capacità europee.

Il memo individua tre opzioni per il Csis. La prima è la creazione di un servizio di intelligence estera ex novo, sul modello dei partner del G7: soluzione ordinata sul piano del mandato e della responsabilità, ma costosa, lenta e potenzialmente destabilizzante per l’ecosistema esistente. La seconda prevede di sviluppare le capacità all’interno del Csis per poi trasferirle a una nuova agenzia: approccio graduale e meno traumatico, ma lungo e dispendioso in termini di energie istituzionali. La terza, infine, consiste nell’assegnare direttamente al Csis poteri ampliati: opzione più rapida, ma anche quella che solleva i timori maggiori, dalla sovrapposizione dei mandati ai rischi per i diritti dei cittadini.

In controluce, emerge un dilemma classico: come conciliare efficacia operativa e controllo democratico. Il Canada ha costruito la propria reputazione internazionale come attore moderato e fair broker; l’ingresso pieno nel campo della human intelligence all’estero rischierebbe di incrinare questa immagine, soprattutto se associato a pratiche opache o aggressive.

Non a caso, tra gli esperti prevale l’idea di una soluzione made in Canada: una capacità limitata, chiaramente regolata, lontana dai modelli più intrusivi. Ma anche questa strada richiede un passaggio cruciale: un dibattito pubblico trasparente su obiettivi, limiti e garanzie.

Per ora, il governo di Mark Carney non ha fatto della creazione di un servizio di intelligence estera una priorità esplicita, rinviando la questione a una futura strategia di sicurezza nazionale. Ma il segnale è chiaro: in un mondo più frammentato e competitivo, anche Ottawa è costretta a interrogarsi su quanto possa ancora permettersi di dipendere dagli altri per capire – e anticipare – ciò che accade fuori dai propri confini.

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