La distinzione tra lavoro autonomo e subordinato sta diventando progressivamente più labile. In Italia si stimano almeno trecentomila partite Iva che lavorano come dei veri e propri dipendenti. Spesso gli avvocati sono chiamati ad effettuare delle analisi prognostiche per valutare la genuinità di un rapporto di lavoro instaurato con una partita Iva.
La verifica prescinde dal nome formalmente utilizzato dalle parti per qualificare il rapporto contrattuale ma deve necessariamente partire dalle modalità concrete con cui azienda e lavoratore si sono comportati nell’esecuzione della prestazione. L’articolo 2 del Decreto Legislativo n. 81/2015 fissa un principio generale secondo cui si applica la disciplina dei dipendenti anche ai rapporti di collaborazione che si svolgono mediante prestazioni di lavoro personali, continuative e organizzate dall’azienda.
In questa prospettiva, la giurisprudenza ha individuato una serie di indici sintomatici della subordinazione, la cui ricorrenza, anche non contestuale, può condurre a riqualificare un rapporto formalmente autonomo. Tra questi, il più importante è l’assoggettamento del lavoratore alle direttive aziendali. Come insegnano anche i recenti casi riguardanti i rider, in presenza di istruzioni puntuali e continue, il collaboratore potrà rivendicare le tutele previste dalla legge per i dipendenti.
Altri indici importanti sono la presenza di strumenti messi a disposizione dall’azienda (come pc o cellulare), la partecipazione sistematica a riunioni interne e l’adozione di orari predeterminati. Inoltre, una partita Iva che riceva compensi soltanto da un’impresa con cadenza mensile e in misura fissa potrebbe sostenere di essere un dipendente adducendo anche la sostanziale assenza di rischio economico tipicamente sopportata dai lavoratori autonomi.
In definitiva, l’accertamento della subordinazione richiede una valutazione complessiva e concreta della situazione, secondo un approccio che valorizzi i fatti caso per caso. Per le imprese, è necessario prestare una particolare attenzione nell’instaurazione e nell’esecuzione di rapporti di collaborazione; per i lavoratori, la contestazione della natura autonoma del rapporto può rappresentare una tutela in caso di fenomeni elusivi. In fondo, basta guardare come si lavora davvero: le etichette “creative” funzionano solo finché nessuno va a vedere cosa c’è dietro.
*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi