Uno fu Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci. Un altro, Gaspare Spatuzza, killer spietato che poi si pentirà. Un altro ancora, il più famoso, è Bernardo Provenzano, preso l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza, in un casolare nelle campagne di Corleone.
Cosa hanno in comune questi nomi?
Sono tutti arresti eccellenti che portano la firma di un uomo: Renato Cortese.
Capo della sezione “Catturandi” della Squadra Mobile di Palermo, Cortese ha incarnato per anni un’idea quasi romantica – e insieme durissima – dello Stato: quella che si sporca le scarpe nelle campagne, che aspetta per giorni un segnale, che ricostruisce una rete criminale partendo da un foglietto piegato in quattro, un “pizzino”.
Decine di latitanti arrestati, operazioni costruite con pazienza chirurgica, un metodo fatto di pedinamenti, intercettazioni, intuizioni. Non blitz spettacolari, ma cacce lunghe anni.
Solo per arrivare a Provenzano ci sono voluti otto anni. Otto anni di appostamenti, errori, piste perse e ritrovate, fino a quel giorno di aprile in cui lo Stato bussò finalmente alla porta del padrino invisibile.
Era un altro tempo, e Cortese sembrava un uomo di un altro tempo. Uno di quelli che, nella narrazione pubblica, stanno dalla parte giusta senza ombre, senza crepe. Un servitore dello Stato, appunto.
Eppure, oggi, quella storia lineare si è incrinata. Perché il nome di Renato Cortese non è più soltanto legato alle grandi catture di Cosa nostra, ma a una vicenda giudiziaria che ha il sapore amaro dei paradossi italiani.
La parabola di Renato Cortese, però, a un certo punto devia. E lo fa lontano dalla Sicilia, lontano dalle campagne di Corleone, dentro una storia che ha più a che fare con diplomazie opache che con i pizzini di Cosa nostra.
È il 2013. A Roma va in scena quello che diventerà il caso Shalabayeva. Cortese è capo della Squadra Mobile della capitale e coordina un’operazione che porterà all’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia Alua verso il Kazakistan. La donna è la moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov, ricercato nel suo Paese per frodi.
Quella che all’inizio appare come una procedura amministrativa si trasforma presto in un caso politico e giudiziario internazionale. I giudici arriveranno a definirla, con una formula destinata a pesare come un macigno, un “rapimento di Stato”. L’accusa è di sequestro di persona: secondo l’impostazione accusatoria, l’espulsione sarebbe stata viziata da pressioni diplomatiche kazake e da una gestione irregolare, troppo rapida, senza adeguate verifiche.
La ricostruzione dei magistrati parte da quei giorni tra il 28 e il 29 maggio 2013, quando una perquisizione alla ricerca di Ablyazov non porta a nulla. Ma nel frattempo emergono documenti ritenuti dubbi – come un attestato centroafricano falso – e si accelera sulla procedura di espulsione. Troppo, secondo l’accusa. Senza valutare davvero i rischi per la donna e per la figlia.
Cortese, in questa vicenda, non incontra mai Shalabayeva. Coordina. Firma passaggi. Tiene insieme polizia e ufficio immigrazione. È il vertice operativo, non l’esecutore materiale. Ed è proprio su questo crinale che si consuma lo scontro tra accusa e difesa. Per i magistrati, quella catena di comando è sufficiente a configurare la responsabilità. Per i legali, invece, si tratta di un atto amministrativo legittimo, con eventuali errori da ricondurre ad altri uffici, in particolare alla Digos.
La traiettoria giudiziaria è tortuosa quanto una latitanza mafiosa. Nel 2020 il Tribunale di Perugia condanna Cortese a cinque anni di reclusione – il doppio di quanto chiesto dall’accusa – e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, insieme ad altri quattro funzionari. Nel 2022 arriva l’assoluzione in Appello. Sembra finita. Non lo è.
La Corte di Cassazione annulla quella sentenza e dispone un nuovo processo. Si riparte da Firenze. E nel novembre 2025 arriva una nuova condanna: ancora cinque anni, con interdizione ridotta a cinque anni. Un verdetto che sorprende ancora di più perché la Procura Generale aveva chiesto l’assoluzione.
Nel frattempo, Alma Shalabayeva ottiene asilo politico in Italia e nel 2014 rientra. Ma la vicenda resta aperta, sospesa tra diritto e geopolitica, tra errore amministrativo e responsabilità penale.
Per Cortese, le conseguenze sono immediate e profonde. Quella che sembrava una carriera destinata ai vertici – qualcuno lo indicava come possibile capo della Polizia – si arresta. Da questore di Palermo viene spostato in ruoli più defilati. Per lui è la fine.
E così, l’uomo che per anni ha dato la caccia ai latitanti più pericolosi d’Italia si ritrova dall’altra parte del tavolo.
E forse è proprio questo il punto più sorprendente della storia. Perché attorno al caso di Renato Cortese, per una volta, si ricompone un fronte che di solito è frammentato, litigioso, attraversato da correnti e sospetti: quello dell’antimafia. Una convergenza rara, che racconta quanto questa vicenda venga percepita come un’anomalia. O, per dirla con meno cautela, come uno scandalo.
A ricostruire questa storia, con il passo della cronaca e il ritmo di una spy story, è stato Enrico Bellavia nel libro L’ostaggio. Il sottotitolo è già una sentenza: “da cacciatore a preda”. Ed è difficile trovare una sintesi più efficace. Dentro c’è tutto. Una vita contro la mafia che finisce impigliata in un intrigo internazionale. La figura ambigua di Mukhtar Ablyazov, a metà tra grande ricercato e oppositore politico. Una bufera mediatica e diplomatica che travolge tutto. E soprattutto una sequenza di paradossi giudiziari che restituiscono l’immagine di un Paese in cui, a volte, la linea tra responsabilità e capro espiatorio si fa sottilissima.
Alla presentazione del libro, nei giorni scorsi a Palermo, durante la manifestazione La via dei Librai, le parole sono state ancora più nette.
Il professore Giovanni Fiandaca, che tante volte ha bacchettato certa antimafia di slogan e pregiudizi, in questo caso non usa mezzi termini. Parla di «assurdità di un processo» e di «impostazione preconcetta».
Non è una voce qualsiasi. È l’autore del manuale su cui generazioni di studenti di Giurisprudenza si sono formate. E proprio per questo le sue parole pesano.
Manca, dice, la prova di un accordo tra i funzionari. Manca soprattutto la prova del dolo, cioè dell’intenzione di sequestrare. In altre parole, manca l’elemento centrale del reato.
La stessa linea che attraversa anche il racconto di Bellavia. «Questa è la storia di un cacciatore diventato preda», scrive. «Il capro espiatorio di una ir-ragion di Stato».
Una definizione che colpisce perché ribalta tutto. Non più l’investigatore che smonta sistemi criminali, ma l’uomo finito dentro un meccanismo più grande di lui. Un “testacoda politico-giudiziario”, lo chiama Bellavia, in cui la gogna diventa il fine, non il mezzo.
Se ci sono state violazioni, commenta ancora Fiandaca, esse riguarderebbero al più il diritto amministrativo dell’immigrazione, non il penale. Non il sequestro di persona.
Attorno a questa storia, non ci sono soltanto analisi giuridiche o ricostruzioni giornalistiche. C’è anche una presa di posizione pubblica, netta, che ha pochi precedenti. Parenti di vittime di mafia, rappresentanti di associazioni, sindacalisti di polizia, esponenti del mondo civile e giornalisti – spesso divisi su tutto – si sono ritrovati, per una volta, dalla stessa parte. Hanno firmato e promosso una petizione a sostegno di Renato Cortese, denunciando quella che definiscono una «condanna incomprensibile».
Il tono è duro, quasi disperato. Si parla di «morte morale», di simboli calpestati, di una giustizia che «disorienta e fa paura». E soprattutto si insiste su un punto: Cortese non sarebbe un imputato qualsiasi, ma uno degli uomini che hanno dato lustro allo Stato, protagonista della cattura di boss come Giovanni Brusca e Bernardo Provenzano.
Nel testo si ricorda come l’assoluzione in Appello a Perugia avesse «sgretolato il teorema dell’accusa», e come perfino la Procura generale avesse chiesto l’assoluzione nel processo bis. Per questo, la nuova condanna viene vissuta come una rottura, quasi un cortocircuito: «ribalta la verità accertata» e «contraddice un’altra Corte d’appello».
A firmare sono nomi che, da soli, raccontano una storia. C’è Adriana Musella, figlia di una vittima di mafia e già presidente del Coordinamento nazionale antimafia. C’è Carmine Mancuso, anche lui figlio di una vittima. Ci sono associazioni storiche come l’Associazione Falcone e Borsellino e il CELM. Ci sono sindacati di polizia, rappresentanti istituzionali, familiari di agenti caduti, uomini delle scorte. E poi giornalisti come Attilio Bolzoni e Francesco La Licata. Un elenco lungo, trasversale, che più che una somma di firme sembra un segnale politico e culturale.
L’appello è diretto: sostenere Cortese, chiedere un ribaltamento della sentenza in Corte di Cassazione, difendere – si legge – «non solo un uomo, ma tutti coloro che hanno dato la loro vita per un mondo più giusto e sicuro».
È qui che la vicenda diventa qualcosa di più di un processo. Diventa un caso pubblico, un tema che tocca il rapporto tra Stato e suoi servitori, tra giustizia e percezione della giustizia.
La storia di Renato Cortese è, in fondo, una storia italiana. Non solo per i suoi protagonisti ma per il cortocircuito che racconta.
Da una parte, l’uomo che ha dato la caccia ai fantasmi di Cosa nostra, che ha aspettato anni per catturare un boss invisibile, che ha costruito indagini pazienti in un tempo in cui lo Stato sembrava spesso un passo indietro. Dall’altra, lo stesso uomo che si ritrova imputato, condannato, sospeso dentro una vicenda che mescola diplomazia, errori amministrativi e accuse pesantissime. Cacciatore e preda, insieme.
Non è solo una parabola personale. È una domanda collettiva. Su come funziona la giustizia, su quanto sia capace di distinguere tra responsabilità e contesto, tra dolo ed errore. E su un certo senso di Stato, oggi.