Fratture nella maggioranzaLe vacanze romane di Pahlavi dividono il centrodestra tra apertura diplomatica e critiche politiche

La visita del figlio dell’ultimo scià riaccende il dibattito sulla linea dell’Italia verso Teheran. Tra diplomazia prudente e aperture a interlocutori alternativi, emergono nuove tensioni anche dentro la maggioranza di governo

AP/LaPresse

La visita a Roma di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano, non è stata soltanto un passaggio istituzionale né un episodio di cortesia parlamentare. È stata, piuttosto, un test politico sulla postura italiana verso l’Iran, in una fase in cui la linea tra diplomazia, pressione internazionale e selezione degli interlocutori dell’opposizione si fa sempre più sottile.

Il tema arriva in un momento già sensibile. Da settimane, una parte della diplomazia italiana – insieme a settori del Vaticano – insiste sulla necessità di mantenere aperti i canali con Teheran, in un quadro regionale in rapido deterioramento. Una postura prudente che convive però con un dibattito politico più esposto, in cui il rapporto con l’opposizione iraniana tende a trasformarsi in terreno di posizionamento interno.

È in questo spazio che si inserisce la figura di Pahlavi, tornato al centro della scena europea con una narrazione sempre più netta sul collasso imminente del regime. «Sono pronto ad andare in Iran per lanciare da una zona sicura l’ultimo assalto al regime», ha dichiarato in un’intervista a Repubblica, descrivendo anche le recenti azioni militari come «quasi un intervento di soccorso umanitario nei confronti di un popolo in ostaggio».

Una lettura che si accompagna a un impianto politico altrettanto diretto. Ospite di Bruno Vespa a Cinque minuti su Rai1, Pahlavi ha definito il regime «ferito», «molto debole e sull’orlo del collasso», sostenendo che la fase attuale rappresenti «un’opportunità d’oro» per la sua caduta. Il messaggio all’Europa è esplicito: «Il popolo iraniano sta aspettando questa opportunità, ma non può agire da solo e serve un sostegno esterno».

La tappa romana ha aggiunto un livello ulteriore al quadro. Mercoledì Pahlavi è stato ricevuto alla Camera in un incontro con alcuni parlamentari, su iniziativa di Roberto Bagnasco (Forza Italia) e Alessia Ambrosi (Fratelli d’Italia), presidente dell’intergruppo parlamentare Italia-Iran, con il supporto dell’Associazione Italia-Iran e dell’Istituto Milton Friedman. Presenti anche Maurizio Gasparri e Stefania Craxi, insieme ad altri esponenti della maggioranza e ad alcuni deputati della Lega, che in una nota hanno ribadito che «ascoltare tutte le voci fa parte del nostro modo di intendere la politica», pur sottolineando che «la via principale per ottenere la pace è quella diplomatica».

Ma proprio su questo passaggio si è aperta una prima frattura politica. Dentro la stessa maggioranza, il senatore di Fratelli d’Italia Giulio Terzi di Sant’Agata ha criticato duramente la visita, definendo Pahlavi su X «l’autocandidato Scià-figlio», accusandolo di rivendicare una continuità con lo scià Mohammad Reza Pahlavi e con il suo sistema repressivo. Terzi ha ricordato il ruolo della Savak, la polizia segreta del regime monarchico, e ha sostenuto che l’ex principe rappresenti «un progetto politico che punta a conquistare il potere con l’aiuto di potenze straniere». Terzi è uno dei principali sostenitori del Consiglio nazionale della resistenza iraniana guidato da Maryam Rajavi e legato ai Mojaheddin del popolo, organizzazione-setta che si ispira all’Islam rivoluzionario.

Sul piano diplomatico, infine, è arrivata anche la reazione dell’ambasciata iraniana a Roma, che su X ha definito la visita un gesto politico ostile, criticando l’ospitalità concessa a una figura «ripudiata e illusa» e legata alla stagione dello scià e a «progetti sovversivi».

Il risultato è un quadro che va oltre la cronaca della visita parlamentare: Roma diventa un punto di intersezione tra diplomazia prudente, ricerca occidentale di interlocutori alternativi e conflitto narrativo sulla legittimità dell’opposizione iraniana. Con una contraddizione che resta aperta: nel tentativo di immaginare il dopo-regime, chi viene riconosciuto come interlocutore finisce inevitabilmente per diventare anche un attore politico del presente

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