A Teheran, in piazza Enqelab, è comparso un cartellone che sembra uscito da un’altra epoca, o forse da un’altra idea di futuro. C’è Mojtaba Khamenei, nuovo leader supremo dell’Iran, in trincea mentre ordina ai comandanti dei Guardiani della rivoluzione di lanciare missili contro i nemici. Sopra, un richiamo esplicito alla missione divina e un paragone con l’Imam Ali, figura centrale dell’Islam sciita. È un messaggio politico, militare e religioso insieme: l’Iran che emerge dalla guerra non è più pragmatico, né più disposto al compromesso. È più ideologico, più militarizzato, più convinto di combattere una battaglia esistenziale.
È questo il quadro che emerge da una lunga ricostruzione del Wall Street Journal, firmata da Margherita Stancati, Benoit Faucon e Henna Moussavi: la guerra lanciata da Donald Trump su impulso di Benjamin Netanyahu e Mohammed bin Salman, doveva indebolire il regime iraniano, invece ha finito per rafforzarne la componente più radicale. «La guerra ha cambiato il regime, e non in senso positivo», spiega al Wall Street Journal Danny Citrinowicz, ex capo del desk Iran dell’intelligence militare israeliana. «Abbiamo creato una realtà peggiore di quella che gli iraniani stavano vivendo prima della guerra».
L’idea iniziale di Stati Uniti e Israele era semplice: colpire la leadership, a partire da Ali Khamenei, per aprire uno spazio a figure più flessibili, più disponibili a trattare. Donald Trump, un mese dopo l’inizio del conflitto, parlava di una nuova leadership «più ragionevole». È successo l’opposto. Il vuoto è stato riempito da una generazione di dirigenti ancora più duri, meno inclini al compromesso interno ed esterno, più legati ai Guardiani della rivoluzione e a una visione ideologica del mondo.
Al centro di questo nuovo assetto c’è proprio Mojtaba Khamenei. Sopravvissuto all’attacco che ha ucciso il padre, non è apparso in pubblico e secondo alcune fonti potrebbe essere gravemente ferito. Ma la sua rete continua a governare. Non è una figura improvvisata: per decenni ha operato dietro le quinte, «connettendo persone e promuovendo ufficiali dal pugno di ferro, contribuendo a ridefinire l’orientamento ideologico dell’Iran», si legge sul Wall Street Journal. Per anni, Mojtaba Khamenei ha lavorato a stretto contatto con i Pasdaran e con la milizia Basij per reprimere il dissenso e promuovere alleati nei servizi di sicurezza.
Quella rete ha un nome: Habib Circle. Un gruppo informale ma potentissimo, composto da veterani della guerra Iran-Iraq e figure legate ai settori più ideologici del regime. Secondo una proposta di legge del Congresso americano, si tratta di «uno dei network di sicurezza e intelligenze informali più importanti del regime, che ha commesso violazioni di diritti umani in quantità ed è coinvolto in diverse attività terroristiche». È questo circuito che oggi occupa i punti chiave del potere.
Le più recenti nomine raccontano bene la direzione che ha preso l’Iran. Il nuovo capo della sicurezza nazionale, Mohammad Bagher Zolghadr, è un ex comandante dei Guardiani con un passato segnato da violenza politica e operazioni clandestine. Prima della rivoluzione partecipava a gruppi guerriglieri responsabili dell’uccisione di un ingegnere americano e di agenti di polizia. In seguito ha contribuito alla creazione della Forza Quds, specializzata nel sostegno a milizie straniere. Le sue posizioni sono così estreme che, secondo il politologo Vali Nasr, perfino Qassem Soleimani lasciò temporaneamente l’incarico in segno di protesta.
Il nuovo comandante dei Pasdaran, Ahmad Vahidi, è accusato di aver preso parte all’attentato del 1994 contro il centro ebraico di Buenos Aires, che causò ottantacinque morti. Il consigliere militare Mohsen Rezaie è a sua volta collegato allo stesso attacco e negli anni Ottanta guidò una strategia militare che prolungò la guerra con l’Iraq causando centinaia di migliaia di vittime. Oggi sostiene apertamente un’escalation con gli Stati Uniti: «La risposta iraniana non sarà più occhio per occhio, sarà testa per occhio, mano e piede per occhio», ha detto. Secondo Saeid Golkar, esperto dei servizi di sicurezza iraniani, «chi sta prendendo il potere è la frangia più estremista dei Guardiani della rivoluzione, dei Pasdaran». E questo, inevitabilmente, «rende più probabile un prolungamento del conflitto».
La radicalizzazione non è solo politica o militare. È anche ideologica. Negli anni successivi alla guerra con l’Iraq, Mojtaba Khamenei è stato formato a Qom da Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, teologo radicale e punto di riferimento dell’ala più dura del regime. È lì che si consolida una visione messianica, il cosiddetto mahdismo: l’idea che la costruzione di una società islamica “pura” e la distruzione dei nemici – soprattutto Israele – possano accelerare il ritorno dell’Imam Mahdi, figura escatologica destinata a portare giustizia nel mondo.
Quella che un tempo era una dottrina marginale è diventata progressivamente centrale. «La dottrina apocalittica del mahdismo ha guidato il comportamento del regime in tempo di guerra», spiega Kasra Aarabi, «e ha fornito una giustificazione per azioni che altrimenti potrebbero essere considerate irrazionali». Più che semplice retorica religiosa, si tratta di una chiave di lettura delle decisioni strategiche, inclusa l’estensione del conflitto verso il Golfo.
L’indottrinamento è sistematico. Secondo ricerche citate dal WSJ, metà dell’addestramento iniziale dei nuovi membri dei Pasdaran è dedicato alla formazione ideologica: sermoni, lezioni, testi obbligatori. A questo si aggiungono corsi annuali di aggiornamento. Figure come Hossein Yekta, comandante vicino a Khamenei, arrivano a invitare pubblicamente le madri a mandare i figli in guerra «nel nome di Mahdi», evocando scenari di conquista e violenza religiosa.
Allo stesso tempo, sul piano interno, il regime ha irrigidito ulteriormente il controllo. Arresti, esecuzioni, minacce dirette ai potenziali manifestanti. Le strade vengono presidiate da sostenitori del regime, mentre ogni spazio di dissenso viene ridotto. Sul piano esterno, l’Iran non cerca una via rapida per uscire dal conflitto: continua a colpire i vicini arabi e utilizza la sua posizione sullo Stretto di Hormuz – attraverso cui passa circa il venti per cento del petrolio mondiale – come leva strategica.
Questo non significa che non esistano pressioni per negoziare. Le perdite della guerra pesano sull’economia e alcune figure più pragmatiche restano nel sistema. Ma la direzione è chiara: anche nei colloqui con gli Stati Uniti, accanto a politici più moderati siedono negoziatori noti per la loro ostilità al dialogo. La distanza tra le parti resta profonda.
Il risultato è quasi un paradosso. La guerra che doveva aprire la strada a un Iran più debole e più trattabile, almeno secondo Donald Trump, ha prodotto un sistema più chiuso, più ideologico e meno disposto al confronto. Un Iran in cui il potere non si limita a difendersi, ma si percepisce come portatore di una missione storica.