Nel secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, il potere si misura anche nella durata. Dopo i siluramenti dell’Attorney General Pam Bondi e della segretaria alla Homeland Security Kristi Noem – le prime due teste cadute nel nuovo esecutivo – a Washington si è riaperta la corsa a individuare il prossimo epurato. Tra i nomi più esposti circolano Kash Patel, Pete Hegseth e Tulsi Gabbard: tre figure centrali, accomunate da tensioni crescenti con la Casa Bianca e da problemi interni ai rispettivi apparati.
Il caso più esplosivo è quello di Patel, direttore del Federal Bureau of Investigation. Un’inchiesta recente di The Atlantic lo descrive come «erratico», spesso assente e soprattutto segnato da episodi di consumo eccessivo di alcol. Secondo oltre due dozzine di fonti interne, Patel sarebbe arrivato a essere «difficile da svegliare» perché apparentemente ubriaco, costringendo perfino la sua scorta a valutare l’uso di strumenti da irruzione – tipici delle unità Swat – per entrare nella sua stanza chiusa. Il quadro sarebbe aggravato da altri episodi: riunioni rinviate per postumi di serate alcoliche, comportamenti paranoici – come il “freak-out” quando pensò di essere stato licenziato per un problema tecnico – e una gestione considerata da molti funzionari «vulnerabilità per la sicurezza nazionale». Patel ha smentito tutto e minacciato azioni legali, ma la diffusione del report ha riacceso dubbi già presenti alla Casa Bianca, dove circola da tempo il sospetto che non sia all’altezza del ruolo.
Se Patel è sotto pressione per ragioni personali e operative, Tulsi Gabbard lo è per motivi politici. Secondo diverse ricostruzioni, la direttrice dell’intelligence nazionale è stata progressivamente esclusa dalle riunioni che contano, con un ritorno di centralità del direttore Central Intelligence Agency come principale consigliere del presidente sui dossier più sensibili. Il deterioramento del rapporto con Trump si è accelerato dopo posizioni percepite come non allineate – in particolare sull’Iran – al punto che il presidente avrebbe già chiesto ai suoi consiglieri informazioni su una possibile sostituzione. Parallelamente, Gabbard sarebbe stata confinata a dossier politicamente utili alla narrativa trumpiana, dalle presunte irregolarità elettorali fino ad accuse rivolte a esponenti democratici – un ridimensionamento che ne segnala la perdita di peso reale nell’apparato.
Infine Pete Hegseth, il caso più ambiguo. Il segretario alla Difesa non è in rotta frontale con Trump, ma è al centro di una destabilizzazione senza precedenti del Pentagono. Dopo il licenziamento del capo di Stato maggiore dell’Esercito e una serie di rimozioni ai vertici militari, Hegseth ha avviato una ristrutturazione aggressiva della catena di comando, interpretata da molti come una politicizzazione delle forze armate. Dietro le mosse del capo del Pentagono, secondo fonti interne citate dalla stampa americana, c’è anche una lotta di potere con il segretario dell’Esercito Dan Driscoll e il suo entourage, progressivamente ridimensionato. Una guerra intestina che riflette un clima più ampio: Hegseth starebbe agendo anche per rafforzare la propria posizione, consapevole di non essere immune dalla logica delle epurazioni.
Il filo che lega i tre casi è lo stesso che ha già travolto Bondi e Noem: nella Washington di Trump, la lealtà non garantisce stabilità. Al contrario, errori, autonomia o semplice esposizione mediatica possono trasformarsi rapidamente in un rischio politico. E in un’amministrazione dove la purga è appena iniziata, la domanda non è se ci sarà un prossimo licenziamento, ma chi sarà il prossimo.
Ma non finisce qui. Perché secondo Anthony Scaramucci, ex direttore della comunicazione della Casa Bianca, la seconda amministrazione Trump starebbe evolvendo verso una struttura di potere ancora più instabile e personalistica rispetto al primo mandato. Nemmeno il vicepresidente JD Vance può dirsi realmente al sicuro, perché la logica dominante non è quella della successione politica ma della revocabilità permanente della fiducia, ha scritto in un post. L’idea di fondo è che Trump non stia costruendo una linea di continuità interna, ma un sistema competitivo in cui ogni ruolo resta subordinato all’umore e alla convenienza del presidente, con la conseguenza che anche i vertici apparentemente più solidi possono rapidamente trasformarsi in bersagli. E su dossier delicati come l’Iran e i rapporti con il Vaticano e il Papa, il vicepresidente si muove in una posizione sempre più esposta, con margini di influenza limitati e crescente difficoltà a incidere sulle scelte dell’amministrazione, segnale di un ruolo ancora in cerca di reale consolidamento politico.