Silicon WorldLa trasformazione culturale degli ultraricchi d’America

Un tempo invisibili per convenienza sociale, oggi protagonisti della scena pubblica. I grandi patrimoni non cercano più legittimazione attraverso la sobrietà ma attraverso visibilità e consenso

C’è questo fantastico pezzo di Amy Chozick sul New York Times a proposito della vita quotidiana dei coniugi Bezos camuffato da intervista a Lauren Sánchez in cui a un certo punto Chozick osserva che per decenni «c’era un tacito accordo con gli ultraricchi d’America.

Potevano godersi i loro inimmaginabili privilegi purché proiettassero austerità o restassero perlopiù lontani dai riflettori». Ci torna su oggi Guia Soncini su Linkiesta per obiettare che «mica è l’America: è il mondo.

Il figlio di De Benedetti si instagramma mentre fa lo sci d’acqua. Nessuno più vuol essere lontano dai riflettori. Persino i nati ricchi vogliono vivere da influencer tamarri: figuriamoci Lauren e Jeff, che ricchi non ci sono nati».

A me però colpisce soprattutto il passaggio sulla mutazione di Jeff Bezos, prima «un po’ impacciato; vagamente misantropo a Seattle», ora «palestrato, spesso a torso nudo, immortalato mentre ride nelle foto dei paparazzi, in atteggiamenti affettuosi sul suo megayacht: un uomo che ha scoperto la gioia, l’amore e la dermatologia estetica».

Parole che si potrebbero scrivere pari pari per Mark Zuckerberg e gran parte dei giovani nerd della Silicon Valley delle origini, tutti ormai esteticamente e antropologicamente irriconoscibili, come l’America e forse come il mondo.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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