A pochi giorni dalle elezioni del 12 aprile, in Ungheria cresce il timore che il voto possa trasformarsi in uno scontro politico anche dopo la chiusura delle urne. Non solo per l’incertezza del risultato dopo anni di egemonia incontrastata di Viktor Orbán, ma per le condizioni stesse in cui si vota. La descrizione migliore è quella data da Jaime Dettmer e Max Griera, che su Politico parlano delle «elezioni più decisive dalla caduta del comunismo, ma gli elettori non voteranno in una competizione equa».
Dopo sedici anni di dominio incontrastato di Orbán, il sistema costruito dal premier ungherese viene messo alla prova in condizioni che molti osservatori non considerano più competitive. La tensione si concentra attorno a un elemento apparentemente tecnico, ma in realtà decisivo: il monitoraggio del voto. Oltre agli osservatori internazionali ci saranno nuove missioni parallele legate all’area di governo. È qui che si apre il rischio più concreto, con più narrazioni concorrenti nella lettura del risultato. «L’emergere di gruppi alternativi di monitoraggio elettorale […] sta aumentando il rischio di turbolenze politiche e risultati contestati», scrive Politico. L’eventualità che Fidesz contesti il risultato in caso di sconfitta non è più considerata remota. La campagna elettorale è già segnata da accuse reciproche, sospetti di interferenze e un clima di sfiducia sistemica. In questo contesto, gli osservatori diventano parte della partita.
Da decenni l’Osce monitora le elezioni in numerosi Paesi, e in passato ha già criticato il sistema ungherese, parlando di votazioni «compromesse dall’assenza di condizioni eque». Ma quest’anno anche la sua missione è finita al centro delle polemiche. A suscitare controversie è stata la presenza di Daria Boyarskaya, funzionaria legata in passato al ministero degli Esteri russo e interprete in incontri di alto livello con Vladimir Putin. Alcune organizzazioni della società civile ungherese hanno messo in dubbio l’affidabilità della missione, sostenendo che questa figura potrebbe minare la fiducia nel monitoraggio internazionale. «Quando l’ex interprete di Putin organizza la missione, la percezione di fiducia viene erosa», ha dichiarato una rappresentante del Comitato Helsinki ungherese, citata da Politico. L’Osce ha respinto le accuse, parlando di attacchi infondati e sottolineando che il ruolo della funzionaria non implica alcuna influenza politica.
Non a caso, alcune organizzazioni, tra cui Transparency International Hungary, hanno annunciato il boicottaggio della missione. E nel frattempo, l’area vicina a Orbán ha lanciato una propria iniziativa di monitoraggio, la “Liberty Coalition for a Free and Fair Election”. L’obiettivo dichiarato è la trasparenza, l’effetto più probabile è la diffusione di una versione alternativa della realtà. Proprio come accade in altri regimi, per primo quello russo di Vladimir Putin a cui lo stesso Orbán vorrebbe ispirarsi.
Il risultato è uno scenario inedito, in cui non solo il voto ma anche la sua interpretazione potrebbe diventare terreno di scontro. Questa tensione si inserisce in un contesto più ampio, che riguarda la natura stessa del sistema politico ungherese. Come ricordava l’Economist un paio di giorni fa, l’Ungheria è un caso emblematico di come un leader eletto democraticamente possa minare la democrazia e lo stato di diritto. Dal 2010 a oggi Orbán ha progressivamente rafforzando il controllo su magistratura, amministrazione e media. Un processo di graduale distruzione delle istituzioni con strumenti formalmente legali. Così nel tempo ha concentrato il potere nelle mani di una piccolissima élite.
Sullo stesso tema, il Carnegie Endowment for International Peace scrive che se l’Ungheria fosse «una normale democrazia europea», il vantaggio nei sondaggi dell’opposizione indicherebbe una probabile alternanza al potere. Ma «questo non è più un sistema politico ordinario»: negli ultimi anni, sostiene il think tank, il governo ha realizzato una forma di «cattura dello Stato», svuotando i contrappesi istituzionali e utilizzando apparati pubblici, media e risorse statali per fini politici.
In questo contesto, anche i sondaggi perdono parte del loro significato. «Un vantaggio nell’opinione pubblica conta meno quando il campo di gioco è strutturalmente inclinato», si legge nell’analisi, sottolineando come le istituzioni non funzionino più da arbitri neutrali ma da strumenti di sopravvivenza politica del partito di governo.
Eppure qualcosa sembra essersi mosso. Secondo il Carnegie, si starebbe incrinando quella che per anni è stata la principale forza del sistema di Orbán: la percezione della sua invincibilità. La crescita dell’opposizione guidata da Péter Magyar e la comparsa di denunce interne e accuse di corruzione indicano che «una barriera sociale e psicologica sembra essersi spezzata».
È proprio questo a rendere il voto del 12 aprile potenzialmente instabile. Più il risultato è incerto, più aumenta il rischio che venga contestato. E più il sistema è sbilanciato, più diventa difficile accettare una sconfitta. Per questo le elezioni ungheresi rischiano di essere qualcosa di diverso da una competizione politica. Il voto sarà quindi un test sulla possibilità stessa che il potere possa cambiare davvero a Budapest.