
Il 14 maggio 2026, ricevendo ad Aquisgrana il Premio Carlo Magno, Mario Draghi ha pronunciato una frase che andrebbe incisa nei manuali di storia contemporanea: «Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme». Non è retorica. È una diagnosi. Gli Stati Uniti non garantiscono più la sicurezza europea alle condizioni di prima, la Cina non offre alternative, la Russia è il problema. E l’Europa, nel frattempo, continua a comportarsi come se il mondo fosse ancora quello del 2019.
Qualche settimana prima, lo Stretto di Hormuz era stato bloccato da una guerra che gli europei non avevano voluto, non avevano potuto fermare, non potevano ignorare. Settimane in cui le borse del continente hanno bruciato millesettecento miliardi di euro di capitalizzazione. Settimane in cui i prezzi del petrolio sono saliti del tredici per cento in una sola sessione, una base militare italiana in Kurdistan iracheno è stata colpita dai Pasdaran, e Donald Trump ha definito pubblicamente gli alleati europei «codardi» e «tigri di carta». La risposta europea? Una dichiarazione di condanna, un vertice rinviato, un comunicato congiunto. La forma perfetta dell’irrilevanza: si parla per non decidere.
L’irrilevanza europea non è una sensazione: è un dato misurabile. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno prodotto quaranta grandi modelli di intelligenza artificiale, la Cina quindici, l’Unione europea tre. L’Europa investe in ricerca e sviluppo il due per cento del prodotto interno lordo, contro il tre e mezzo americano e il quasi cinque della Corea del Sud. Il settanta per cento del traffico dati europeo transita su cloud statunitensi, soggette alla giurisdizione di un paese che ha appena scoperto di non essere più un alleato incondizionato. La quasi totalità dei chip avanzati che fanno funzionare automobili, ospedali e impianti industriali europei viene prodotta a Taiwan. Le terre rare per le batterie passano per la Cina, che ne controlla circa il novanta per cento della capacità raffinazione globale. Ogni voce di questa lista è un punto di vulnerabilità. Sommate, sono il profilo di un continente che non è sovrano.
Il più grave non è tuttavia il ritardo. È l’immobilità con cui lo si gestisce. Il Rapporto Draghi del settembre 2024 ha indicato la cifra esatta del salto necessario: ottocento miliardi di euro l’anno di investimenti aggiuntivi per un decennio, da finanziare con debito comune europeo. Aggiornata ai costi della guerra e dei dazi, quella cifra è oggi vicina ai milleduecento miliardi. È la posta in gioco. La risposta dei capi di Stato e di governo? Un negoziato che, come ha denunciato Sandro Gozi, «verte al momento su uno zero virgola uno per cento in più o in meno». Lo scarto tra diagnosi e risposta non è quantitativo, ma qualitativo: non riguarda il grado, bensì la natura. È lo scarto tra chi ha capito che siamo in guerra e chi continua a discutere di contabilità.
L’immobilismo europeo non è nuovo. Ciò che è nuovo è il contesto in cui si manifesta. Per trent’anni l’Europa ha potuto permettersi la lentezza perché il mondo intorno garantiva tre certezze: l’energia veniva dalla Russia a prezzi bassi, la sicurezza dagli Stati Uniti a costo zero, la crescita dalle esportazioni verso la Cina. Quel paradigma è evaporato. La Russia ha trasformato il gas in arma. Gli Stati Uniti hanno scoperto di essere un’alleanza condizionata. La Cina è diventata concorrente sistemico. Le tre gambe del tavolo si sono spezzate insieme. Continuare a comportarsi come se nulla fosse cambiato non è prudenza: è negazione. E la negazione, nella geopolitica come nella medicina, fa pagare prezzi più alti dell’intervento tempestivo.
Il prezzo lo stanno già pagando i cittadini europei. Lo pagano i lavoratori tedeschi dell’industria automobilistica che vede la propria filiera disgregarsi tra prezzi dell’energia ancora alti, dazi americani sulle esportazioni e concorrenza cinese sui veicoli elettrici. Lo pagano le famiglie italiane che hanno visto la bolletta del gas raddoppiare nell’inverno del 2022 e non sono mai tornate ai livelli precedenti. Lo pagano le piccole imprese francesi e spagnole che non riescono a competere con campioni americani capitalizzati da venti volte tanto. Lo pagano i giovani ricercatori europei che, per fare quello che hanno studiato a fare, devono trasferirsi a Boston, San Francisco o Shenzhen. Ogni mese di rinvio è un altro mese in cui questa emorragia continua. Non è un costo astratto: è il quaranta per cento di una bolletta, il venti per cento di uno stipendio, la metà di una pensione attesa e mai più sicura.
È qui che il discorso sull’Europa si tiene tutto insieme con il discorso sulle riforme nazionali. Le due dimensioni non sono separabili. Un paese che riforma il proprio welfare, la propria scuola, la propria politica industriale dentro un’Europa immobile rischia di essere penalizzato dalla concorrenza al ribasso degli altri Stati membri. Ma un’Europa che vara ottocento miliardi di investimenti comuni dentro paesi incapaci di spenderli bene li sprecherà. La sinergia è bidirezionale e implacabile: l’Europa senza riforme nazionali resta carta, le riforme nazionali senza Europa restano insufficienti. Welfare, formazione, lavoro, industria, sanità, sovranità tecnologica: ciascuno di questi ambiti perde significato se trattato isolatamente. Tutto si tiene, o niente regge.
C’è una correlazione che la storia recente ha reso evidente. I paesi europei che hanno retto meglio agli shock degli ultimi anni sono quelli che avevano già investito in coesione interna prima della tempesta. La Spagna, che aveva costruito una solida capacità di produzione rinnovabile, ha attraversato la crisi del gas con un impatto molto inferiore alla media. I paesi nordici, con welfare robusti e mercati del lavoro fluidi, hanno assorbito meglio l’inflazione del 2022. La Germania, che più di tutti aveva scommesso sulla dipendenza dal gas russo, paga ancora oggi una crisi industriale non riassorbita. La lezione è spietata: la qualità delle istituzioni interne determina la capacità di tenuta esterna. Le democrazie fragili, sotto stress, non solo si impoveriscono: producono populismi e autoritarismi. E ogni populismo che vince è un altro mattone della disgregazione europea.
La finestra per agire non è illimitata. La Commissione attualmente in carica ha davanti a sé al massimo due o tre anni utili per trasformare il Rapporto Draghi da documento in politica. Dopo, l’orologio elettorale americano del 2028, le elezioni tedesche, le tensioni in Asia orientale, i prossimi shock energetici renderanno la finestra più stretta. Aspettare significa scegliere. Significa scegliere che il debito comune resti un’eccezione e non una struttura, che la difesa europea resti uno slogan e non un’industria, che il mercato unico resti incompleto e che le imprese europee continuino a essere acquistate dai concorrenti americani e cinesi prima di poter scalare. Significa anche scegliere chi pagherà: non i decisori di oggi, ma i quarantenni di domani che si troveranno in un continente più povero, più dipendente, più esposto.
Una via esiste, ed è nota da almeno diciotto mesi. Si articola in tre direzioni che il Rapporto Draghi ha già nominato e che oggi attendono solo di essere trasformate in decisioni. La prima è un fondo sovrano europeo per la sovranità tecnologica — cinquecento miliardi l’anno per chip, batterie, cloud e intelligenza artificiale, finanziati con debito comune permanente e riallocazione delle voci di bilancio che oggi assorbono risorse senza produrre futuro: la politica agricola comune, che vale ancora un terzo del bilancio dell’Unione, è il caso più evidente. La seconda è il passaggio dall’unanimità alla maggioranza qualificata in politica estera, difesa e accordi commerciali – lo stesso meccanismo che già regola la politica monetaria e il mercato interno, e che oggi paralizza ogni sanzione contro Mosca, ogni acquisto comune di armamenti, ogni negoziato con Washington o Pechino. La terza è un riarmo industriale e formativo coordinato – una transizione ecologica per azzerare la dipendenza energetica; raddoppio del bilancio della difesa comune verso il tre per cento del prodotto interno lordo; un milione di ingegneri e ricercatori formati entro il 2030 con un programma europeo dedicato alle tecnologie strategiche. Non è la soluzione: è il punto da cui si comincia a discuterla. E ogni mese in cui questo punto non viene messo sul tavolo è un mese in cui qualcun altro decide al posto nostro.
Il riformismo trasformativo che questa fase storica esige non è un esercizio accademico. È la traduzione operativa di una constatazione semplice: in un mondo tornato pericoloso, le democrazie che non si trasformano non sopravvivono. Non si tratta di scegliere tra cambiamento e conservazione: si tratta di scegliere tra cambiamento guidato e cambiamento subito. L’irrilevanza europea è reversibile, ma non automaticamente. Richiede una scelta politica esplicita, sostenuta da una coalizione di interessi e di valori capace di reggere più legislature. Richiede di smettere di trattare la difesa comune, il debito comune e la politica industriale comune come tabù ideologici e di iniziare a trattarli come ciò che sono: condizioni minime di sovranità.
La verità è che gli europei hanno ancora le risorse, le competenze e i mercati per essere protagonisti di questo secolo. Quello che manca è la decisione. E ogni giorno in cui questa decisione viene rinviata, l’irrilevanza si fa più profonda, l’immobilismo più strutturale, la disgregazione più vicina. L’Europa non sparirà in un giorno: sparirà in una serie di rinvii. Per questo il riformismo trasformativo non è un programma per i tempi tranquilli. È la risposta ai tempi difficili. Ed è anche l’unica condizione perché i tempi tranquilli, un giorno, possano tornare.