Per la libertàI cosacchi combattono contro Putin in Ucraina, simbolo di una Russia frammentata

Alcuni combattenti si sono schierati con Kyjiv contro il Cremlino, rompendo l’idea di un fronte interno compatto. Il fenomeno mette in luce tensioni storiche e identitarie che attraversano lo spazio politico russo e ne indeboliscono la coesione

AP/LaPresse

Il ruolo dei movimenti cosacchi russi che combattono a favore del Cremlino in Ucraina è stato ampiamente documentato. Meno attenzione è stata invece dedicata alla partecipazione di veri cosacchi russi, intesi in senso ancestrale, che combattono dalla parte dell’Ucraina contro le forze imperiali russe. La divisione affonda le sue radici nella diversa concezione di «cosacco», inteso come soslovie (ordine militare) oppure come etnos (gruppo etnico). L’identità cosacca fu progressivamente cooptata dai regimi zaristi per integrare strutture militari nelle comunità civili russe ai confini dell’impero, ma coloro che la interpretavano come una questione di discendenza – i cosiddetti «cosacchi liberi» – si opposero a questa appropriazione. La guerra della Russia contro l’Ucraina ha offerto al regime l’occasione di intensificare la repressione del movimento cosacco libero. Oggi, l’apice degli sforzi del Cremlino per controllare questa tradizione si manifesta nelle cosiddette formazioni ufficiali, riunite sotto la Società cosacca panrussa e impegnate in attività come il pattugliamento delle città russe. I cosacchi liberi, tuttavia, reagiscono e si schierano con chi combatte l’imperialismo russo.

La contesa eredità dei cosacchi emerge con particolare evidenza nello sforzo della Russia di legittimare il proprio dominio attraverso l’immagine cosacca, soprattutto nei territori temporaneamente occupati di Kherson e Zaporizhzhia. La creazione di organizzazioni false, pseudo-cosacche e allineate al Cremlino nelle regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson evidenzia ulteriormente l’uso politico di questa immagine nei territori occupati. Queste strutture sembrano far parte integrante dei piani del Cremlino per la regione. Tale falsificazione della storia finisce però per rafforzare proprio chi vi si oppone e cerca la liberazione.

Cosacchi liberi provenienti dal Don e dal Krasnodar si sono uniti al Corpo volontario russo (Русский добровольческий корпус; Russkiy dobrovolcheskiy korpus, Rdk). Questi combattenti sono arrivati per combattere «contro i cani del regime del Cremlino» e hanno preso parte ad alcune delle battaglie più dure della guerra ad Avdiïvka e Svatove. «Invitano coloro per cui la libertà e l’onore cosacco non sono parole vuote a unirsi ai loro ranghi». Considerati in Russia organizzazioni terroristiche, hanno combattuto «fianco a fianco» con le forze ucraine contro il regime del presidente Vladimir Putin. Sono fortemente critici verso le strutture filogovernative che utilizzano impropriamente l’etichetta di «cosacco». Un cosacco del Kuban di nome Roman ha dichiarato: «Quando avevo 16 anni ho conosciuto alcuni cosacchi che dicevano di non gradire questo sistema, questo potere. Ma in realtà [l’Unione dei cosacchi del Kuban] è solo una struttura per controllare i giovani». Roman si definisce un «nazionalista cosacco» ed è motivato dalla prospettiva di liberazione delle terre cosacche. I messaggi militari sul canale Telegram dell’Rdk descrivono anche operazioni attribuite ai cosacchi liberi, come quella in cui un volontario con nome di battaglia Kuban ha colpito una caserma russa con una bomba aerea ad alto esplosivo da 8,5 chilogrammi.

I cosacchi liberi rappresentano anche un’alternativa significativa alla definizione della realtà proposta dal Cremlino e uno strumento potenziale per operazioni psicologiche ucraine. All’inizio dell’invasione su larga scala circolarono voci non confermate su un raduno di cosacchi liberi nell’oblast’ di Orenburg. Essi sono inoltre una componente importante delle varie visioni di una Russia post-Putin, alcune delle quali immaginano persino la disintegrazione dell’attuale Stato russo e la creazione di una «Cossackia» indipendente nel Caucaso settentrionale.

Date le implicazioni di questi processi per la tenuta della Federazione Russa, diversi Paesi che si sentono minacciati dall’imperialismo russo hanno mostrato interesse nel sostenere tali movimenti. Kyjiv ha avviato iniziative di contatto con le minoranze nazionali all’interno della Russia. L’Ucraina non è sola in questo sforzo: il 17 settembre 2025 si è tenuta a Tallinn, presso il Riigikogu, una conferenza del Forum delle Nazioni Libere della Post-Russia e la presentazione del libro «Free Nations, New States: The End Stage of Russian Colonialism», curato dal compianto Janusz Bugajski. All’evento hanno partecipato membri del parlamento estone e rappresentanti di movimenti indipendentisti. Una settimana dopo, il parlamento svedese ha ospitato incontri con esponenti dello stesso forum.

A gennaio è stato inoltre costituito un gruppo parlamentare, l’Interim Group for Liaison with the Captive Nations of Russia, presso il Seimas lituano. La prima riunione ufficiale si è tenuta il 24 marzo, con la partecipazione di rappresentanti di movimenti regionalisti e nazionalisti. Il Movimento Repubblicano del Don, guidato da Alexander Zolotov, ha partecipato all’incontro, sollevando la questione del riconoscimento della «decosacchizzazione» come genocidio, sostenendo che «senza questa valutazione giuridica è impossibile ripristinare i diritti politici dei cosacchi». I separatisti del Don hanno visto in questa commissione un’occasione per portare le istanze democratiche delle regioni all’attenzione degli esperti europei. Le paure del Cremlino rispetto alla frammentazione territoriale e all’effetto deterrente della violenza sono tra le ragioni che hanno portato all’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Paradossalmente, proprio questi tentativi di controllo e l’uso politico della tradizione cosacca per sostenere lo sforzo bellico potrebbero aumentare, nel lungo periodo, la probabilità di una frammentazione territoriale, man mano che questi movimenti si rafforzano.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente dalla Jamestown Foundation

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