Sceneggiata venezianaLa Biennale russa di Buttafuoco va bene a (quasi) tutti, a destra e a sinistra

Chi nel governo gli ha dato torto non l’ha fermato. Chi gli ha dato ragione, anche dall’opposizione, l’ha incoraggiato. Le trovate del responsabile dell’affaire putiniano in Laguna fanno comodo ad amici e nemici

La protesta di Pussy Riot e FEMEN davanti al padiglione russo a Venezia / LaPresse

L’inestricabile garbuglio politico-burocratico dell’affaire russo alla Biennale ha portato a una soluzione meravigliosamente italiana: il padiglione di Mosca è stato aperto per tre giorni per rimanere chiuso per sei mesi – fino al termine dell’esposizione internazionale – ma con le finestre spalancate, di modo che nessuno possa entrare, ma l’arte imprigionata possa uscire e il pubblico sbirciare dall’esterno la video-installazione registrata dai videomaker del Cremlino e dolersi di questo affronto alla libertà della cultura.

Non è una boutade: è la geniale mediazione a cui si è giunti per salvare capra e cavoli: da una parte consentire a quel mascalzone dell’ambasciatore russo Alexei Paramonov – a cui nessuno osa togliere le due onorificenze della Repubblica di cui è ancora insignito, malgrado gli insulti e le minacce a tutte le istituzioni italiane – di inaugurare il padiglione offrendo vodka a chi correva a baciargli la pantofola; dall’altra parte, adempiere alle prescrizioni europee, che impediscono l’apertura al pubblico del padiglione e qualunque prestazione di servizio a questo fine da parte dell’istituzione ospitante.

Putin non avrebbe potuto chiedere di meglio. È tornato a spaparanzarsi nel cuore dell’ufficialità culturale europea e a esibire nel contempo le stimmate della persecuzione e del martirio. La vera installazione russa è proprio quel padiglione proibito, col suo contenuto recluso tra le sbarre delle sanzioni europee, a cui il libero e audace Pietrangelo Buttafuoco si è piegato perché non poteva fare altro, certo, ma anche per illuminare la sua impari lotta contro la censura.

Da mesi Buttafuoco prende tutti per scemi e a quasi tutti, non scemi compresi, va benissimo così, perché consente a ciascuno di recitare la parte che più gli si attaglia anche nell’allestimento veneziano di quell’indegna sceneggiata, in cui l’Italia si trascina dal 2022, anzi dal 2014 sui rapporti da intrattenere, interrompere, ristabilire, ricongelare e via dicendo col macellaio di tutte le Russie e ora anche di un pezzo d’Europa.

Buttafuoco fa comodo a chi gli dà ragione e difende la libertà artistica dei fattorini della guerra ibrida moscovita – Matteo Salvini, Giuseppe Conte e, purtroppo ora anche Matteo Renzi – ma anche a chi gli dà torto, come Alessandro Giuli e si rammarica dell’ostinazione dello stimatissimo amico Pietrangelo, o si dissocia come Giorgia Meloni, quasi non c’entrasse, e la nuova operazione “Dalla Russia con amore”, congegnata dal poliedrico picciotto, fosse un esercizio di insindacabile autonomia amministrativa, alla pari dell’appalto di un parcheggio.

Buttafuoco fa comodo anche a chi preferisce tacere e non prendere posizione, come ci pare abbia fatto la segretaria del Pd (non vorremmo sbagliarci: è pure possibile che i suoi infiniti silenzi abbiano questa volta ingoiato qualche voce dal sen fuggita, che però ci risulta introvabile). A tutti i leader politici italiani – Carlo Calenda e Pina Picierno esclusi – va benissimo Buttafuoco, perché consente loro di tenere un punto che non è mai chiaro, mai impegnativo e soprattutto mai definitivo, ma reversibile e – parola talismano – “complesso”, cioè negoziabile con Mosca senza dare troppo peso al sangue versato.

Che le cose vadano bene a quasi tutti si vedrà stamani quando a inscenare la “Biennale del dissenso” russo a Venezia saranno solo Europa Radicale, Certi Diritti, Radicali Venezia e Arts Against Aggression che sfileranno con gli artisti russi che sono liberi, proprio perché non sono in Russia, dove la cosiddetta libertà della cultura, invocata ieri nella passerella veneziana dallo zuavo padano del Cremlino, è solo il polonio di un potere criminale.

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