C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella relazione intermedia pubblicata dalla Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti contro il Digital Services Act europeo. Non soltanto per ciò che sostiene, ma per il modo in cui lo sostiene.
Il documento, dedicato alla presunta «campagna decennale dell’Europa per censurare Internet a livello globale», affronta questioni reali e cruciali: il potere delle piattaforme digitali, l’effetto extraterritoriale delle normative europee, l’opacità della governance algoritmica, il rapporto sempre più stretto tra regolatori pubblici e Big Tech. Sono temi enormi, destinati a ridefinire la sovranità democratica nel XXI secolo. Eppure, invece di trattarli con il linguaggio prudente e analitico che ci si aspetterebbe da un documento istituzionale, la relazione adotta quasi ovunque la grammatica di una guerra culturale.
Parla di un’Europa che lancia «campagne di censura globale» (ripetuto 5 volte), che
«sopprime le narrazioni e/o il discorso politico» (ripetuto 5 volte), che attua politiche
“censorie” (ripetuto 54 volte). Trasforma il conflitto sulla regolazione digitale in una
battaglia di civiltà tra libertà e controllo, tra popolo e establishment, tra free speech
e censura. Ed è qui che il documento diventa davvero interessante, e allo stesso tempo,
inquietante.
Perché la relazione non si limita a criticare il DSA. Assume apertamente il frame ideologico che negli ultimi anni Elon Musk, l’universo trumpiano e una parte della Silicon Valley hanno costruito attorno al tema della libertà di espressione online: l’idea che qualsiasi tentativo di regolazione delle piattaforme sia, in ultima istanza, un progetto politico di controllo delle opinioni.
Il risultato è un testo che mescola problemi reali, propaganda politica e linguaggio militante fino a renderli quasi indistinguibili. Le differenze tra moderazione,declassamento algoritmico, demonetizzazione e censura vengono continuamenteappiattite. Ogni intervento contro la disinformazione viene presentato come repressione ideologica. Le piattaforme private appaiono come vittime della regolazione, mai come centri autonomi di potere.
Eppure il nodo vero è proprio questo: chi governa oggi lo spazio pubblico globale? Gli Stati? Le istituzioni democratiche? Le corporation tecnologiche? O i proprietari delle infrastrutture digitali?
Dietro lo scontro tra Bruxelles e Musk (di cui ho già scritto a dicembre su Linkiesta) non c’è soltanto una disputa tecnica sulle policy di moderazione dei contenuti. C’è una lotta molto più profonda sul controllo dell’infrastruttura comunicativa contemporanea.
Gli Stati Uniti hanno esportato le piattaforme, traendo vantaggio da alcuni regimi fiscali ultra-favorevoli (Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi). L’Europa ha iniziato a regolare le piattaforme quando ha compreso che i social network non erano semplici aziende tecnologiche, ma infrastrutture politiche in grado di modellare il discorso pubblico, amplificare campagne manipolative e incidere direttamente sui processi
democratici.
La storia deve insegnare, quindi è necessario ricordare Cambridge Analytica, le campagne di disinformazione, la radicalizzazione algoritmica, la monetizzazione dell’odio e le interferenze elettorali che in questi anni hanno progressivamente demolito l’idea di neutralità di queste piattaforme. Dunque, la libertà di espressione viene trasformata sempre più spesso in un’arma geopolitica.
Vale allora la pena soffermarsi su alcuni passaggi della relazione. Perché il problema non è soltanto ciò che il documento dice, ma l’universo politico e culturale che rivela.
La relazione presenta come prova di una deriva censoria il fatto che la Commissione europea dialoghi con piattaforme globali sulle policy elettorali e chieda standard di trasparenza e mitigazione del rischio anche in contesti non strettamente europei.
Certo non è strano che delle istituzioni chiedano trasparenza e standard, il problema è più profondo e non eludibile: le piattaforme operano su scala globale, influenzano contemporaneamente processi democratici in decine di Paesi e applicano policy transnazionali. Pensare che la governance digitale possa restare confinata entro i soli perimetri nazionali significa ignorare la natura stessa dell’infrastruttura
contemporanea.
In assenza di organismi multilaterali realmente efficaci (dalle Nazioni Unite in giù) il vuoto viene inevitabilmente occupato da soggetti capaci di produrre standard globali, come le grandi corporation private. E non c’è nulla di male, in astratto, nel libero mercato. Anzi: l’Italia è uno dei Paesi che meno ha saputo praticarlo davvero. Ma qui la realtà supera abbondantemente la teoria libertaria e anarco-capitalista con cui per
anni sono stati raccontati Internet e il futuro digitale. Perché il punto non è più soltanto economico. È politico, infrastrutturale, democratico.
Sono obbligata ad aprire una lunga parentesi però sulla questione economica, dato essenziale per comprendere dove si trova oggi il potere e come viene utilizzato.
Oggi la capitalizzazione complessiva delle principali Big Tech supera ampiamente il Pil dell’intera Eurozona, come faceva notare Marina Berlusconi in una lettera al Corriere della Sera del 19 ottobre 2025. Da una parte, l’area euro produce circa 15-16 mila miliardi di dollari l’anno. Dall’altra, i principali colossi tecnologici statunitensi hanno raggiunto valutazioni di mercato superiori ai dicianovemila miliardi di dollari complessivi.
Non si tratta soltanto di social network. Si tratta dell’intera architettura digitale contemporanea: Nvidia controlla di fatto il cuore computazionale della rivoluzione dell’intelligenza artificiale; Alphabet domina la ricerca online e l’infrastruttura pubblicitaria globale; Apple governa uno degli ecosistemi tecnologici più chiusi e potenti al mondo; Microsoft è diventata il sistema operativo del cloud occidentale;
Amazon controlla contemporaneamente e-commerce e infrastrutture web strategiche
attraverso Aws.
È in questo quadro che va collocata anche la figura di Elon Musk, che da singolo cittadino supera il Pil di Paesi come Belgio, Svezia o Austria. Non semplicemente un imprenditore eccentrico o un proprietario di social network dunque, ma un soggetto privato che concentra contemporaneamente delle sue mani: una piattaforma globale di comunicazione politica (X); una delle principali aziende spaziali del pianeta (SpaceX); la rete satellitare Starlink, ormai centrale perfino in scenari bellici; infrastrutture strategiche legate all’intelligenza artificiale e ai sistemi di telecomunicazione.
Lo scontro tra Bruxelles e Musk, dunque, non riguarda soltanto la moderazione dei contenuti o il Digital Services Act. Riguarda qualcosa di molto più profondo: la difficoltà degli Stati democratici nel regolare attori privati che hanno accumulato un potere economico, tecnologico e infrastrutturale superiore a quello di molti governi nazionali.
Riguarda, anche, differenti filosofie. Per comprendere davvero lo scontro tra Elon Musk e l’Unione europea bisogna andare oltre la cronaca delle multe, dei tweet e delle polemiche sul Digital Services Act. In gioco ci sono due idee profondamente diverse di potere, democrazia e organizzazione della società tecnologica.
La cultura politica che negli ultimi anni si è consolidata attorno a Musk e a una parte
della Silicon Valley mescola libertarismo radicale, tecnocrazia e tecno-futurismo. Lo
Stato viene percepito come una struttura lenta e inefficiente, mentre la regolazione è vista come un ostacolo all’innovazione. Al contrario, le grandi infrastrutture private vengono considerate strumenti più efficienti per organizzare la società. Non a caso alcuni studiosi parlano ormai di “Muskismo” per descrivere questa combinazione di iper-libertarismo, culto dell’innovazione e centralità delle infrastrutture tecnologiche private.
Un modello nel quale piattaforme, satelliti, intelligenza artificiale e reti di comunicazione tendono progressivamente a sostituire funzioni tradizionalmente pubbliche.
In questo ecosistema culturale si inseriscono anche correnti filosofiche come il longtermism e il transumanesimo. Quest’ultimo immagina il superamento dei limiti biologici dell’essere umano attraverso genetica, intelligenza artificiale e integrazione uomo-macchina. Per i critici, però, apre questioni etiche e politiche enormi. Non a caso Francis Fukuyama definì il transumanesimo «l’idea più pericolosa del mondo» in un celebre saggio pubblicato nel 2004 su Foreign Policy. La sua tesi era radicale: le democrazie liberali si fondano sull’esistenza di una comune natura umana, di una dignità condivisa che rende gli individui uguali sul piano politico e giuridico.
Il problema, secondo Fukuyama, è che le biotecnologie e il potenziamento umano
rischiano di spezzare proprio quel presupposto di uguaglianza. Se una minoranza estremamente ricca potrà modificare stabilmente capacità cognitive, salute, longevità o caratteristiche biologiche dei propri figli, la disuguaglianza smetterà di essere soltanto economica e diventerà antropologica.
È anche per questo che il dibattito attorno a Musk e alla Silicon Valley non riguarda soltanto l’innovazione tecnologica, ma il rapporto tra tecnica, democrazia e idea di essere umano. Il rischio, secondo molti critici, è che il futuro venga progressivamente progettato da un’élite tecnologica privata senza un reale controllo
collettivo.
Ed è qui che la retorica assolutista sul free speech mostra tutta la propria ambiguità. Perché non stiamo più parlando di semplici piattaforme neutre che ospitano opinioni. Stiamo parlando di infrastrutture private globali capaci di orientare
visibilità, accesso all’informazione, dibattito pubblico e persino capacità operative geopolitiche.
La domanda, allora, cambia radicalmente. Non è più soltanto: “chi difende la libertà di parola?”. Ma: chi controlla gli spazi nei quali quella libertà prende forma? E chi controlla che ciò che prende la forma apparente di una “opinione umana”, comunque venga espressa, non sia invece un riflesso della radicale deumanizzazione degli
ecosistemi mediatici e non riproponga, in formato digitale, il set cognitivo della caverna platonica?
Secondo la relazione della Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti
degli Stati Uniti, gli spazi non dovrebbero essere semplicemente controllati, anche se, continuando nella lettura del testo, la relazione prendeva le sembianze di un lungo thread su X di Elon Musk.
Dal transumanesimo torno alle contestazioni americane, che prendono ad esempio il caso “Elezioni Romania 2024” come emblema del carattere censorio dell’Unione europea.
Il caso rumeno mostra bene il metodo della relazione americana. Il documento sostiene che i materiali interni prodotti da TikTok «sembrano smentire» la ricostruzione secondo cui la vittoria al primo turno di Călin Georgescu sarebbe stata
favorita da una campagna coordinata sulla piattaforma. Ma questa è una lettura selettiva. È vero che TikTok ha dichiarato di non aver identificato una rete coordinata da venticinquemila account direttamente associata alla campagna Georgescu. Tuttavia, la stessa piattaforma ha anche riconosciuto di aver rimosso reti di influenza occulta, account falsi, falsi follower e falsi like legati al contesto elettorale rumeno. Tra questi, una rete che promuoveva Georgescu, operazioni riconducibili a Sputnik Media rivolte a pubblici rumeni e moldavi, oltre a decine di milioni di interazioni non autentiche bloccate o rimosse.
La questione, dunque, non è affatto liquidabile come invenzione censoria europea. Semmai dimostra l’opposto: quanto sia difficile, durante una campagna elettorale, distinguere tra consenso organico, propaganda politica, manipolazione algoritmica, operazioni coordinate e interferenza straniera. La relazione Usa riduce questa complessità a un’unica tesi: Bruxelles avrebbe usato il DSA per reprimere un candidato populista. Ma il caso rumeno mostra precisamente perché il DSA esiste: perché le piattaforme globali possono diventare, in tempi rapidissimi, infrastrutture opache di amplificazione politica, capaci di incidere sulla percezione pubblica prima ancora che le istituzioni democratiche riescano a capire cosa stia accadendo.
In questi due punti citati, ovvero la grammatica con cui viene definita l’Unione europea e il rigetto verso le regole DSA sul caso Romania, si intravedono le tracce di quel mondo Maga riconducibile a Trump e le retoriche sulla libertà d’espressione di Elon Musk.
Cerchiamo di comprendere meglio la deriva ideologica di questa relazione. Il testo, nel punto F., sostiene che già dal 2015 la Commissione europea avrebbe progettato un’architettura di “censura digitale” finalizzata a controllare il discorso politico online. È una formulazione fortemente ideologica, che trasforma un processo regolatorio complesso in una teoria intenzionale del controllo politico.
Ma, come spesso accade, la propaganda funziona perché parte da elementi reali. A partire dall’EU Internet Forum del 2015, passando per il Codice sul discorso d’odio del 2016 e quello sulla disinformazione del 2018, l’Unione europea ha effettivamente costruito un sistema crescente di cooperazione e pressione regolatoria sulle
piattaforme digitali. Formalmente si trattava di strumenti volontari. Nella pratica, però, le piattaforme hanno progressivamente compreso che quegli standard sarebbero diventati il quadro di riferimento della futura regolazione europea.
È questo il punto interessante: la relazione americana descrive tale evoluzione come una cospirazione censoria, mentre dal punto di vista europeo si trattava della risposta a un problema diventato sempre più evidente dopo Cambridge Analytica, le campagne di disinformazione e le interferenze elettorali online. In altre parole: per Bruxelles le piattaforme non erano più semplici aziende private, ma infrastrutture sistemiche con effetti diretti sullo spazio pubblico democratico.
La vera questione, allora, non è se l’Europa abbia provato a regolare il comportamento delle piattaforme, lo ha fatto, ed è evidente, ma quale debba essere il limite democratico di quel potere regolatorio e chi debba definire le regole del discorso pubblico digitale globale.
Un ultimo essenziale paragrafo da analizzare, in questo documento di centosessanta pagine, è quello in cui si sente il riverbero culturale rispetto all’universo narrativo di QAnon, Pizzagate e della destra cospirazionista americana. Il testo suggerisce infatti l’esistenza di un coordinamento opaco e sistematico tra Commissione europea, piattaforme digitali, fact-checker e istituzioni internazionali finalizzato al controllo del discorso politico online.
Anche qui, però, la forza della narrazione nasce dal fatto che si appoggia su elementi reali. È vero che, soprattutto durante la pandemia e dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, la Commissione europea ha intensificato il coordinamento con le grandi piattaforme digitali, chiedendo interventi più rapidi contro disinformazione, reti manipolative e propaganda statale russa. Ma la relazione trasforma questo dato in qualcosa di molto diverso: la prova di un progetto organico di controllo politico delle opinioni.
Il salto retorico è evidente. Una cosa è discutere criticamente l’opacità dei rapporti tra istituzioni e piattaforme o interrogarsi sui limiti democratici della moderazione dei contenuti in situazioni emergenziali. Altra cosa è descrivere qualsiasi forma di intervento regolatorio come parte di una cospirazione censoria coordinata contro il
dissenso politico.
La relazione tende invece a fondere tutto (propaganda russa, contenuti sanitari,
moderazione algoritmica, fact-checking, disinformazione elettorale) dentro un’unica
narrativa apocalittica sulla «soppressione della libertà di parola». Ed è proprio questa
continua sovrapposizione tra problemi reali e immaginario cospirazionista a rendere il documento così politicamente significativo.
La relazione mostra un chiaro posizionamento a tutela delle piattaforme americane e i loro imprenditori, molti dei quali erano accanto a Donald Trump durante l’ultimo insediamento alla Casa Bianca, ma il mondo reale ci mostra uno spazio digitale anarchico, soggetto a influenze, hackeraggi, account falsi, bot creati con l’intelligenza artificiale per minare il discorso democratico.
In questo contesto l’Unione europea deve ergersi a leader, a livello globale, e portare queste innovazioni regolatorie alle Nazioni Unite: la rete è globale, non solo continentale, non locale, e regole uniformi darebbero un vantaggio reale a tutti i cittadini che usano queste piattaforme.
Dopo l’indagine e la successiva multa europea, X ha modificato parte della propria comunicazione sulla spunta blu, inserendo disclaimer più espliciti sul significato del badge Premium.
Oggi la piattaforma specifica che la spunta non costituisce necessariamente una verifica dell’identità o dell’autenticità dell’account, ma segnala principalmente un abbonamento attivo ai servizi Premium, conformemente all’idea di Musk della democraticità delle piattaforme.
Ma proprio questo chiarisce il cuore del conflitto con il DSA. Per la Commissione europea il problema non riguarda soltanto l’assenza di informazioni, bensì il design stesso della piattaforma. Per anni la spunta blu aveva rappresentato un segnale di autenticità e autorevolezza pubblica. Trasformarla in un simbolo acquistabile rischia, secondo Bruxelles, di produrre un effetto ingannevole anche se accompagnato da disclaimer formali.
È una distinzione cruciale. Musk continua a ragionare dentro una logica libertaria classica: la piattaforma informa l’utente e la responsabilità finale resta individuale. Il DSA introduce invece una concezione diversa della responsabilità digitale: le piattaforme non rispondono soltanto dei contenuti, ma anche degli effetti sistemici prodotti dal design, dagli algoritmi e dai meccanismi di amplificazione percettiva. Musk nella sua piattaforma ha spiegato il significato attuale delle spunte blu e delle norme di verifica, come richiesto da decisione della Commissione europea il 5 dicembre 2025, ma il problema resta, ed è grande come tutta la rete globale di
internet.