Innovare è potereL’Europa è l’infrastruttura nascosta ma indispensabile dell’intelligenza artificiale

La competizione tecnologica globale non è più limitata al duello Stati Uniti-Cina. L’Europa non può colmare i gap accumulati, ma è diventata decisiva nel controllo di alcuni dei punti critici della filiera dei semiconduttori. Spetta al “sistema Europa” capire come sfruttare la propria posizione per contare di più

AP/LaPresse

Per anni, la competizione tecnologica globale è stata raccontata come un duello tra Stati Uniti e Cina. Da un lato la leadership americana nell’innovazione e nel software, dall’altro la capacità industriale e la scala produttiva cinese. In mezzo, l’Europa è rimasta spesso sullo sfondo: troppo regolatoria per competere, troppo frammentata per guidare.

Questa lettura oggi è sempre meno sostenibile. Non perché l’Europa abbia colmato il gap con Washington o Pechino nella corsa all’intelligenza artificiale, ma perché controlla alcuni dei nodi più critici e meno visibili della filiera globale dei semiconduttori. Nodi senza i quali né gli Stati Uniti né la Cina possono costruire sistemi avanzati.

È qui che si inserisce un’analisi di Ryan Fedasiuk, ricercatore dell’American Enterprise Institute. Su Bandwidth, il giornale online del think tank Center for European Policy Analysis, ha definito l’Europa come parte dell’«infrastruttura nascosta ma indispensabile» dell’intelligenza artificiale.

Il punto non è quanto l’Europa produca, ma cosa rende possibile. La geografia dell’intelligenza artificiale non coincide con quella del potere politico tradizionale: è una rete fatta di colli di bottiglia, specializzazioni estreme e dipendenze incrociate. In questo sistema, alcuni segmenti hanno un valore sproporzionato rispetto al loro peso apparente. Ed è proprio in questi segmenti che l’Europa si è ritagliata un ruolo centrale.

Il caso più evidente è quello di Asml. L’azienda olandese detiene un quasi monopolio nelle macchine litografiche Euv, indispensabili per produrre i chip più avanzati. Senza queste tecnologie, semplicemente non è possibile fabbricare semiconduttori di ultima generazione. Non è un vantaggio tra gli altri: è un punto di passaggio obbligato. Né gli Stati Uniti né la Cina possono aggirarlo nel breve periodo.

Ma ridurre tutto all’azienda olandese sarebbe fuorviante. L’Europa è presente in modo diffuso lungo tutta la filiera: nella componentistica di precisione, nei macchinari industriali, nelle tecnologie per l’energia e nelle infrastrutture fisiche, dai cavi sottomarini ai sistemi di alimentazione dei data center. È un ruolo meno visibile rispetto a quello dei grandi player digitali americani o delle fabbriche asiatiche, ma altrettanto essenziale. Come suggerisce Fedasiuk, si tratta di un plumbing tecnologico: l’insieme di tubature e connessioni senza cui il sistema non funziona.

Questa configurazione produce un paradosso. L’Europa è strutturalmente indispensabile, ma politicamente periferica. Non guida la narrativa sull’intelligenza artificiale, non ospita i principali campioni globali del software e non definisce gli standard tecnologici dominanti. Tuttavia, controlla alcuni degli snodi che rendono possibile l’intero sistema. È una forma di potere indiretta, che fatica a tradursi in leva geopolitica.

Per gli Stati Uniti, questo crea una tensione strategica evidente. Da un lato, Washington punta a costruire un’architettura tecnologica tra alleati che riduca i rischi legati alla Cina, limitandone l’accesso ai componenti più avanzati. Dall’altro, per farlo ha bisogno proprio di quei segmenti della filiera in cui l’Europa è dominante. La sicurezza delle supply chain dell’intelligenza artificiale, oggi una priorità di politica economica e di sicurezza nazionale, non può essere garantita senza il contributo europeo.

È in questo contesto che emerge l’idea di coordinare le filiere tra Paesi alleati, non tanto attraverso un’integrazione completa, quanto tramite una rete di specializzazioni complementari. È la Pax Silica lanciata a dicembre. L’obiettivo non è l’autosufficienza, ma il controllo dei punti critici. In una filiera globalizzata e altamente interdipendente, chi controlla i colli di bottiglia controlla anche le dinamiche di accesso, e quindi una parte significativa del potere.

Il confronto con la Cina rende questo aspetto ancora più evidente. Negli ultimi anni, Washington ha progressivamente rafforzato le restrizioni sull’export di tecnologie avanzate verso Pechino, proprio per rallentarne lo sviluppo nei chip per l’intelligenza artificiale. Ma queste politiche funzionano solo se coinvolgono anche gli altri attori chiave della filiera. Il ruolo dell’Europa, in questo senso, non è accessorio: è una condizione necessaria perché il contenimento tecnologico sia efficace.

Allo stesso tempo, però, Stati Uniti ed Europa non partono dalla stessa posizione. Le loro politiche industriali riflettono priorità diverse. Il Chips and Science Act americano mira a rafforzare la produzione domestica e la leadership tecnologica, mentre lo European Chips Act nasce soprattutto come risposta alla perdita di capacità produttiva e alla frammentazione del mercato interno. Come osserva Fedasiuk, i due approcci si inseriscono in una stessa competizione, ma con strumenti e obiettivi non sempre allineati.

Questo disallineamento si riflette anche nel rapporto tra regolazione e innovazione. L’Europa ha costruito negli anni un modello normativo che punta a governare i rischi delle tecnologie digitali, mentre gli Stati Uniti tendono a privilegiare un approccio più orientato alla crescita e alla competitività. Il risultato è una relazione ambivalente: cooperazione strategica sul piano industriale, ma frizioni su quello regolatorio.

Nel frattempo, il sistema evolve più rapidamente delle sue architetture politiche. Le filiere dell’AI si stanno riorganizzando attorno a logiche di sicurezza, resilienza e controllo, in cui la distinzione tra economia e geopolitica è sempre più sottile. In questo scenario, l’Europa si trova di fronte a una scelta implicita: restare un attore indispensabile ma reattivo, oppure trasformare la propria centralità industriale in capacità di influenza.

La difficoltà sta proprio qui. A differenza degli Stati Uniti o della Cina, l’Europa non è uno Stato, ma un sistema politico composito, in cui le decisioni strategiche richiedono un consenso tra interessi nazionali diversi. Questo rende più complesso tradurre il controllo su asset critici, come le tecnologie litografiche, in una leva negoziale coerente.

Eppure, è proprio su questo terreno che si giocherà una parte della competizione nei prossimi anni. Se il potere nell’economia dell’intelligenza artificiale passa sempre più attraverso il controllo delle infrastrutture e dei colli di bottiglia, allora l’Europa non è più un attore marginale. È uno snodo.

Per gli Stati Uniti, questo significa riconoscere un dato strutturale: la leadership tecnologica non può essere esercitata in modo unilaterale. Richiede alleanze, coordinamento e, soprattutto, accesso a risorse che si trovano anche fuori dai propri confini. In altre parole, richiede l’Europa.

Per l’Europa, invece, la questione è opposta ma complementare. Non si tratta di dimostrare di poter competere da sola con Stati Uniti e Cina, ma di capire come usare la propria posizione nella filiera globale per contare di più. Essere indispensabili non basta. Bisogna anche saperlo trasformare in potere.

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