Riforme mancate e fragilità istituzionaleIl peccato d’origine della seconda (fase della) Repubblica 

La transizione post-1989 è rimasta incompiuta, senza consolidamento di un bipolarismo europeo e con persistenti fragilità istituzionali, scrive Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale, nella prefazione al volume “Storia di una riforma mai nata” di Peppino Calderisi

AP/LaPresse

Con la caduta del Muro di Berlino erano venute meno le ragioni delle due anomalie contrapposte che avevano caratterizzato il sistema politico italiano fino ad allora, cioè il “fattore K” con la presenza del più forte partito comunista dell’Occidente e l’unità politica dei cattolici nella Dc. Con i referendum elettorali per il sistema uninominale maggioritario, vi sarebbero state le condizioni per cercare di riformare quel sistema politico-istituzionale (in crisi da oltre dieci anni) in direzione di un bipolarismo di tipo europeo: un partito liberale/conservatore/popolare di qua e un partito socialdemocratico/ riformista/laburista di là, che finalmente avrebbero potuto legittimarsi reciprocamente. L’operazione politica “Mani pulite” impedì il perseguimento di questo obiettivo, consegnandoci di fatto un bipolarismo basato su altre due anomalie: da una parte, gli eredi del Pci che perseguendo la “via giudiziaria” non fecero i conti con la propria storia e quindi con il riformismo; dall’altra, Berlusconi che dette rappresentanza politica alla maggioranza degli italiani che ne era rimasta priva (riuscendo abilmente a coniugare il vento dell’antipolitica e la retorica del “nuovo” e della “società civile” con le istanze e i valori del vecchio pentapartito), ma portò con sé il suo enorme conflitto di interessi. Ne scaturì un bipolarismo di tipo muscolare tra antiberlusconiani e anticomunisti, frutto di coalizioni ampie ma disomogenee, costruite più per vincere che per governare; i due schieramenti non si legittimarono reciprocamente e non furono capaci di realizzare una riforma costituzionale condivisa che portasse a compimento la transizione verso la “democrazia maggioritaria” avviata dai referendum elettorali. Non poteva certo essere sufficiente la sola riforma elettorale, oltretutto gravata da limiti e contraddizioni, come vedremo analizzando il cosiddetto Mattarellum. Non solo: quel sistema prevalentemente maggioritario prevedeva la formazione delle coalizioni prima del voto e, di fatto, anche l’indicazione preventiva dei candidati premier, così da rendere gli elettori “arbitri della scelta dei governi” (secondo l’espressione di Roberto Ruffilli), ma fu subito contraddetto dalla cosiddetta “dottrina Scalfaro” che consentì di “ribaltare” i governi Berlusconi e Prodi (…). 

Un bipolarismo che non a caso è poi imploso, in particolare a seguito della crisi finanziaria e del debito sovrano nell’Area Euro, anche a causa dello spreco del “dividendo” dell’Euro da parte dell’Italia (cioè lo spreco del risparmio prodotto dalla caduta dei tassi di interesse sul debito pubblico conseguente all’introduzione della moneta europea); quel dividendo fu infatti utilizzato per finanziare maggiori spese anziché per ridurre l’indebitamento e rendere sostenibile il debito pubblico, con la conseguente esposizione dell’Italia a shock finanziari, come quello che nel 2011 portò lo spread sopra i 570 punti. Questa situazione portò alla nascita del governo Monti, alla politica di austerity in piena recessione e al conseguente successo del M5S (Movimento 5 Stelle) nelle elezioni del 2013 e ancor più in quelle del 2018, dopo la vittoria del No al referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi volta a superare il bicameralismo paritario e a riformare il Titolo V.

La democrazia italiana rimane pertanto caratterizzata dalla particolare debolezza sia del sistema politico sia del sistema istituzionale, diversamente dalle altre democrazie europee storicamente più forti per almeno uno di questi due aspetti (almeno fino alla crisi che recentemente le ha investite, di cui si dirà più specificamente a conclusione del presente volume).

Per tutto questo, oltre che ragioni culturali, in Italia le nuove fasi di radicalizzazione e polarizzazione politica si sono sviluppate in anticipo e con caratteristiche peculiari rispetto alle altre democrazie occidentali, facendo dell’Italia una sorta di laboratorio politico del populismo. 

Dopo quasi un decennio, il fenomeno populista si è relativamente depotenziato, messo alla prova dalla responsabilità governativa attraverso esecutivi di coalizione (anche se scaricando costi rilevanti sulla finanza pubblica), ma non è affatto scomparso e pervade ancora larghi tratti del nostro sistema politico e nessuno è in grado di assicurare che non si ripresenti, magari più forte di prima. La dinamica bipolare ha ripreso corso, anche se per le categorie della politica “classica” sarebbe problematico considerare come “coalizione” un insieme di forze politiche che non hanno posizioni unitarie in tema di politica estera, difesa e collocazione internazionale dell’Italia. Anche per questo, ancora una volta, non è detto che ci si trovi di fronte a una novità stabile.

Questi rilievi d’ordine generale interagiscono poi con altre considerazione che pervengono dalla XIX legislatura, così come essa si è fin qui dipanata. Si è certamente verificata una inedita stabilità politica dell’esecutivo, apprezzata addirittura in contesti come la Francia che, su questo terreno, hanno da sempre impartito lezioni all’Italia. Non è dato sapere, però, se tale fase potrà proiettarsi nel più lungo periodo. Tutti i governi europei, infatti, si sono dovuti confrontare con una situazione internazionale inedita, caratterizzata da fenomeni di relativa “deglobalizzazione” che in ambito economico è stata emblematizzata dai dazi e in quello geopolitico dalla rottura del tradizionale asse transatlantico. Le difficoltà sono state ancor più accresciute per la grande volatilità delle posizioni del Presidente statunitense. Ed esse stanno investendo con forza ancora maggiore i governi che gli sono ideologicamente più vicini, come quello italiano, che in alcuni momenti si sono avvantaggiati della possibilità di svolgere un ruolo di ponte tra Stati Uniti d’America ed Europa. Quel vantaggio, però, sembra ora cambiare di segno. Per fare da ponte, infatti, è necessario avere comunque rapporti e contiguità con Trump. E questo, le opinioni pubbliche europee, sembrano gradirlo sempre meno. Si tratta di processi che non potranno fare a meno di “scaricarsi” anche sulla composizione e sulla consistenza degli schieramenti. Anche perché, con il mondo in subbuglio, non si possono affatto escludere nuovi tsunami che rialimentino il populismo. 

Infine, un’ultima considerazione proviene proprio dall’esito del referendum sulla riforma dell’ordinamento giurisdizionale da poco celebrato. Esso ha tarpato le ali alla spinta innovatrice che il governo in carica intendeva imprimere. La circostanza, qualunque idea si abbia della riforma bocciata, per la maggioranza è un problema politico di non poco conto. Lo è però anche, paradossalmente, per lo schieramento che vorrebbe presto sostituirla alla guida del Paese. Esso infatti, sull’onda del successo, rischia d’assumere in materia d’istituzioni un atteggiamento di rigido conservatorismo. Può servire nel breve periodo e persino facilitare qualche successo parziale. Per quanto detto nell’introduzione di questo libro, però, si può escludere che tale posizione possa reggere a lungo, perché la forza dei cambiamenti epocali in atto impone in ogni caso di riconsiderare gli assetti istituzionali sia a livello nazionale che sovranazionale.

Tratto da “Storia di una riforma mai nata”, di Peppino Calderisi, Rubbettino Editore, 296 pagine, 24 euro

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