La guerra silenziosaLa Cina ha usato ChatGPT per influenzare il dibattito Usa sui data center

OpenAI ha scoperto che account legati a Pechino avrebbero utilizzato il suo chatbot per produrre contenuti volti a influenzare il dibattito negli Stati Uniti sulle infrastrutture per l’intelligenza artificiale

AP/LaPresse

A prima vista è un caso di influenza digitale tra i tanti. Ma il nuovo report di OpenAI intercetta qualcosa di più strutturale: il punto in cui la competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale si intreccia con la politica infrastrutturale americana. Secondo OpenAI, una rete di account con presunti legami con la Cina avrebbe utilizzato ChatGPT per produrre post in inglese contro la costruzione di nuovi data center negli Stati Uniti. I contenuti insistevano su un tema sensibile nel dibattito locale: l’aumento dei costi dell’elettricità e l’impatto delle grandi infrastrutture digitali sulle comunità. L’operazione è stata ribattezzata “Data Center Bandwagon” e attribuita a un soggetto privato cinese che lavorerebbe per il governo.

Bloomberg aggiunge il contesto: negli Stati Uniti la resistenza ai data center è in crescita. Secondo dati citati dall’agenzia, nel 2025 progetti per oltre 150 miliardi di dollari sono stati rallentati o bloccati da opposizioni locali. Le preoccupazioni riguardano consumi idrici, pressione sulle reti elettriche e impatto sulle bollette. È in questo spazio già polarizzato che si inserirebbero i contenuti individuati da OpenAI.

Il punto centrale, però, non è tanto la scala della campagna – definita limitata dalla stessa azienda – quanto la sua logica. Infatti, si inserisce in un contesto geopolitico particolare: la Cina ha ulteriormente elevato l’intelligenza artificiale a priorità nazionale, con il Quarto Plenum e il nuovo piano quinquennale che la collocano tra i pilastri della crescita tecnologica. Dunque, anche senza un coordinamento diretto, operazioni di questo tipo risultano coerenti con un obiettivo più ampio: rendere più difficile e più lenta la costruzione dell’infrastruttura che sostiene la leadership americana nell’AI. Non serve dimostrare un ordine esplicito. Il punto è che il sistema di incentivi – politico, industriale e tecnologico – converge verso la stessa direzione.

A questo si lega il tema di chi conduce queste operazioni. OpenAI descrive una struttura non statale diretta, ma una società privata che lavora per clienti pubblici a livello provinciale. È un dettaglio che si inserisce in una tendenza più ampia: la professionalizzazione dell’influence-for-hire. Rispetto alle prime campagne attribuite alla Cina, spesso rudimentali e facilmente individuabili, lo scenario si è evoluto. L’uso di intelligenza artificiale generativa e strumenti di analisi del sentiment permette oggi di produrre contenuti più credibili, adattati a pubblici specifici e inseriti in dibattiti reali invece che creati artificialmente. Non siamo ancora di fronte a operazioni particolarmente efficaci, ma la direzione è chiara: una filiera dell’influenza sempre più simile a un’industria.

Inoltre, gli account coinvolti non usavano ChatGPT solo per generare post pubblici, ma anche per produrre documenti interni e report destinati ai clienti. Questo dettaglio trasforma la natura del caso: per la prima volta su larga scala, una piattaforma di intelligenza artificiale non osserva solo il contenuto finale di una campagna, ma frammenti del suo processo produttivo. Strutture organizzative, obiettivi operativi, flussi di lavoro emergono indirettamente attraverso l’uso stesso dello strumento. In questo senso, le aziende di intelligenza artificiale non sono più soltanto fornitori di infrastruttura informativa: diventano anche osservatori privilegiati delle operazioni che transitano sulle loro piattaforme, con implicazioni dirette per il mondo dell’intelligence.

Infine, c’è il fatto che le attività attribuite alla rete cinese avrebbero utilizzato proprio ChatGPT per produrre contenuti destinati al pubblico americano. È un dettaglio che racconta un’asimmetria: per parlare efficacemente a un’audience occidentale, può essere più utile uno strumento sviluppato negli Stati Uniti che alternative cinesi operanti in un ambiente informativo più chiuso e censurato. L’intelligenza artificiale americana diventa così, paradossalmente, uno strumento dentro la competizione narrativa contro sé stessa.

Il report di OpenAI non descrive quindi solo una campagna di influenza, ma un ecosistema in trasformazione. Da un lato la crescente conflittualità attorno alle infrastrutture dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti, dall’altro la nascita di un mercato globale dell’influenza sempre più automatizzato e professionalizzato. La competizione tra Washington e Pechino si sposta così su un terreno ibrido: non solo chip, data center e modelli, ma anche la capacità di influenzare il dibattito pubblico che rende possibili – o ostacola – quelle stesse infrastrutture.

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