ÉliteLa rinascita del “power dining” nell’era dei social media

Il ritorno del ristorante come luogo di rappresentazione sociale, in cui la ricerca dell’esclusività si intreccia con la logica dell’economia dell’attenzione, ci dice quanto pranzare o cenare fuori non serve soltanto a fare affari ma anche a produrre visibilità

Pexels

Quando andiamo al ristorante, partecipiamo a un rito sociale, e i motivi per cui lo facciamo sono molteplici: a seconda dell’occasione, della città, del tipo di locale, va in scena una rappresentazione che dice molto di noi e della società che stiamo interpretando. In un recente articolo, Bloomberg sostiene che New York stia vivendo una nuova stagione di ristoranti concepiti non solo come luoghi dove mangiare bene o fare affari, ma come piattaforme di visibilità sociale. Se negli anni Ottanta e Novanta il power dining era rappresentato da tavoli dove si incontravano finanzieri, politici, editori e star dello spettacolo, oggi il potere passa anche attraverso Instagram, TikTok e le reti di influenza digitali. 

Una presa di coscienza che dimostra il ritorno dei ristoranti visti come simbolo di status: alcuni nuovi locali stanno diventando luoghi di appartenenza più che semplici esercizi di ristorazione. Ottenere una prenotazione, essere fotografati all’interno o far parte della clientela abituale ha un valore simbolico elevato per chi ha bisogno di posizionarsi in una realtà dove l’immagine è tutto e dove si assiste a una radicale trasformazione del concetto di élite. Non contano più soltanto amministratori delegati, banchieri e celebrità tradizionali, ma influencer, creator, imprenditori digitali e personalità mediatiche partecipano oggi alla costruzione del prestigio di un locale. 

E proprio per questo, l’esperienza è importante non tanto in sé, ma necessariamente anche come contenuto. Architettura, illuminazione, design, cocktail e presentazione dei piatti sono pensati anche per essere condivisi online, e il ristorante diventa scenografia e strumento di costruzione dell’identità pubblica. 

In parallelo, come sottolinea anche Business Insider in una lucida analisi, cresce la competizione per l’esclusività e il fenomeno dei club privati e dei locali a accesso selezionato diventa tendenza, con l’esclusione degli altri vista come parte integrante del valore percepito. Bloomberg collega questa tendenza a una nuova “Gilded Age”, una fase di forte concentrazione della ricchezza e di ricerca di spazi distintivi per le élite urbane. In Italia, soprattutto a Milano, città del business per eccellenza, i ristoranti riservati e i club stanno vivendo una fase di maturità: dopo alcuni anni in cui sono nati e hanno fatto sentire la loro presenza in città anche a livello comunicativo, oggi sono un punto di riferimento per le élite e hanno smesso di essere sulla bocca di tutti, concentrando la loro attenzione e le loro energie a coccolare i soci, garantendo loro la privacy a cui tanto tengono. Da Cipriani a The Wilde passando per The Core, la piacevolezza ovattata e i menu internazionali, la boiserie e il servizio cortese sono diventati il riferimento per chi non vuole avere sorprese. Un messaggio anche per i ristoratori tradizionali, che nella rincorsa schizofrenica verso influencer, turisti e creatività a tutti i costi hanno perso una parte importante del loro target potenziale fatta di manager, imprenditori e semplicemente ricchi, che vogliono stare tranquilli, senza telefoni con telecamera intorno, con un menu comprensibile e piacevole, senza la necessità di un lungo storytelling ai tavoli e senza il bisogno ossessivo di farla più complicata di quello che è: pranzare o cenare chiacchierando con i propri commensali. 

E se nei nuovi ristoranti di riferimento si parla sempre meno di cucina e sempre più di funzione sociale, il punto interessante è che le due geografie del prestigio oggi non coincidono. Da una parte ci sono i locali costruiti per essere fotografati, condivisi e raccontati, dove il capitale simbolico si misura in visualizzazioni, follower e presenza digitale. Dall’altra crescono i club privati e gli indirizzi riservati, dove l’esclusività non ha bisogno di essere esibita e dove il valore sta proprio nell’assenza di esposizione.

È qui che si consuma una sorta di rivincita del potere tradizionale: mentre influencer e creator presidiano la scena pubblica, manager, imprenditori, investitori e professionisti scelgono sempre più spesso luoghi sottratti allo sguardo collettivo, dove contano le relazioni e non la loro rappresentazione. In un’epoca in cui tutto sembra dover essere condiviso, il vero status torna a essere la possibilità di restare invisibili. I club privati non sono quindi un residuo del passato, ma uno dei simboli più contemporanei della nuova élite: se i social determinano chi è famoso, sono ancora le porte chiuse a indicare chi conta davvero.

X