Ci sono due modi di guardare alle colonne di fumo che ieri si sono levate nel cielo di Mosca, uno istruttivo e uno ancora più istruttivo. Il modo istruttivo è farlo ripensando a quanti discorsi ci siamo sentiti fare sulla necessità di spingere l’Ucraina a capitolare per evitare devastazioni peggiori, sul fatto che certo l’Ucraina non avrebbe mai potuto vincere la guerra e dunque ogni tentativo di resistere era non solo vano, ma autolesionistico. Il modo ancora più istruttivo è farlo pensando a cosa dicevano le persone serie e gli analisti più autorevoli, riguardo all’esito del conflitto, nel caso in cui Trump avesse tagliato il sostegno americano all’Ucraina.
Per quanto riguarda i discorsi delle persone meno serie circa la necessità di spingere l’Ucraina ad arrendersi, anche tagliandole i rifornimenti di armi, tralasciamo l’idiozia della teoria in sé e per sé, scusabile solo con la pura malafede: siamo dalle parti dell’amico del bullo che t’invita a lasciarti menare per il tuo bene. I nostri talk show, più ancora dei giornali, sono purtroppo pieni di questo genere di soggetti. Sta di fatto che da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca ha fatto tutto quello che costoro sostenevano che andasse fatto, ha speso ogni energia possibile nel dialogo con Vladimir Putin, stendendogli letteralmente un tappeto rosso sotto i piedi (come ha fatto ad Anchorage), insultando e ricattando Volodymyr Zelensky in ogni modo immaginabile e tagliandogli aiuti economici e militari.
Eppure la famosa trattativa non ha fatto un passo avanti, perché il problema non era l’Ucraina, ma la fermissima determinazione russa nell’ottenere la completa sottomissione del paese e la sua forzata reintegrazione all’interno della sfera d’influenza di Mosca (da questo punto di vista le conquiste territoriali possono avere persino un valore secondario, a condizione che il resto del paese sia governato da pupazzi del Cremlino, come è avvenuto ad esempio in Georgia). In poche parole, pur avendo Trump fatto praticamente tutto quello che la propaganda putiniana sosteneva andasse fatto per riconoscere le famose ragioni di Mosca, la situazione non è cambiata di una virgola per la semplice ragione che Putin non si beve le fregnacce che fa raccontare ai suoi propagandisti.
Ecco perché tutto il ricorrente dibattito sul ruolo che l’Europa dovrebbe assumere nelle trattative diplomatiche e sulla scelta del suo rappresentante più autorevole da mandare a farsi prendere in giro assieme a Trump – esattamente come è accaduto a Trump nel corso dell’ultimo anno e mezzo – è un’altra di quelle discussioni surreali di cui non si capisce il senso, e in cui si mescolano come al solito l’autolesionismo degli europeisti e la malafede degli antieuropeisti. Eppure è un ritornello che mette d’accordo tutti, da Matteo Renzi a Giuseppe Conte, passando per buona parte degli stessi leader europei ansiosi di mostrare al proprio elettorato che vogliono la pace nel mondo e non la guerra. Resta una scemenza comunque, tanto più adesso, considerando come gli equilibri sul campo stanno cambiando.
Ancora più istruttivo è guardare alle immagini dei cieli di Mosca oscurati dalla raffineria in fiamme pensando non a quello che diceva e continua a ripetere la schiera dei commentatori putiniani, di cui a questo punto è davvero arduo presumere la buona fede, ma quello che fino a poco tempo fa dicevano tutti gli altri, gli analisti seri e imparziali, e anche i più leali e convinti sostenitori della causa ucraina. Perché erano ben pochi a non ripetere che un eventuale abbandono degli Stati Uniti sarebbe stato un colpo fatale per l’Ucraina, che senza l’aiuto americano, e con Trump apertamente schierato dalla parte dell’invasore, non avrebbe potuto reggere più di qualche mese. Paradossalmente, si sono verificate tutte le condizioni che i più autorevoli analisti consideravano sufficienti a causare il tracollo della resistenza ucraina, ed è accaduto l’esatto opposto.
Certo, questo ha anche molto a che fare con il modo in cui lo sviluppo tecnologico, in particolare nel campo dei droni, ha reso più facile per una potenza inferiore resistere all’aggressione di un esercito sulla carta molto più forte, come dimostrerebbe anche il caso iraniano. È il tema su cui da tempo si esercitano gli esperti, ma mi appassiona di meno, anche perché lo sviluppo tecnologico e le sue possibili applicazioni sono talmente imprevedibili da sconsigliare di tirarne conclusioni troppo drastiche. Il punto decisivo è che la resistenza di un popolo deciso a difendere la propria libertà e la propria vita è stata capace di smentire tanto la propaganda nemica quanto le analisi degli osservatori più attendibili e persino più benevoli. Piano piano, ce ne accorgeremo anche qui in Italia.