Dieci anni dopoL’Inghilterra ora sembra l’Italia, ma Brexit fa male anche a noi

L’uscita del Regno Unito dall’Ue ha cancellato il tema dall’agenda politica europea, ma forse non per sempre, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

AP/Lapresse

Dieci anni dopo Brexit, dopo avere cambiato cinque premier e apprestandosi ora a cambiare il sesto, con le dimissioni annunciate ieri da Keir Starmer dopo appena due anni di governo, l’Inghilterra assomiglia un po’ di più all’Italia, ma non poi così tanto. Non foss’altro perché lì, per quanto ammaccati, resistono ancora dei partiti e un parlamento degni di questo nome (le due cose sono ovviamente legate, ma per questa volta risparmierò al lettore le ovvie considerazioni relative al nostro delirante dibattito sulle riforme istituzionali e la legge elettorale, sul maggioritario all’inglese e il «modello Westminster», e su come in questi trent’anni di esperimenti d’ingegneria costituzionale abbiamo scassato proprio le due cose più preziose che avevamo, cioè, per l’appunto, il parlamento e i partiti). Come scrive Gabriele Carrer su Linkiesta, «sei primi ministri, di cui l’ultimo già con le valigie pronte, e i sondaggi che vedono al primo posto il partito Reform UK di Nigel Farage, a cui la politica e la società britanniche non hanno ancora presentato il conto nonostante sia stato l’architetto della Brexit, raccontano meglio di tutto il resto le difficoltà del Regno Unito, che per cambiare sei primi ministri prima del voto per la Brexit di un decennio fa aveva impiegato 40 anni».

Ma per quanto possa stupirci che l’Inghilterra post Brexit abbia finito per assomigliare, paradossalmente, all’Italia, cioè al meno britannico dei sistemi politici europei, forse dovremmo domandarci anche quanto l’Italia di oggi assomigli, da un altro punto di vista, alla Gran Bretagna della Brexit, intesa come massimo punto d’arrivo di una pressione concertata delle forze nazional-populiste di tutti gli orientamenti, come il punto di rottura raggiunto dalla tenaglia del bipopulismo mondiale (trump-putiniano). Per cominciare, a titolo di esempio, si potrebbe ricordare quante forze politiche allora chiedevano anche da noi un referendum per uscire dall’euro, quando non direttamente dall’Ue. Ricordiamole, dunque: Movimento 5 stelle, Lega, Fratelli d’Italia.

Oggi tutti gli osservatori più autorevoli sono concordi nel sostenere che l’esempio della Brexit abbia cancellato (quasi) del tutto questa opzione dal panorama politico europeo, e in effetti in Italia il referendum anti-euro (o anti-Ue) non lo chiede più nessuno, come non lo chiede più (quasi) nessuno nemmeno in Europa. Io però non sono sicuro che si tratti di un cambiamento irreversibile, e non invece di un aggiustamento tattico, in attesa di tempi migliori (cioè, per noi, peggiori). Ma cosa succederebbe se domani i populisti riuscissero a conquistare il governo in uno dei maggiori paesi dell’Unione, come potrebbe capitare a breve in Francia, con il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella, e in un futuro forse meno lontano del previsto anche in Germania con Afd? Non è che al momento Friedrich Merz sia molto più popolare di Starmer, per non parlare della situazione in cui versano democratici e liberali francesi. E come si comporterebbe una Meloni eventualmente appena rilegittimata da un clamoroso secondo mandato, in uno scenario del genere, con gli alleati sovranisti alla guida di una delle maggiori potenze dell’Ue? Auguriamoci di non conoscere mai la risposta.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

X