Dopo ben quattro rinvii, l’Unione Europea è pronta a dotarsi di un primo pacchetto di misure che la avvicinino alla sovranità tecnologica.
Il Tech Sovereignty Package, così si chiama il provvedimento elaborato dalla Commissione europea, formalizza le proposte per ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera, in particolar modo da quella americana, dopo l’aperta ostilità mostrata dall’amministrazione Trump già dal suo insediamento e i sempre più difficili rapporti commerciali, segnati dalla politica dei dazi imposti dalla Casa Bianca.
Di certo, la Commissione non si farà molti amici a Washington, ma anche a Pechino, dopo la pubblicazione del testo che, secondo le indiscrezioni toccherà ampi settori, dal cloud computing alla realizzazione e gestione dei sempre più indispensabili data center, dalla produzione dei chip a quella di software, fino al velocissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dove l’Europa appare già fuori dai giochi se non fosse per gli LLM della francese Mistral o il genio di Yann LeCun.
All’interno del pacchetto sulla sovranità tecnologica, secondo gli esperti le misure più incisive sono proprio quelle contenute nel Cloud and AI Development Act, poiché prevedono in settori ritenuti strategici l’utilizzo di hardware e software che siano sviluppati nei ventisette Paesi della Ue. La Commissione, secondo la Reuters, suggerirà per ragioni di sicurezza di escludere Amazon, Google e Microsoft dalle gare di appalto pubbliche, con l’introduzione di criteri non più legati al miglior prezzo ma, appunto, al luogo di sviluppo.
A ciò dovrebbe aggiungersi una maggiore tutela dei dati personali dei cittadini europei, con un ulteriore barriera indiretta per gli hyperscaler della Silicon Valley e come risposta al Cloud Act fatto approvare da Donald Trump già nel suo primo mandato, con l’obbligo di condividere i dati con le autorità americane, anche nel caso in cui siano conservati in server al di fuori degli Stati Uniti. Cioè, i dati di milioni di europei raccolti dalle aziende americane sono da tempo nella disponibilità del governo di Washington.
L’introduzione del Tech Sovereignty Package non risolverà da solo il problema della dipendenza tecnologica dell’Europa, sono svariati gli ostacoli di tipo economico, giuridico, politico da superare ed è molto probabile che la reazione di Trump sarà immediata. Secondo Katja Bego, ricercatrice dell’istituto Chatham House interpellata dalla newsletter Il Mattinale Europeo, per esempio con un’ulteriore ritorsione su Asml, l’azienda olandese che domina il mercato mondiale dei macchinari per la produzione dei semiconduttori. La dipendenza europea dall’infrastruttura digitale americana, però, ha raggiunto dimensioni che non sono più tollerabili e che preoccupano i leader europei.
Le importazioni di servizi di proprietà intellettuale dagli Stati Uniti hanno raggiunto i duecento miliardi di dollari annui, la Germania da sola paga mezzo miliardo di euro l’anno in licenze Microsoft e su cento modelli di IA rilasciati nel 2025, solo uno è made in Europe. La situazione non migliora nei confronti della Cina: nei primi tre mesi dell’anno il deficit commerciale con Pechino ha raggiunto i 145 miliardi di euro, in gran parte dovuto all’acquisto di macchinari e auto elettriche, con alto tasso di tecnologia. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi», ha dichiarato Ursula von der Leyen.
Le soluzioni a cui Bruxelles sta lavorando sono di varia natura. In materia di cloud, secondo Politico, i ventisette Paesi sarebbero indotti a obbligare la loro pubblica amministrazione a testare l’eccessiva dipendenza da aziende extra Ue. Questo aiuterebbe a prepararsi per un eventuale “disconnessione” dalla rete internet a più riprese minacciata da Trump, visto che Amazon, Microsoft e Google da sole detengono due terzi dei servizi cloud continentali.
La Commissione studia anche la revisione della legge sui microchip come primo passo per favorire la produzione su larga scala in Europa grazie a uno snellimento delle procedure di autorizzazione di accesso ai finanziamenti pubblici, in modo da contrastare la sempre più ciclica carenza di forniture. Un’altro passaggio decisivo della nuova strategia europea dovrebbe essere il favorire l’adozione di tecnologia open source, in modo da ridurre la dipendenza da un solo fornitore e la collaborazione tra istituzioni, sviluppatori, produttori europei.
Tutto ciò richiede tempi lunghi, alcune parti del pacchetto potrebbero impiegare un anno per diventare legge. E tutto ciò ha un costo. Si stimano come necessari almeno duecento, duecentoventi miliardi di euro entro il 2036. Soldi che la Commissione Ue non ha e che dovrebbero mettere i singoli Paesi o gli investitori privati. Senza rischiare che la sovranità digitale si trasformi in un protezionismo antistorico e senza sottovalutare che i colossi d’Oltreoceano proveranno a giocarsi le proprie carte. Anzi, già lo fanno, favorendo accordi di collaborazione con partner locali, ma di cui mantengono il controllo.
L’attivismo europeo produce di per sé risultati, dunque. Non può essere del tutto casuale, così, che Anthropic dopo l’iniziale chiusura e vista la forte insistenza di Bruxelles proprio in queste ore abbia allargato l’accesso a Mythos, il suo modello di intelligenza artificiale con capacità avanzate in ambito cyber, a diverse agenzie Ue e a sei Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia.
Al tempo stesso è ormai chiaro anche Oltreoceano che l’intelligenza artificiale avrà bisogno di limitazioni, di normative. Donald Trump martedì ha firmato in sordina l’atteso ordine esecutivo sull’IA, una direttiva meno rigorosa di quella che due settiimane fa David Sacks e aziende come OpenAI erano riusciti a stoppare, ma che comunque introduce un primo controllo con la richiesta di sottoporre i nuovi modelli a una revisione volontaria del governo trenta giorni prima del rilascio al pubblico. Da Trump tutto ci si può attendere, ma d’ora in poi negare all’Europa regolamentazioni simili sarebbe poco digeribile.