Sei bellissima«Solo alle donne», e altre gare a chi si sente più discriminato

Dal fattaccio del furgone dello Strega alle accuse di fat shaming a un golfista, fino alla figlia di Fidel Castro, il nuovo sport globale è trasformare qualsiasi cosa in lesa maestà e in una teoria generale sull’umanità

AP/LaPresse

Sono giorni – sei giorni, da quando la non notizia che uno scrittore vivo aveva dato della cessa a una scrittrice morta è diventata notizia spalmata su ogni giornale – che assisto a una rimonta nella gara per l’espressione più stupida dell’anno. Che sarebbe come sempre stata «solo in Italia», e invece rischia di venire superata da «solo alle donne».

Sono giorni che penso da dove cominciare, per analizzare la stupidità del concetto che attribuisce alle donne qualità speciali – quelle di oggetto d’insulti, quelle di superficialmente catalogate nella società dell’immagine – che esse neanche lontanamente detengono in esclusiva.

Sarà il caso di cominciare dai miei impegni della prossima settimana? Dal nuovo libro di Emiliano Morreale? Dall’anagrafe? Da cosa sia uno scrittore o una scrittrice, da come li si distingua da un[’]influencer? Dal Washington Post di venerdì? Da un giocatore di golf che non avevo mai sentito nominare?

Rory McIlroy è un giocatore di golf dell’Irlanda del Nord, e domenica era su un campo a Southhampton, quando si è sentita la voce di un heckler. Heckler è una parola del mondo di prima: sono quelli che ti urlano qualcosa dalla platea, a un concerto o a uno spettacolo, per insultarti o disturbarti, per farsi notare. Era un’usanza di quando non c’illudevamo d’essere puro spirito vivendo sull’internet, di quando ci mettevamo i corpi.

Adesso l’heckler lo chiamano hater, non urla più, dice le sue robine dialetticamente deboli chiamandosi Brocco81, e se gli rispondi passi un po’ per bullo, proprio come quello che dal palco maltrattava l’heckler. Rory se ne fotte e, quando l’heckler gli urla di andarsi a nascondere, fa un gesto inequivocabile di rotondità: quel che gli sta dicendo è «ancora parli, con quella pancia».

Il tizio che aveva urlato a McIlroy è un maschio, il che non ha certo risparmiato al giocatore le accuse di fat shaming, ovvero del modulo che il presente si è inventato per incasellare il fatto che qualcuno mi faccia notare che peso cinquanta chili in più di qualche anno fa e farlo sembrare un problema suo invece che mio.

Ma ha, l’essere maschio, stroncato i sogni di gloria del povero urlatore, che fosse stato femmina avrebbe passato una settimana a dare interviste dicendo che solo alle donne si fanno commenti sul corpo, è una barbarie, per gli uomini la società dell’immagine non vale mica.

Il fatto è che le donne non esistono, e lo spiega benissimo Morreale che, in “Il cinema era tutto – Scrittori italiani davanti al grande schermo” (Einaudi), a un certo punto è costretto a dedicare un capitolo ad Anna Maria Ortese, per non farsi dire «eh ma tutti maschi», nonostante la Ortese col cinema abbia avuto a che fare in modo molto marginale. Ricopio un passaggio da quel capitolo.

«Qualche mese prima dei racconti di Ortese, quando la redazione era ancora a Roma, la rivista aveva fra l’altro ospitato alcuni articoli di Alba de Céspedes, e non si potrebbe immaginare maggior distanza fra le due situazioni. De Céspedes scrive da una posizione di forza rarissima per una scrittrice, si rivolge da pari a pari al regista Blasetti […] De Céspedes insomma interviene da letterata, in conflittuale dialogo col mondo del cinema, laddove Ortese dipinge una sé stessa in scala ridotta, regredendo all’infanzia, mettendosi in scena in maniera scandalosamente povera e semplice» (Morreale praticamente unico intellettuale italiano che usi «laddove» in modo non analfabeta, ma non distraiamoci).

Gli uomini e le donne non esistono: esistono i caratteri, esistono i pesi specifici, esistono le insostituibilità, esistono persino le botte di culo, certo. Ma i gameti, al di fuori della riproduzione e dell’assegnazione del sesso sui documenti d’identità (cioè: dei due posti in cui il postmodernismo non vorrebbe farli esistere), beh, non esistono. Puoi essere donna e discutere alla pari col capo, puoi essere donna e non poterti permettere di dire di no se ti chiedono di portare il caffè. Non dipende dai gameti: dipende da quanto sai farti valere.

E poi Morreale parla degli anni della seconda guerra mondiale, ma ora siamo nel 2026. Le donne possono essere Vito Corleone. Le donne possono essere Don Draper. Le donne possono persino essere Michele Mari. Cioè: possono – in teoria – essere un intellettuale che non va in tv, non si accende la telecamera del telefono in faccia, non interviene sullo scandaluccio del giorno, non prende i cuoricini. Possono. Il problema è che non vogliono.

E forse fanno bene perché non esibirsi, non cercare complimenti, non avere disperato bisogno di cinquanta «sei bellissima» al giorno nei commenti di Instagram non ti mette mica al riparo dagli eventuali «sei un cesso». Ci sarà sempre quello (più spesso: quella) abbastanza a corto di small talk da dirti che un vestito ti fa le gambe corte. Se decidi di farne un dramma, hai materiale per fare drammi ogni giorno della tua vita.

Alessandro Milan, giornalista di Radio24, ha scritto che, quando la radio pubblica una sua foto, «è pieno di “ma che brutto”, “ma che grasso”, “ma che vecchio”, “ma dimagrisci”, e così via». Milan conclude «Tutto lecito e consentito», facendomi pensare che quel che vorrebbe non è che le donne imparassero a fottersene dei commenti, ma che fosse vietato dalla società civile di commentare anche l’aspetto degli uomini. Chissà uno cosa dovrebbe commentare, sotto una foto: le opinioni del tizio ritratto sulla “Critica della ragion pura”?

(Sì, sono consapevole che sia una cafonata dire a qualcuno che è un cesso, ma non è più malsano che dire «sei bellissimo»: abbiamo creato degli strumenti che espongono il nostro aspetto e raccolgono commenti in merito, mi pare che il minimo che possiamo fare, per evitare lo sterminio neuronale, è renderci conto che chi s’incomoda a commentare sconosciuti è malato di mente sia che li lodi sia che li insulti).

«Michela Murgia […] viene ancora criticata per il suo corpo perché non c’è uomo o donna che abbia saputo criticarla con le idee, la dialettica, la forza del pensiero». L’ha scritto Cathy La Torre – avvocato, autrice, amica della Murgia – martedì, e io ho subito pensato a quel numero del Washington Post uscito in edicola proprio mentre si consumava la turpe vicenda del furgone di Bisceglie.

Titolo che il Washington Post ha dato la settimana scorsa a un articolo sugli esuli cubani che aspettano che nel posto in cui sono nati si dissolvano i cascami del regime castrista: “La figlia di Fidel Castro, a Miami, aspetta che la rivoluzione di suo padre si concluda”. Non era ancora successo il fattaccio del furgone, quindi come tutti non pensavo a Michela Murgia, che come tutte le influencer esiste solo quando succede qualcosa che la riguarda, certo non esiste per la sua bibliografia.

Però ho visto quel titolo e ho pensato: oddio, ora chi le sente le discepole cui la Murgia ha insegnato a strillare che è sessismo non mettere il nome di una donna nel titolo, ma solo la sua parentela. Perché naturalmente tutti avremmo letto un pezzo su cosa stesse facendo o aspettando o sperando Alina Fernández Revuelta.

Non vorrei mai contraddire Cathy La Torre, ma c’è una tale abbondanza di scemenze dette dalla Murgia per prendere i cuoricini che lascia stupefatte l’idea che Michele Mari si sia concentrato sulla scarsezza del di lei aspetto invece che su quella del di lei pensiero. È proprio vero che l’intelligenza non basta neanche per agire in maniera intelligente.

(Poi certo, c’entra la morte, che santifica. A parità di mestiere, alla povera Ferragni verrà rinfacciata a vita quella scemenza dei pandori; mentre, se ricordi che la Murgia fotografava i prezzi dei medicinali chemioterapici ricordando l’importanza del servizio sanitario nazionale mentre non pagava le tasse da anni, sei certamente fascista per non dir di peggio).

Ieri ha compiuto 97 anni Natalia Aspesi, che quando eravamo tutti meno scemi avvisò che di fronte al maschio femminista bisogna velocemente rimettersi le mutande e scappare. Poi è arrivato questo tempo senza senso del ridicolo, in cui scrittrici (tre, solo negli ultimi giorni, solo su Repubblica) nate nel 1974 cianciano di sessismo come vivessero in una società in cui il femminismo non è compiuto.

Ma nel 1974 le donne avevano già il diritto di voto e la possibilità di divorziare, e tu nata nel ’74 avevi un anno all’altezza della riforma del diritto di famiglia, quattro quando arrivò la legge sull’aborto, e sette quando venne abrogata quella vergogna del delitto d’onore: ti sei trovata tutta la pappa pronta, solo che ti servono dei contenuti da postare su Instagram, e quindi strepiti solo-alle-donne.

E il maschio, che non vuole che la fotogenica cinquantaduenne strepiti contro di lui, eccolo lì che ci spiega che le donne vengono ogni giorno discriminate sul lavoro per la loro forma fisica, per il loro aspetto. Capiredattori e ospiti televisivi maschi – di cui ci scambiamo tra donne ingrandimenti delle inquadrature sbeffeggiandone i riporti di capelli, le blefaroplastiche, gli anelli – si sono affannati a spiegarci che noialtre siamo vittime di considerazioni estetiche e loro no. Natalia, salvaci.

Infine. La settimana prossima vado a vedere due spettacoli a teatro. Sono due adattamenti di spettacoli fortemente maschili, scritti a distanza di trecento anni uno da Molière e l’altro da Mamet, fatti fare a interpreti femminili. Ho preso i biglietti da mesi, giuro che non è una decisione dell’ultim’ora per dimostrare che le donne possono ormai essere tutto, anche “Il misantropo” e gli stronzissimi agenti immobiliari di “Glengarry Glen Ross”.

Però la vita è sceneggiatrice, e quindi sapete come hanno fatto ad adattare “Il misantropo” in modo che funzionasse, quasi quattrocento anni dopo, interpretato da Sandra Oh? Alice è una romanziera che si rovina la reputazione dicendo cose che non vanno bene per l’opinione pubblica in un’intervista al Financial Times. A quel punto deve rimediare, altrimenti perderà la grande occasione. Che, giuro, consiste in un premio letterario economicamente rilevante che stavano per assegnarle. A Berlino e non a Roma, ma insomma: le donne possono tutto, anche essere Michele Mari.

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