Da fondo a cimaL’ossessione per il Polo Nord e ciò che perdiamo vivendo attraverso gli schermi

In “Polo Nord”, Erling Kagge racconta i primi momenti dell’impresa che ha portato lui e il compagno d’avventura Børge Ousland a raggiungere il punto più settentrionale della Terra. Un’epopea glaciale, mossa dal desiderio di scoperta e di superare le avversità

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Quando Børge Ousland e io raggiungemmo il Polo Nord il 4 maggio 1990, fummo i primi ad arrivarci con gli sci e senza l’ausilio di cani, campi base o mezzi motorizzati. Avevamo camminato per cinquantotto giorni, di tanto intanto avevamo scambiato due parole, ma le nostre energie erano state dedicate soprattutto all’alzarci presto ogni mattina e ad avanzare. Per lungo tempo ho creduto che l’obiettivo principale di una spedizione al Polo Nord fosse arrivare fin lì. Vincere una gara, stabilire un nuovo record. Nei due anni dedicati ai preparativi avevo avuto un unico pensiero fisso: raggiungere il Polo Nord.

Forse sembrerà strano, ma quella sfida era diventata un’ossessione: ci pensavo al mattino quandomi alzavo, durante la giornata e anche quando andavo a letto la sera. Se aveva nevicato andavo a sciare, se non aveva nevicato mi allenavo con gli skiroll e trainavo gomme per trattori. Ero stregato dall’idea di arrivare al Polo Nord. È così che si deve sentire un esploratore polare. «Ci rivediamo qui tra due giorni», disse il pilota del nostro aereo quando l’8 marzo del 1990 atterrammo sulla banchisa all’estremità nord dell’isola di Ellesmere. Il termometro segnava meno 52 gradi, e lui pronunciò quella frase con noncuranza, senza alcuna ironia, come se stesse constatando un dato di fatto. Nei suoi quindici anni di servizio nell’Artide canadese si era abituato a vedere spedizioni interrotte, uomini che rinunciavano.

Era l’inizio del pomeriggio quando trasportammo fuori dall’aereo i pulk, slitte aerodinamiche adatte agli ambienti ghiacciati. Il sole era basso all’orizzonte e stava già tramontando a sud-sudovest. Nella scarsa luce pomeridiana guardammo verso nord, verso il buio, dove c’era la banchisa. Settecentosettanta chilometri più a settentrione, al Polo Nord, il sole non si alzava sopra l’orizzonte da sei mesi. In quella zona del mondo, a inizio marzo, la temperatura rimane la stessa, che il sole splenda o no. Anche quando il cielo è blu, la luce è così fioca che quasi non si vede la propria ombra. Il sole non scalda. La temperatura è così bassa che le particelle contenenti sostanze volatili – batteri, inquinamento, precipitazioni e umidità – ghiacciano in pochissimo tempo.

Con mia grande sorpresa, mentre ero fermo sul ghiaccio a poca distanza dall’aereo, avvertii all’improvviso un profumo di fiori. All’inizio non capii come fosse possibile, poi mi resi conto che la copilota Patricia doveva essersi spruzzata un po’ di profumo prima di partire. Quando alcuni minuti dopo l’aereo decollò, lascia di profumo svanì con lei. Avevamo caricato sulle slitte tutto quello che pensavamo ci potesse servire. Sessanta razioni quotidiane di carne essiccata, fiocchi d’avena, grasso, cioccolato, latte artificiale in polvere e due decilitri a testa di benzina per alimentare il fornelletto da campeggio per settanta giorni.

Non sapevamo quanto sarebbe durata la spedizione, ma se fossimo rimasti senza cibo contavamo di avere abbastanza combustibile da sciogliere il ghiaccio e percorrere gli ultimi chilometri bevendo solo acqua. Ogni slitta pesava centoventi chili. Avevamo un sacco a pelo a testa, oltre a uno doppio per avvolgere entrambi, un materassino, il summenzionato fornelletto e due Smith & Wesson .44 Magnum nel caso ci attaccasse un orso polare. Non avevamo con noi pezzi di ricambio, ma attrezzi per un peso di 1256 grammi.Nel corso di quell’avventura avremmo scoperto che nulla di quanto avevamo portato era superfluo.

Solo quando arrivammo al Polo Nord, cinquantotto giorni dopo aver avvertito il profumo floreale di Patricia, mi resi conto che per tutti quegli anni avevo preso un abbaglio. Ero stato innamorato non tanto dell’idea di raggiungere il Polo, quanto invece di quella di riuscire a superare gli stenti, il gelo, la fame e i pericoli che avrei incontrato durante la spedizione. Il Polo Nord è l’ombelico del mondo. È il punto fisso attorno al quale noi uomini – e oceani, terre e continenti – ruotiamo, quasi senza percepirlo. Quando osserviamo il cielo notturno dall’emisfero settentrionale notiamo che la volta celeste con tutte le sue stelle, a eccezione della stella polare, sembra orbitare attorno a un punto fisso, il Polo celeste.

(…) Tutti gli uomini nascono con i due istinti che muovono gli esploratori polari. Il primo è l’anelito a spazi più grandi. Non appena usciamo dal grembo di nostra madre desideriamo più spazio. Stendiamo le braccia e le gambe nelle quattro direzioni e strilliamo per prendere aria. Il secondo istinto è lo spirito di avventura, la voglia di esplorare il mondo. Una volta che abbiamo mosso i primi passi usciamo di casa e iniziamo a chiederci cosa c’è tra noi e l’orizzonte, e ben presto ci domandiamo anche che cosa c’è al di là. A questo punto siamo già in cammino per scoprire i nostri poli nord. Questi due istinti, la necessità di creare uno spazio più ampio intorno a noi e l’impellente bisogno di esplorare il mondo, ci accompagnano in forma diversa finché viviamo.

Tuttavia, al giorno d’oggi sembrano essere minacciati dalle aspettative di una società che ci vuole meno ingombranti e ci impone di esplorare il mondo da uno schermo, come a voler domare l’impulso che alberga dentro di noi e il sogno di scoprire l’ignoto in prima persona. Io stesso ho esplorato buona parte del mondo a piedi, sugli sci, in barca, scalando. Ho potuto paragonare le montagne, gli altopiani, le foreste, le pianure e i mari che vedevo ad altri che avevo visto. C’è solo un posto unico nel suo genere: il Polo Nord. Quando lo raggiunsi, capii che non esistono termini di confronto.

 

Tratto da Polo Nord. Storia di un’ossessione, di Erling Kagge, ed. Einaudi, 528 pagine, 19,95€

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