
La guerra in Ucraina non si combatte soltanto nelle trincee del Donbass o lungo la linea del fronte. Accanto ai missili, ai droni e alle operazioni militari, esiste un altro spazio di conflitto: quello cognitivo. È il terreno dove la Russia cerca di influenzare percezioni, orientamenti politici e consenso pubblico, trasformando la disinformazione in uno strumento strategico per indebolire l’avversario. È questa la tesi al centro del nuovo rapporto congiunto del Servizio europeo per l’azione esterna e dell’ucraino Center for Countering Disinformation, dedicato alle operazioni russe di disinformazione contro il percorso europeo di Kyjiv. Il documento descrive come Mosca stia cercando di ostacolare l’integrazione dell’Ucraina nell’Unione europea non soltanto attraverso la pressione militare, ma anche attraverso una campagna informativa strutturata.
Il punto di partenza è politico: per il Cremlino, un’Ucraina democratica, stabile e integrata nell’Unione europea rappresenterebbe una sconfitta strategica del progetto imperiale russo nello spazio post-sovietico. La narrazione del «mondo russo» e dell’influenza di Mosca sui Paesi vicini perderebbe infatti credibilità se Kyjiv riuscisse a consolidare il proprio ancoraggio occidentale. Per questo la Russia ha sviluppato una serie di messaggi volti a delegittimare sia il processo di adesione all’Unione europea sia il rapporto tra Ucraina e partner occidentali.
Una delle narrative principali sostiene che l’Europa stia prolungando la guerra con l’obiettivo di indebolire la Russia. Secondo questa rappresentazione, l’Ucraina sarebbe soltanto uno strumento nelle mani di Bruxelles e delle capitali occidentali, mentre il sostegno europeo a Kyjiv non sarebbe una risposta all’aggressione russa, ma una strategia offensiva contro Mosca. È una narrativa che ribalta il rapporto causa-effetto del conflitto: la guerra non viene più presentata come conseguenza dell’invasione russa del 2022, ma come risultato di un presunto progetto occidentale di contenimento della Russia.
Una seconda linea narrativa punta invece a seminare sfiducia tra Kyjiv e i suoi alleati, sostenendo che alcuni Stati europei avrebbero intenzione di spartirsi il territorio ucraino. Mappe manipolate, immagini fuori contesto e contenuti costruiti ad hoc vengono utilizzati per alimentare il timore che l’integrazione europea nasconda un’agenda di controllo territoriale. La tecnica è ricorrente nelle operazioni di influenza russe: creare una minaccia interna o esterna che renda più difficile la costruzione del consenso attorno a una scelta strategica.
Il terzo elemento riguarda la rappresentazione dell’Unione europea come strumento di dominio. Secondo questa narrativa, l’ingresso nell’Ue non sarebbe un processo volontario di avvicinamento a un sistema politico ed economico condiviso, ma una forma di subordinazione a potenze straniere. L’obiettivo è trasformare un progetto di integrazione in una perdita di sovranità. Anche in questo caso la propaganda lavora su una tensione reale: il rapporto tra indipendenza nazionale e integrazione sovranazionale. La manipolazione consiste però nel presentare qualsiasi forma di cooperazione internazionale come una rinuncia alla sovranità, ignorando che molti Stati europei hanno scelto volontariamente di condividere alcune competenze proprio per rafforzare la propria sicurezza e prosperità.
Infine, Mosca insiste sull’idea che l’Ucraina sarebbe incompatibile con i valori europei. Questa narrativa mira a colpire la legittimità politica del percorso di adesione, descrivendo Kyjiv come uno Stato incapace di rispettare gli standard democratici dell’Unione. Il paradosso è che questa accusa arriva da un sistema politico, quello russo, che negli ultimi anni ha progressivamente ridotto lo spazio per media indipendenti, opposizione politica e società civile. Ma nelle operazioni di influenza il punto non è necessariamente la coerenza: è creare dubbi sufficienti perché una parte del pubblico inizi a mettere in discussione le proprie convinzioni.
Il rapporto evidenzia anche le modalità operative attraverso cui queste narrative vengono diffuse. Non si tratta semplicemente di propaganda tradizionale, ma di campagne coordinate che combinano amplificazione sui social network, utilizzo di account automatizzati o coordinati, ripresa selettiva di dichiarazioni di politici europei, manipolazione di eventi pubblici e adattamento dei messaggi alle sensibilità locali.
La dimensione locale è particolarmente importante. Le campagne di influenza non propongono sempre lo stesso messaggio ovunque: vengono adattate ai contesti nazionali e regionali. In alcuni Paesi il tema centrale può essere il costo economico del sostegno all’Ucraina; in altri la paura di un’escalation militare; in altri ancora la sfiducia verso le istituzioni europee. La forza di queste operazioni non deriva necessariamente dalla capacità di convincere tutti, ma dalla possibilità di saturare lo spazio informativo con versioni alternative della realtà, rendendo più difficile distinguere fatti, opinioni e manipolazioni.
La lezione strategica è che la guerra contemporanea non finisce quando cessano gli scontri sul campo. La competizione continua nello spazio informativo, dove gli Stati cercano di modellare la percezione degli eventi e influenzare le decisioni politiche degli avversari. Per l’Europa, quindi, la difesa dell’Ucraina non riguarda soltanto la sicurezza militare del continente, ma anche la resilienza democratica delle sue società. Contrastare la disinformazione non significa eliminare il dissenso o uniformare le opinioni, ma riconoscere quando l’informazione viene utilizzata come arma all’interno di una strategia ostile.
La Russia ha dimostrato negli ultimi anni di considerare lo spazio cognitivo come un vero dominio operativo, al pari di terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. La battaglia per il futuro europeo dell’Ucraina si combatte anche lì: nelle narrazioni che riescono a imporsi prima ancora che nelle decisioni dei governi.