Rinuncia all’ereditàLa guerra di Trump rischia di lasciare agli Stati Uniti un lungo conto da pagare

I costi militari per gli attacchi in Medio Oriente sono la parte più visibile del problema, ma per colpa del presidente ci saranno ricadute finanziarie pesanti, che potrebbero pesare per decenni

AP/Lapresse Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La scena è stata protagonista sui social per tutta la giornata di ieri. Il giornalista chiede al presidente degli Stati Uniti una definizione pratica di cessate il fuoco e quello gli risponde con prontezza accademica, da campione di relativismo. Si può parafrasare così: a certe latitudini l’unico cessate il fuoco possibile è uno in cui si spara solo un po’ meno del solito. È la solita bugia di Donald Trump, ignorante in materia e chiacchierone. Ma è anche un messaggio pericoloso alla nazione, alla sua nazione. Perché a poco più di tre mesi dall’inizio degli attacchi contro l’Iran, l’amministrazione Trump continua a difendere l’operazione come una necessità strategica. Solo che i numeri che emergono da studi economici, centri di ricerca e mercati finanziari raccontano un’altra storia: il conflitto che pesa già sui conti pubblici americani, sulle famiglie e sulla posizione finanziaria degli Stati Uniti nel mondo.

Secondo il Pentagono, solo nei primi sei giorni di operazioni il costo aveva già superato gli 11,3 miliardi di dollari. Kevin Hassett, direttore del National Economic Council della Casa Bianca, ha successivamente parlato di circa dodici miliardi spesi nelle prime due settimane. Altre stime, come questa riportata su Fortune da Linda Bilmes, docente di finanza pubblica alla Harvard Kennedy School, dicono che forse è molto peggio di così. Già ad aprile, Bilmes sosteneva che il costo complessivo della guerra «supererà probabilmente il trilione di dollari», perché le valutazioni ufficiali non includono gli effetti di lungo periodo: assistenza ai veterani, invalidità permanenti, ricostruzione delle infrastrutture e interessi sul debito. Costi che ovviamente pagheranno anche le prossime generazioni di americani.

Quando iniziarono le guerre in Iraq e Afghanistan, il debito detenuto dai cittadini era attorno ai quattro trilioni di dollari. Oggi supera i trentuno trilioni. All’epoca circa il sette per cento del bilancio federale era assorbito dagli interessi. Oggi la quota è salita al quindici per cento. La stessa Bilmes fa notare che gli Stati Uniti stanno ripetendo uno schema già visto negli anni Duemila: finanziare un conflitto attraverso nuovo debito mentre contemporaneamente vengono mantenuti o ampliati i tagli fiscali.

In genere, i governi finanziano le offensive militari con nuove tasse, ma è una tradizione che possiamo considerare ormai abbandonata. Se surante la Prima guerra mondiale Woodrow Wilson parlava di «coscrizione della ricchezza», e con la guerra di Corea Harry Truman difendeva una politica di finanziamento attraverso le entrate fiscali, con George W. Bush è arrivata la svolta: le campagne in Iraq e Afghanistan sono state avviate mentre l’amministrazione riduceva le tasse. E lo stesso sta provando a fare Trump.

Secondo Moody’s Analytics, il conflitto ha già trasferito parte del suo costo direttamente sulle famiglie americane. La chiusura dello Stretto di Hormuz e il conseguente aumento dei prezzi energetici avrebbero generato un impatto complessivo di circa cento miliardi di dollari, pari a circa settecentocinquanta dollari per nucleo familiare. E poi c’è l’aumento del prezzo del petrolio, cresciuto del trentacinque per cento, con la benzina che è salita fino a superare i 4,50 dollari al gallone in diverse aree del Paese. «La pressione finanziaria sta montando rapidamente, soprattutto su cittadini con salari medi o bassi che già erano in difficoltà», ha detto Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics.

Come detto, il dibattito sui costi riguarda anche il futuro. Al di là di ogni considerazione sull’opportunità di spendere miliardi in operazioni militari che non hanno portati grandi risultati – o almeno non quelli sperati – per capire il danno finanziario portato dall’amministrzione Trump ai suoi cittadini si può dare un occhio al mercato dei Treasury, il cuore del sistema finanziario americano. Secondo il Financial Times, dall’inizio della guerra le banche centrali e le istituzioni ufficiali straniere hanno ridotto di ottantadue miliardi di dollari le loro disponibilità di titoli del Tesoro custodite presso la Federal Reserve di New York. Il totale è sceso a 2,7 trilioni di dollari, il livello più basso dal 2012.

Parlando con il quotidiano britannico a marzo, Brad Setser del Council on Foreign Relations, aveva detto che alcuni dei principali importatori di energia – tra cui India, Turchia e Thailandia – hanno venduto asset denominati in dollari per sostenere le proprie valute e assorbire l’aumento della bolletta petrolifera. Queste operazioni rientrano in un trend più ampio, che racconta la graduale diversificazione delle riserve internazionali lontano dai Treasury americani. Per gli Stati Uniti è un problema evidente: se diminuisce la domanda estera di debito pubblico mentre il governo continua ad aumentare il deficit, il costo del finanziamento tende a salire. Rendimenti più elevati significano maggiori interessi da pagare per il Tesoro, mutui più cari, prestiti più costosi per imprese e famiglie.

Il punto è che i costi delle guerre si protraggono sempre oltre le operazioni militari. L’eco rimbalza nei bilanci pubblici per anni, nelle spese sanitarie, negli interessi sul debito e nelle scelte che i governi sono costretti a rinviare. E per gli Stati Uniti di Trump, entrati in questa guerra con un debito molto più elevato rispetto ai tempi dell’Iraq o dell’Afghanistan, significa regalare ai cittadini un’economia sempre più fragile e imprevedibile.

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