Il Garda è uno di quei posti che gli italiani pensano di conoscere: invece andrebbe ogni tanto riguardato, rivisto da capo. Ma del resto, quante vite vorremmo avere il tempo di vivere… Perché il Garda è lago, certo, ma è anche una cartolina, è turismo tedesco, è limoni, ulivi, vento, barchette colorate, gelati, aperitivi, alberghi pieni, parcheggi pieni e torpedoni. Ma è anche una delle macchine territoriali più interessanti del Nord Italia, qualcosa che accoglie ventotto milioni di turisti l’anno: un luogo in cui convivono agricoltura, ospitalità, vino, paesaggio, industria turistica e una certa idea di benessere organizzato.
La nostra tre giorni comincia all’Hotel Veronesi La Torre, due passi dall’aeroporto di Verona Villafranca, un posto praticamente perfetto, dove tutto sembra progettato per un turista benestante, probabilmente più straniero che italiano, che dal Garda vuole ricevere quello che immagina sia il Garda: lo riceverà.

L’hotel appartiene al mondo Oniverse, la galassia imprenditoriale che tiene insieme Tezenis, Calzedonia, Falconeri e Signorvino, e in fondo anche questo dice qualcosa del Garda contemporaneo, evolutosi da luogo di villeggiatura a sistema economico e brandscape, insomma, nell’ambiente perfetto per trasformare il territorio in un’esperienza consumabile.
Il giorno dopo, a Lazise, questa impressione è ancora più evidente, perché Lazise è un gioiello, un borgo con un centro storico meraviglioso, da cartolina, ma una cartolina spedita più facilmente oltre il Brennero che nel resto d’Italia e felicemente ricevuta da generazioni di turisti tedeschi che hanno ricambiato con milioni e milioni di pernottamenti – per la precisione: nel 2025 solo sul Garda Veneto i turisti dalla Germania hanno generato circa 6,3 milioni di presenze. Hanno fatto bene a godersi questo gran bel pezzo dell’Italia: Bardolino, Lazise, Torri del Benaco hanno quella certa dolcezza veneta che rende tutto facile, ma il Garda cambia un po’ faccia appena lo si attraversa, sulla sponda bresciana diventa più ruvido, meno levigato. Lonato, con la sua Rocca, e un luogo sorprendente così come la sua meravigliosa Casa del Podestà.

Dentro questo paesaggio la Doc Garda prova a fare una cosa non semplice: nasce nel 1996 e quindi ha trent’anni scarsi, è una denominazione giovane – almeno dal punto di vista istituzionale – ma appoggiata a una storia viticola antica e a un territorio enorme, disteso tra Veneto e Lombardia, tra Verona, Brescia e Mantova. Non coincide con un solo vitigno, né con uno stile solo, è più una denominazione cerniera che dialoga con alcune delle aree più note del vino gardesano e veronese: Bardolino, Custoza, Lugana, Valpolicella, Soave, Valtenesi, Colli Mantovani.
Questa ampiezza è insieme la sua forza e il suo problema. Perché Garda è una parola potentissima – all’estero poi! – ma proprio per questo rischia di significare troppe cose. Dal punto di vista produttivo, però, una direzione c’è: la Doc Garda è soprattutto una denominazione di bianchi tutt’altro che contemplativi, vini facili nel senso buono del termine, vini da pasto e da ristorazione, da bottiglia ordinata senza ansie.
Tessiamo così volentieri un elogio della Garganega, per esempio, vitigno umile e millenario della viticoltura veneta, ma accanto a lei ci sono ettolitri ed ettolitri di Pinot grigio e Chardonnay, varietà meno identitarie, altrettanto umili, comunque apprezzabili. I numeri cosa dicono? Che nel 2025 la Doc Garda ha superato i ventitré milioni di bottiglie, con una prevalenza netta, appunto, delle tipologie bianche. Pinot grigio, Garganega, Chardonnay e Bianco sono il cuore produttivo della denominazione.
Assaggiati durante varie degustazioni, meritano una segnalazione il Garda Doc Brut Nature Rosé Metodo Classico Pas Dosé di Bulgarini, quaranta mesi sui lieviti, e la Cuvée Maison Metodo Classico di Prendina: due bollicine ben fatte, fresche e soprattutto con un ottimo rapporto qualità-prezzo. Bene anche la Garganega Picol de Legno 2023 di Brigaldara, più costruita, il Croara del Lago 2025 di Santa Sofia, bianco da 11° tutto acciaio, e il 1931 di Avanzi, un Pinot bianco semplice, preciso e bevibile.
La Doc Garda è quindi un laboratorio di vini che vanno d’accordo con una nuova idea di consumo in cui il vino deve essere – e ci mancherebbe altro – buono, ma anche comprensibile, fresco e magari con qualche grado alcolico in meno. È qui che entra il tema più interessante emerso dal convegno “Garda Doc: strategie di crescita e percezione nei mercati internazionali. Low alcohol, versatilità e nuovi trend di consumo”, organizzato alla Dogana Veneta di Lazise. Perché si è parlato molto di vino dealcolato e di vini a bassa gradazione naturale (le cui differenze erano state raccontate da Anna Prandoni qui).

Ribadiamo, sono due cose completamente diverse: i dealcolati sono prodotti attraverso procedimenti tecnicamente complessi dove si parte da un vino e poi si toglie l’alcol, cercando in seguito di ricostruire un equilibrio sensoriale, raramente con risultati degni di nota. Il problema infatti è che spesso in questa operazione il vino perde la sua spina dorsale e diventa qualcosa che assomiglia al vino, ma sembra aver completamente perso la sua anima.
I vini a bassa gradazione naturale invece sono un’altra cosa. Non vengono “svuotati” dopo, ma nascono già con una gradazione più contenuta e spostano il discorso dal laboratorio al vigneto. Nel caso della Doc Garda il progetto passa soprattutto dalla Garganega che grazie alla modifica del disciplinare entrata in vigore dalla campagna vitivinicola 2025-26 può arrivare a 9°, una scelta piccola solo in apparenza: significa provare a dare una forma normativa, produttiva e commerciale a un cambiamento già in atto nei consumi, anche se ancora con cifre di nicchia.

Il mercato NoLo, cioè no alcohol e low alcohol, cresce infatti soprattutto in Paesi come Germania, Stati Uniti e Regno Unito, ma non è presto per definirlo un Eldorado. I driver di consumo ci sono, e sono chiari: salute, benessere, desiderio di bere meno senza uscire dalla ritualità sociale del vino. Ma gli ostacoli sono altrettanto evidenti: molti prodotti sono percepiti come qualitativamente deboli, manca spesso un vero passaparola, e il low alcohol fatica a diventare desiderabile.
Forse non basta togliere alcol per costruire un nuovo immaginario dopo che quello antico l’abbiamo costruito in millenni di cultura del vino: nel Regno Unito, però, la questione è più pragmatica. Il Master of Wine Patrick Schmitt ha mostrato come il lower alcohol sia ormai anche una faccenda fiscale, quantomeno in Uk: con le nuove accise britanniche, più alta è la gradazione, più cresce il peso fiscale sulla bottiglia. Per importatori, retailer e produttori, abbassare l’alcol può diventare un modo per restare sotto certe soglie di prezzo, proteggere i margini e mantenere competitiva l’offerta. Non è romanticissimo e forse non è bello che sia una formula di un foglio Excel a decidere cosa troviamo in enoteca o sugli scaffali di un supermercato, ma così è. E racconta bene anche un’altra cosa: il futuro del vino non sarà deciso solo dalle vigne o dalle guide, ma anche, per l’appunto, dagli scaffali dei supermercati, dalla fiscalità, dalla percezione del prezzo e dai nuovi automatismi del consumo.
La Germania, invece, resta il grande interlocutore naturale del Garda. Non solo perché i tedeschi il Garda lo abitano turisticamente da decenni, ma perché il mercato tedesco continua a essere centrale per il vino italiano. È un mercato enorme, molto sensibile al listino e al rapporto qualità-prezzo. Qui un vino gardesano più leggero, fresco e riconoscibile potrebbe avere spazio, a condizione di non sembrare un prodotto, diciamo, dimagrito per ragioni di marketing.
Ed è forse questa la partita più interessante per la Doc Garda, perché il Garda, in fondo, non ha bisogno di fingere profondità che non gli appartengono, deve semmai imparare a raccontare meglio la propria intelligenza superficiale: quella qualità rarissima per cui una cosa può essere facile senza essere stupida, leggera senza essere vuota, turistica senza essere necessariamente falsa.
