Dal commercio alla sicurezzaWashington alza la pressione su Pechino mettendo al bando le big tech cinesi

Nella lista del Pentagono, che non impone sanzioni immediate ma aumenta rischi e vincoli, finiscono Alibaba, Baidu e Byd. Possibili effetti anche su Europa e catene del valore globali

AP/LaPresse

La decisione del Pentagono, annunciata lune, di inserire alcune delle principali aziende tecnologiche cinesi, tra cui Alibaba, Baidu e Byd, nella lista delle “Chinese military companies” rappresenta un ulteriore tassello nella crescente competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Sebbene il provvedimento non equivalga a una sanzione immediata, i suoi effetti politici, finanziari e reputazionali sono tutt’altro che marginali.

La lista, conosciuta come 1260H list, nasce da una disposizione del Congresso e ha l’obiettivo di identificare le imprese che, secondo Washington, intrattengono legami diretti o indiretti con l’apparato militare cinese. L’inclusione non comporta automaticamente il blocco delle attività commerciali negli Stati Uniti, ma introduce una serie di restrizioni progressive e segnali di rischio che possono incidere profondamente sulle prospettive internazionali delle aziende coinvolte.

Nel breve periodo, l’effetto più concreto riguarda il divieto per il Pentagono di stipulare contratti diretti con le società inserite nella lista. A partire dall’anno prossimo, inoltre, le restrizioni si estenderanno anche agli acquisti indiretti attraverso terze parti. Questo significa che le aziende colpite vengono progressivamente escluse dalla supply chain della difesa statunitense, un settore non solo economicamente rilevante ma anche strategicamente centrale per la reputazione globale.

Tuttavia, l’impatto più immediato è di natura finanziaria e reputazionale. L’inclusione nella lista viene infatti interpretata dai mercati come un red flag regolatorio, capace di anticipare possibili sanzioni future o restrizioni più severe. Anche in assenza di un divieto esplicito di investimento, molti fondi istituzionali e investitori internazionali tendono a ridurre l’esposizione verso le società coinvolte, per evitare rischi legali o reputazionali. È in questo senso che la decisione del Pentagono agisce come un moltiplicatore di incertezza.

Dal punto di vista geopolitico, la mossa si inserisce nella logica della competizione sistemica tra Washington e Pechino, in particolare nei settori dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della robotica e dei veicoli elettrici. L’inclusione di aziende come Alibaba e Baidu segnala che il perimetro della sicurezza nazionale statunitense non si limita più all’hardware militare tradizionale, ma si estende all’intero ecosistema tecnologico avanzato, considerato dual-use per definizione. Questa impostazione riflette la crescente convinzione, bipartisan negli Stati Uniti, che la cosiddetta fusione civile-militare cinese renda difficile distinguere tra attività commerciali e potenziale supporto strategico allo Stato. Da qui la tendenza a includere grandi campioni industriali e tecnologici in una categoria di rischio sistemico, anche in assenza di prove pubbliche di collaborazione diretta con l’esercito cinese.

La reazione di Pechino è stata prevedibile: il governo cinese ha denunciato la decisione come discriminatoria e contraria ai principi del commercio internazionale, mentre le aziende coinvolte hanno respinto con forza le accuse, sottolineando la natura puramente commerciale delle proprie attività.

Tuttavia, al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’effetto reputazionale rimane significativo, soprattutto nei rapporti con partner occidentali e istituzioni accademiche o finanziarie. Un aspetto spesso sottovalutato riguarda infatti l’effetto a cascata su università, fondi sovrani, aziende partner e organizzazioni internazionali. Anche in assenza di obblighi legali diretti, molti attori tendono ad adottare politiche di compliance più restrittive per evitare esposizioni indirette. Questo può tradursi in una progressiva riduzione delle collaborazioni scientifiche, tecnologiche e industriali con le società inserite nella lista.

Per l’Europa la decisione statunitense rappresenta un ulteriore elemento di pressione in un contesto già segnato dal tentativo di definire una propria postura di “de-risking” tecnologico verso la Cina. Pur non essendo direttamente coinvolta nelle designazioni del Pentagono, l’Unione europea e i suoi Stati membri tendono spesso ad allinearsi, almeno parzialmente, alle valutazioni di rischio di Washington, soprattutto nei settori sensibili come semiconduttori, telecomunicazioni, cloud e intelligenza artificiale. Questo può tradursi in un rafforzamento delle cautele su investimenti, partnership industriali e progetti di ricerca con le aziende cinesi coinvolte. Allo stesso tempo, la mossa americana accentua una tensione strutturale già presente in Europa: da un lato la necessità di mantenere accesso al mercato cinese e alle sue catene del valore, dall’altro la crescente spinta a ridurre le dipendenze tecnologiche considerate critiche per la sicurezza. Il risultato è una posizione intermedia e spesso ambivalente, in cui Bruxelles cerca di evitare un allineamento automatico alle strategie statunitensi, pur condividendone in parte le preoccupazioni.

In prospettiva, la decisione americana non va letta come un episodio isolato, ma come parte di una strategia più ampia di “de-risking” tecnologico nei confronti della Cina. L’obiettivo non è necessariamente il disaccoppiamento totale, ma la costruzione di barriere selettive nei settori considerati critici per la sicurezza nazionale. La lista 1260H diventa così uno strumento di pressione preventiva più che punitiva: segnala al mercato e agli alleati quali aziende potrebbero diventare in futuro oggetto di restrizioni più dure, influenzando così investimenti e catene del valore prima ancora dell’adozione di sanzioni formali. Il risultato è un ambiente sempre più frammentato, in cui la tecnologia globale si polarizza lungo linee geopolitiche. Per le aziende coinvolte, questo significa dover navigare tra mercati sempre più separati; per gli Stati Uniti, consolidare un perimetro di sicurezza tecnologica sempre più ampio; per la Cina, accelerare lo sviluppo di ecosistemi alternativi e meno dipendenti dall’Occidente.

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