Cogliere l’atomoCosa prevede l’accordo nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita

Washington ha firmato con Riad un’intesa trentennale che assegna alle aziende americane un ruolo centrale nel programma nucleare saudita e lascia aperta la futura produzione locale di combustibile. Il Congresso avrà novanta giorni per esaminare l’intesa

LaPresse Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo trentennale per aiutare l’Arabia Saudita a sviluppare un programma nucleare civile. L’intesa darà alle aziende statunitensi un ruolo centrale nella costruzione e nella gestione delle infrastrutture saudite, ma ha suscitato preoccupazioni perché potrebbe aprire la strada all’arricchimento dell’uranio nel regno e indebolire gli standard internazionali contro la proliferazione nucleare. L’intesa è stata firmata ieri dal segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, e dal ministro saudita dell’Energia, il principe Abdulaziz bin Salman. I due governi hanno sottoscritto anche un’intesa separata sulle garanzie di sicurezza. Il testo completo e due lettere riservate che lo accompagnano non sono però stati resi pubblici e dovranno ora essere trasmessi al Congresso.

Il patto crea il quadro giuridico necessario affinché le imprese statunitensi possano fornire reattori, combustibile e altri servizi al programma nucleare saudita. Secondo il dipartimento dell’Energia, dovrebbe durare diversi decenni e generare contratti per miliardi di dollari. Fra le società che potrebbero beneficiarne c’è Westinghouse, uno dei principali produttori statunitensi di reattori.

L’Arabia Saudita non possiede ancora centrali nucleari. Nel 2023 aveva prodotto il 62 per cento della propria elettricità con il gas naturale e il 38 per cento con il petrolio, mentre le fonti rinnovabili rappresentavano meno dell’uno per cento. Il governo saudita vuole usare l’energia nucleare per ridurre il consumo interno di combustibili fossili, aumentare le quantità di petrolio disponibili per l’esportazione e sostenere lo sviluppo di settori ad alto consumo energetico, compresi i centri dati.

Il Congresso avrà novanta giorni per esaminare il nuovo accordo e potrà approvare una risoluzione contraria. Gli oppositori dovrebbero però raccogliere una maggioranza di due terzi per superare un eventuale veto presidenziale, una soglia che al momento appare difficile da raggiungere.

Per Washington l’intesa ha anche una funzione strategica. Gli Stati Uniti intendono mantenere l’Arabia Saudita all’interno della propria sfera tecnologica e commerciale, evitando che Riad si rivolga alla Cina o alla Russia per costruire le sue centrali. L’amministrazione Trump sostiene inoltre che il coinvolgimento diretto delle aziende e delle autorità statunitensi permetterà di controllare il combustibile nucleare e impedirne l’impiego per scopi militari.

La questione più controversa riguarda l’arricchimento dell’uranio. Molti paesi che producono energia nucleare importano il combustibile per i reattori e non lo arricchiscono sul proprio territorio. La stessa tecnologia, se utilizzata per raggiungere livelli molto più elevati di arricchimento, può produrre materiale adatto alla costruzione di un’arma nucleare. Secondo i documenti descritti dai mezzi di informazione statunitensi, l’accordo non autorizza immediatamente il trasferimento di tecnologie per l’arricchimento o il riprocessamento del combustibile esaurito. Stabilisce però un percorso legale attraverso il quale queste attività potrebbero essere consentite in futuro. Stati Uniti e Arabia Saudita condurranno uno studio congiunto, della durata prevista di due anni, per valutare la necessità e la sostenibilità economica di un impianto saudita per la produzione di combustibile nucleare. La decisione definitiva potrebbe quindi spettare al successore di Donald Trump.

L’intesa non conterrebbe la rinuncia permanente all’arricchimento e al riprocessamento prevista dall’accordo firmato nel 2009 tra gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti. Quel modello, considerato lo standard più rigoroso della cooperazione nucleare statunitense, impone agli Emirati di importare il combustibile e di accettare controlli particolarmente estesi.

L’Arabia Saudita non sarebbe inoltre obbligata ad adottare il Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il protocollo consente ispezioni e verifiche più approfondite per accertare che materiali e impianti nucleari siano destinati esclusivamente ad attività pacifiche. L’amministrazione statunitense afferma che l’accordo bilaterale sulle garanzie e le disposizioni dell’Atomic Energy Act offriranno comunque una supervisione adeguata, ma i dettagli di questi meccanismi non sono ancora noti.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha escluso che Washington possa approvare un accordo capace di aumentare il rischio di diffusione delle armi atomiche. Il ministero saudita dell’Energia ha presentato il patto come uno strumento per rafforzare la cooperazione negli usi pacifici dell’energia nucleare secondo gli standard internazionali. Il principe ereditario Mohammed bin Salman, che governa di fatto l’Arabia Saudita, ha dichiarato in passato che il regno cercherebbe di dotarsi di un’arma nucleare se l’Iran ne costruisse una. Riad aderisce dal 1988 al Trattato di non proliferazione nucleare, ma questa posizione ha alimentato i timori che una capacità autonoma di arricchimento possa essere usata in futuro per avvicinarsi rapidamente alla produzione di una bomba. Il governo israeliano non ha assunto subito una posizione formale e il ministro dell’Economia Nir Barkat ha detto che Israele potrebbe convivere con un programma saudita limitato agli usi civili. 

Il progetto di cooperazione era stato discusso anche durante la presidenza di Joe Biden. Allora Washington voleva inserirlo in un accordo più ampio che prevedesse il riconoscimento diplomatico di Israele da parte saudita, garanzie di sicurezza statunitensi per Riad e alcune concessioni israeliane ai palestinesi. L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza avevano reso politicamente più difficile la normalizzazione. Già nel 2008, durante la presidenza di George W. Bush, i due paesi firmarono un memorandum non vincolante nel quale l’Arabia Saudita indicava l’intenzione di importare il combustibile e di non perseguire tecnologie nucleari sensibili. Le trattative successive si erano arenate soprattutto sul rifiuto saudita di rinunciare all’arricchimento.

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