
I bambini non giocano più a calcio per strada perché, se gli dici «Prendi la palla, che andiamo al parchetto», non capiscono; capiscono solo se gli dici «Bro, andiamo al playground». La palla non la portano perché ti dicono: «Mamma, la palla non serve, tanto al playground c’è il locker col kit» e, a quel punto, una persona normale dice al bambino: «Senti, stiamo a casa, tieni l’iPad, radicalizzati su Telegram».
Vivo in un posto – Milano – dove un’area verde alla Barona è diventata «uno spazio nato attraverso uno sguardo queer, frutto di un percorso di ascolto, co-design della volontà condivisa di renderlo sempre più accessibile e vissuto da tutte le persone». Vivo dove le «fioriere diventano così strumenti di trasformazione e partecipazione» – forse se le fioriere le lanci –, ma soprattutto vivo in una città dove l’assessora allo Sport Martina Riva pensa che uno non sia in grado di portarsi il pallone al parco, facendo passare l’installazione dei locker nei playground per lo sbarco sulla Luna. «Dai kit per basket e pallavolo a quelli per calcio, tennis, fitness, ping-pong e bocce, i locker trasformano parchi e playground in una rete diffusa di spazi sportivi accessibili»: i bambini non vedevano l’ora che le bocce diventassero uno sport accessibile.
A questo punto, percependomi giornalista d’inchiesta, sono andata a verificare al playground. Al playground di viale Argonne mancano ancora le porte da calcio che una volta c’erano; nel locker, al posto della palla, c’è un pacchetto di cartine, ovviamente vuoto, perché i dodicenni col borsello si vede che avevano finito le ricariche delle IQOS. La crisi del calcio italiano forse non nasce dai bambini che non giocano più per strada, ma dagli assessori che scambiano il benessere per accessibilità e che costruiscono i parchetti per far giocare i trentenni e non i seienni.
L’altro giorno, mentre leggevo che la mamma di Fabián Ruiz, campione del mondo con la Spagna, lavorava come addetta alle pulizie nella società dove giocava il figlio per mantenerlo, ripensavo all’articolo di Domenico Agrizzi su MOW, articolo che si presenta subito un po’ criptico: «Nella lettera di una madre c’è la sintesi di tutti i problemi del calcio italiano: “Bambini di dieci anni selezionati come professionisti: che modello vogliamo seguire?” Giovanni Malagò, Paolo Maldini e tutta la Figc: ascoltate, perché la rivoluzione deve partire da qui».
Quando l’ho letto, ho pensato che fare una sintesi dei problemi del calcio italiano non è possibile, ma penso anche che questa lettera e il progetto di rieducazione dei genitori con il «debriefing emotivo post-gara», elaborato dalla Figc, siano una buona fotografia del senso di crisi generale. Se volete una sintesi ulteriore, il problema del calcio giovanile italiano si chiama benessere, perché il benessere è l’assessore che ti fa trovare il pallone al parco, ma è anche pagare molto per far giocare tuo figlio a calcio. E, se paghi, pretendi.
Vi riassumo la lettera, scritta e firmata da Elise Lefort. Suo figlio, classe 2015, per quattro anni gioca all’AC Mazzo di Rho, senonché «a stagione ormai conclusa, quando tutte le famiglie davano ormai per scontata la prosecuzione del percorso sportivo, il direttore sportivo ha comunicato che sarebbero stati effettuati dei “tagli” per creare una squadra più competitiva e “alzare il livello”». A seguito dei tagli, a lei e a un’altra famiglia arriva una mail in cui la società annuncia l’interruzione del percorso sportivo. Le comunicano che il figlio non è né fisicamente né tecnicamente abbastanza preparato.
Lefort, nella lettera, dice inoltre che nella squadra ci sono altri bambini con le stesse caratteristiche di suo figlio, ma che loro sono stati riconfermati, a differenza del suo. Queste cose le ho sentite cento milioni di volte in questi anni: si va da «quel bambino gioca solo perché è figlio del dirigente» a scendere. È proprio per cose come questa che ai genitori non è permesso parlare di questioni tecniche con gli allenatori; non è permesso entrare negli spogliatoi; ai genitori non è permesso fare niente, nemmeno portare le trombette. La società non ha ancora risposto alla lettera; quindi bisogna tenere presente che abbiamo solo una versione parziale dell’accaduto.
Questa mamma si pone poi alcune domande di ordine etico e io la capisco. Però è anche vero che la capisco fino a un certo punto. Faccio un discorso generale, perché non si può certo parlare di fallimento a dieci anni, e sono sicura che questo bambino troverà una squadra dove giocare e divertirsi. Sono convinta che l’insuccesso sia la struttura su cui si costruisce il carattere. L’insuccesso non si può elaborare per conto terzi. L’inciampo, soprattutto nello sport, se sfruttato in maniera corretta, si trasforma nell’unica cosa che ti fa diventare un professionista, perché, se uno la fame non ce l’ha, deve trovare il modo di farsela venire. Tra i vari diritti del bambino calciatore esplicitati dalla Figc ce n’è uno in particolare, e anche questa è una buona sintesi di tante cose: il «diritto a non essere campioni». Io non sono sicura che questa sia la mentalità giusta per farci arrivare ai Mondiali, però è anche vero che questo diritto devono tenerlo bene a mente anche e soprattutto i genitori.
La mia modesta proposta per il calcio del futuro è questa: facciamo i centri federali nei playground, prendiamo tutti i dodicenni col borsello e li mettiamo a giocare a calcio, risolvendo così sia la microcriminalità giovanile sia le sorti del calcio italiano.