
Claudia Sheinbaum era sul palco della finale dei Mondiali, accanto ai leader del calcio e della politica mondiale. La televisione italiana, però, non ha ritenuto necessario dire chi fosse. Una piccola omissione che racconta un problema molto più grande. C’era una sola donna su quel palco. In mezzo ai dirigenti della Fifa, ai rappresentanti istituzionali e agli uomini del potere politico, economico e sportivo, Sheinbaum appariva quasi come un’eccezione visiva.
Non una comparsa. Non una consorte. Non una funzionaria del cerimoniale. Era la presidente del Messico – uno dei tre Paesi organizzatori del Mondiale 2026 insieme a Stati Uniti e Canada – e la prima donna nella storia del Paese ad aver raggiunto la Presidenza della Repubblica. Eppure, durante la cerimonia di premiazione trasmessa da Rai 1, nessuno ha spiegato chiaramente al pubblico italiano chi fosse quella donna. Il caso è stato segnalato sui social da Laura Rimi e ripreso, tra gli altri, da Beatrice Ramazzotti.
Naturalmente, si può liquidare tutto come una semplice distrazione. Una telecronaca concitata, l’emozione della finale, la confusione del palco, le immagini che scorrono. Può accadere. Ma le distrazioni non sono sempre neutrali. Il punto non è stabilire se qualcuno abbia consapevolmente deciso di oscurare Sheinbaum. Probabilmente non è accaduto nulla di intenzionale. Il punto è comprendere perché, davanti all’unica donna presente tra i massimi rappresentanti del potere mondiale, il sistema dell’informazione non abbia sentito il bisogno di identificarla. Non riconoscere una presidente della Repubblica non è soltanto un errore di cronaca. È anche un errore di prospettiva.
Siamo abituati a pensare il potere con sembianze maschili. Un uomo in abito scuro sul palco di un grande evento viene quasi automaticamente percepito come un presidente, un ministro, un dirigente, un’autorità. Una donna, invece, deve ancora essere spiegata. A volte viene scambiata per un’accompagnatrice. Altre volte viene raccontata attraverso l’abbigliamento, l’età, il carattere o la vita privata. Altre volte, semplicemente, non viene nominata.
È questa la forza dei pregiudizi culturali: non hanno bisogno di manifestarsi attraverso un gesto apertamente discriminatorio. Operano nelle omissioni, nelle gerarchie spontanee dell’attenzione, nelle persone che riteniamo immediatamente importanti e in quelle che il nostro sguardo considera secondarie. Sheinbaum non era secondaria. La sua presenza sul palco aveva una precisa funzione istituzionale. Il Messico aveva ospitato il torneo e la presidente aveva accompagnato pubblicamente il percorso della propria nazionale fin dall’inizio della competizione.
Non presentarla significa sottrarre al pubblico un’informazione essenziale, ma anche rendere invisibile una conquista storica: una donna alla guida di uno dei Paesi più popolosi e politicamente rilevanti del continente americano. Il calcio, infatti, non è soltanto uno sport. È una gigantesca macchina simbolica. Milioni di persone guardano una finale mondiale. Attraverso quelle immagini non vedono soltanto una partita, ma una rappresentazione delle nazioni, del successo, dell’autorità e del prestigio.
Il calcio resta uno degli ultimi grandi spazi pubblici nei quali il predominio maschile appare ancora quasi naturale: uomini in campo, uomini in panchina, uomini nei consigli federali, uomini ai vertici delle organizzazioni sportive, uomini in telecronaca. Per questo anche una cerimonia di premiazione conta. Chi sale su quel palco viene riconosciuto come parte del potere globale. Chi viene nominato esiste. Chi non viene nominato rischia di diventare parte dello sfondo.
La presenza di una donna in quella scena interrompeva, almeno per qualche minuto, questa continuità. Era l’unica donna in un mondo di machi: non semplicemente di uomini, ma di un potere che continua a rappresentarsi attraverso codici, linguaggi e rituali profondamente maschili. Proprio per questo meritava di essere riconosciuta. Negli ultimi anni abbiamo celebrato molte prime donne: la prima presidente, la prima rettrice, la prima amministratrice delegata, la prima direttrice, la prima arbitra. Ma consentire alle donne di raggiungere i luoghi del potere non basta se poi continuiamo a non vederle quando vi arrivano.
La parità non è soltanto accesso alle cariche. È anche riconoscimento. Significa attribuire alle donne la stessa autorevolezza simbolica che attribuiamo agli uomini. Significa chiamarle con il loro nome e con la loro funzione. Significa non trasformare una presidente in una presenza anonima sullo sfondo. Il linguaggio dei media ha una responsabilità decisiva. Non si limita a descrivere il potere: contribuisce a costruire l’idea che la società se ne fa. Quando una donna potente non viene nominata, il messaggio implicito è che la sua presenza sia meno ovvia, meno leggibile e forse meno importante.
Da una televisione commerciale ci si può aspettare una narrazione dominata dall’emozione e dallo spettacolo. Dal servizio pubblico ci si dovrebbe aspettare qualcosa di più: precisione, conoscenza e capacità di contestualizzare. Presentare Sheinbaum avrebbe richiesto pochi secondi. Sarebbe bastata una frase: «Accanto ai vertici della Fifa c’è Sheinbaum, presidente del Messico e prima donna a guidare il Paese». Non sarebbe stata una concessione ideologica né una parentesi femminista. Sarebbe stata semplicemente informazione.
Il compito del giornalismo non è soltanto seguire il pallone o raccontare chi solleva la coppa. È anche dare un nome alle persone che compaiono nella storia. Quella sera, Sheinbaum era dentro la storia. La televisione italiana, invece, l’ha lasciata fuori dal racconto. Non sappiamo se si sia trattato di impreparazione, superficialità o semplice distrazione. Sappiamo, però, che anche le omissioni producono cultura. E, in una società nella quale il potere continua ad avere quasi sempre un volto maschile, non nominare l’unica donna sul palco non è mai soltanto una dimenticanza.