
Stiamo vivendo il paradosso più grande della modernità: non abbiamo mai comunicato così tanto e non ci siamo mai capiti così poco. Siamo immersi in messaggi, notifiche, video, emoji, abbreviazioni, reazioni istantanee. Il Consorzio Unicode, che ha sede a Mountain View, in California, ricorda che il 92 per cento della popolazione online mondiale usa emoji nelle proprie comunicazioni, ma, quando tutto diventa solo segnale e viene meno la parola, qualcosa si perde. La parola, quella che spiega, nomina, comprende, costruisce, sembra perdere forza, profondità e responsabilità. E se perdiamo la parola, perdiamo il tempo della spiegazione, la fatica dell’ascolto, la possibilità di capirsi: in buona sostanza, perdiamo il mondo.
Il problema, naturalmente, non sono gli emoji: un simbolo può aggiungere calore, ironia, tono, intenzione, ma non siamo davanti a un vezzo marginale; viviamo una nuova grammatica globale, parallela e istantanea. Una ricerca rilanciata dall’American Psychological Association nel 2024 ha evidenziato come l’uso di abbreviazioni nei messaggi possa far percepire chi scrive come meno sincero e ridurre la probabilità di ricevere risposta.
Il Guardian, nel novembre dello stesso anno, commentando un analogo studio condotto da David Fang della Stanford University insieme a colleghi dell’Università di Toronto, ha sottolineato come abbreviazioni del tipo «hru?» al posto di «How are you?» comunichino spesso minore impegno relazionale. «Mentre le abbreviazioni possono far risparmiare tempo e fatica, la nostra ricerca suggerisce che possono anche ostacolare una comunicazione efficace e influenzare negativamente le percezioni interpersonali», scrivono gli autori dell’articolo pubblicato sul Journal of Experimental Psychology.
Aristotele, nella “Politica”, distingue la voce, che esprime piacere e dolore ed è comune anche agli animali, dal logos, cioè la parola-ragione, che consente all’uomo di discutere del giusto e dell’ingiusto, dell’utile e del dannoso. Da cui nasce la polis.
Ecco il punto: la parola non serve solo a comunicare bisogni; serve a costruire una comunità morale e politica. Questa progressiva erosione della parola ha conseguenze profonde. Senza parola non c’è vero ascolto e senza ascolto non c’è comprensione. Senza comprensione non c’è collaborazione e senza collaborazione non c’è comunità.
Rimangono il coordinamento operativo, lo scambio di input, la connessione tecnica. Ma una società non vive solo di connessioni: vive di legami. E il tema della parola – condizione quantomeno necessaria a far emergere legami e attivare collaborazione – è centrale. Collaborare significa oggi opporsi alla nuova solitudine organizzata, alla frammentazione sociale, alla trasformazione del cittadino in utente, consumatore, suddito o, peggio, suddito indigente.
Per Hannah Arendt, storica, filosofa e politologa tedesca naturalizzata statunitense, senza parola e senza azione non c’è spazio pubblico: c’è solo amministrazione della vita. Nel suo saggio “Vita activa. La condizione umana” (1958), Arendt distingue proprio il lavoro e l’operare – che ci legano alle cose – dall’agire, che ci lega agli altri e che ha bisogno della parola per manifestarsi. È la parola, non la semplice presenza fisica, a farci apparire agli altri non come funzioni, ma come persone.
Le grandi questioni del nostro tempo – intelligenza artificiale, disuguaglianze, emergenze climatiche, guerre, lavoro, povertà educativa, crisi democratica – non possono essere affrontate da individui isolati né da élite tecnocratiche chiuse nella propria autosufficienza.
Il riferimento biblico a Neemia, servitore ebreo del re persiano Artaserse (445 a.C.), richiamato recentemente da papa Leone XIV nella sua enciclica “Magnifica Humanitas”, è potente proprio per questo. Di fronte alle rovine di Gerusalemme, Neemia non si limita a denunciare il disastro. Ascolta, discute, convince, organizza e distribuisce responsabilità.
La ricostruzione, che avviene affidando a ogni famiglia una parte delle mura, non nasce da un comando, ma dalle sue parole, capaci di trasformare la paura e lo smarrimento in azione comune a beneficio di tutta la comunità che, così facendo, si rivivifica.
Nell’enciclica, il papa contrappone la nuova Torre di Babele – simbolo di una potenza tecnica che rischia di perdere l’umano – alla possibilità di costruire una città in cui Dio e l’uomo possano ancora abitare insieme, e gli uomini tra loro, formando una comunità.
Anche noi siamo davanti a un bivio: o costruire nuove torri di potere, di dati, di algoritmi, di capacità computazionale in mano a pochi giocatori; o ricostruire mura comuni, spazi di fiducia, luoghi in cui la parola torni a essere motore di civiltà, comprensibile, responsabile e bidirezionale. Collaborare significa restare nella stessa stanza, nello stesso destino, nello stesso pianeta, anche quando non pensiamo le stesse cose, ma sappiamo parlarci.
Richard Sennett, famoso sociologo e scrittore statunitense, ha scritto nel suo “Together: The Rituals, Pleasures and Politics of Cooperation” (2012) che cooperare «è un’arte, un mestiere sociale, una capacità da apprendere e non un dato di natura». Sennett distingue una cooperazione rituale, fatta di procedure e protocolli che tengono insieme le organizzazioni, da una cooperazione dialogica, più lenta e più fragile, che si costruisce ascoltando davvero chi non condivide il nostro punto di vista. È quest’ultima, la cooperazione dialogica, ad aver bisogno della parola nella sua pienezza e non del semplice coordinamento operativo.
I superpoteri della tecnologia ci pongono davanti una sfida di senso, una sfida di civiltà. L’intelligenza artificiale può aumentare conoscenza, produttività, capacità di cura, accesso ai servizi. Ma può anche accentuare concentrazioni di potere, asimmetrie informative, esclusione e disuguaglianze. Dobbiamo chiederci se saremo ancora capaci di parlarci e capirci abbastanza da orientare le straordinarie tecnologie al bene comune.
In questa prospettiva, collaborare non è essere tutti d’accordo. È molto di più ed è molto più difficile. Neemia lo sapeva: nessuna città si ricostruisce senza la magia della parola, che orienta, spiega e rende ciascuno partecipe. Se perdiamo la parola, perdiamo il ponte tra l’io e il noi, tra la paura e la fiducia, tra la solitudine e la comunità. Perdiamo lo strumento che ci ha permesso di uscire dall’istinto, di costruire memoria, diritto, amicizia, città, futuro. Tanto più oggi, di fronte a sfide futuristiche che già contaminano, anche a nostra insaputa, il nostro presente.